Redazione

"I FRUTTI ACERBI - LORD BYRON, GLI AMORI & IL SESSO" DI VINCENZO PATANÈ

Un ampio saggio, che si legge come un romanzo, dove per la prima volta si raccontano in dettaglio la vita intima e le storie omosessuali del grande poeta inglese

Finalmente pubblicato l’obbligato compendio alla pur esaustiva biografia critica, “L’estate di un ghiro“, su uno dei più grandi poeti inglesi degli ultimi secoli, Lord Byron, scritta da Vincenzo Patanè, che qui, col titolo “I frutti acerbi“, entra nel dettaglio della vita privata e intima del poeta, con particolare riguardo alle esperienze omosessuali del medesimo. Il libro si legge d’un fiato, come fosse un romanzo, e ci fa sentire vicinissima la storia di un grande uomo, anticipatore di temi e sensazioni che solo oggi hanno conquistato legittimità e considerazione. Byron viene presentato come bisessuale, cioè amante di uomini e donne, ma viene anche precisato che erano le donne a corteggiarlo per la sua avvenenza, e che forse il suo più grande amore etero è stato quello verso la sorellastra Augusta, frutto di una lunga solidarietà d’intenti e sentimenti. Ma sono sicuramente più intriganti e coinvolgenti le sue storie di sesso e d’amore omosessuali, che solo ora, grazie all’attento studio di Patanè, vengono messe in particolare e suggestiva evidenza.

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Dalla prefazione al volume di Diego Saglia (Università degli Studi di Parma)

Le esperienze sessuali di Byron sono da sempre un aspetto di grande interesse, se non di vera e propria fascinazione, per quanti si accostano alla figura e all’opera del poeta. La sessualità è infatti uno dei tratti che piu profondamente caratterizzano il mito byroniano, accentuando in particolare quell’alone di maledettismo che porta con sé dall’Ottocento. Essa inoltre fu tra i fattori determinanti del fallimento del matrimonio del poeta con Annabella Milbanke, nonché dello scandalo che ne derivò e dell ’alone sulfureo e peccaminoso che per tutto l ’Ottocento e molto del Novecento avvolse il nome di Byron.
La forza particolare del secondo volume di Vincenzo Patanè su Byron, unico nel suo genere nel panorama editoriale italiano e con pochi concorrenti in altre lingue, sta nel fatto che guarda in primo luogo alle forme del desiderio e della sessualità omosociali e omosessuali, tanto più interessanti in quanto celate tra le piegbe di documenti biografici e testi letterari in cui si manifestano sempre in modi necessariamente obliqui.
Pur non escludendo la componente dell ’attrazione per le donne, il volume si concentra dunque in particolare su quella per gli uomini e sul ventaglio di questioni ad essa correlate, come la bisessualità, la clandestinità o i risvolti socio-culturali dei rapporti fra Byron e i maschi delle culture meridionali.
Muovendosi tra la biografia e le opere di Byron, nonché per i meandri della leggenda byroniana fino alle sue propaggini più recenti e attuali, il libro di Patanè esplora con finezza una materia magmatica quale quella del desiderio e della sessualità nel contesto di una figura chiave della modernità delle culture occidentali post-ottocentesche.

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Dalla introduzione al volume di Vincenzo Patanè

Attualmente il mito di Lord Byron gode senz’altro di ottima salute. Al riguardo, sembra quasi sia rinata una ‘byronmania’, in termini ovviamente ben differenti da quella che colorò una discreta parte dell’Ottocento, quando la sua fama raggiunse livelli planetari. Non c’e da stupirsi, anzi: aveva evidentemente ragione Leslie A. Marchand, il suo maggiore studioso, quando nel 1999 affermò che la sua voce “è quella del mondo moderno disilluso più che quella del diciannovesimo secolo”. Byron si propone ora per la forza della sua modernità, come emblema del malessere dell’uomo, depauperato dei suoi archetipi culturali in un mondo globalizzato e caotico, e quindi di un disagio esistenziale contemporaneo, del quale é stato per certi versi preveggente.
In particolare, ora entusiasma il difensore della liberta delle nazioni e degli uomini, più che mai i poveri e gli indifesi, l’amore e il rispetto per la natura e gli animali, il rifiuto dell’omologazione del pensiero, l’anticonformismo, la radicalità, la passione per il viaggiare immergendosi in toto in nuove realtà, la condanna della guerra (tranne quelle che si combattono per la libertà), l’odio nei confronti della tirannia e del cinismo dei potenti legati solo ai propri interessi personali.
In tutto il mondo sono moltissimi i byroniani sfegatati, tanto che si può affermare che non molti scrittori vantino un numero così alto di appassionati e di collezionisti. Bisogna però specificare che spesso la sua fama prescinde dalla produzione letteraria. Tanti rimangono infatti conquistati soprattutto dalla figura potente e dalla vita emozionante di un personaggio seducente come pochi, dalle qualità decisamente fuori dell’ordinario: l’energia, il vitalismo, l’erotismo ferino, il narcisismo, il coraggio, il mettersi continuamente in discussione, la forza di sfidare l’opinione pubblica e soprattutto una personalità schietta e mai incline all’ipocrisia, lacerata dicotomicamente da contraddizioni stridenti ma anche incredibilmente umane.
Ma in realtà quanto è veramente conosciuto Byron? Di primo acchito, l’impressione è che egli rivesta un ruolo indiscutibile e ben saldo nell’immaginario collettivo. La prova risiede nel fatto che é improbabile che una persona di media cultura nel mondo occidentale non abbia mai sentito parlare di Lord Byron (un nome peraltro cosi sonoro, esplosivo, che riempie la bocca lasciando il palato dolce. . .). Però quando poi si chiede qualche ulteriore particolare, al di fuori dei cultori il più delle volte bisogna contentarsi di poche, sparute informazioni, peraltro fatalmente sempre le stesse: fu bellissimo, ebbe una vita avventurosa quanto scandalosa, conquistò tantissime donne, morì per la Grecia, fu un poeta romantico, anzi il corifeo per eccellenza del Romanticismo.
Tutto qui, o poco più. Informazioni tutte veritiere, ma nello stesso tempo anche un po’ sorpassate. Niente da dire sul fatto che sacrificò gloriosamente la vita per liberare una nazione oppressa (diventando peraltro l’archetipo del poeta-eroe). Un atto che comunque riveste delle implicazioni non solo politiche ma anche personali, che naturalmente niente tolgono alla sua acclarata generosità d’animo.
Al contrario, però, appare ora senz’altro limitativo, e quindi di per sé sbagliato, identificare in Byron l’incarnazione vivente del poeta romantico inquieto, errabondo, ribelle, intriso di Weltschmerz (afflitto dunque da tristezza, apatia, noia, da una perniciosa malinconia esistenziale, da uno sfiancante senso d’impotenza e da un certo disgusto nei confronti del mondo). La poetica byroniana consta infatti di due filoni ben distinti, che solo talvolta s’intrecciano. Ebbene, ormai da tempo viene esaltato il filone ironico-satirico (quello del Don ]uan, del Beppo e di The Vision of ]udgement), a suo tempo ben accolto dal favore del pubblico ma invece condannato, per il tono mordace e caustico e per la libertina trasgressività, dai letterati più influenti e in generale dalla frangia più conservatrice della società inglese. Un filone ludico nel quale rientrano anche le lettere e i diari, apprezzati per la scrittura incredibilmente effervescente, lieve, disinvolta e faceta. Viceversa, quello romantico appare un po’ appannato, a cominciare dai poemi orientali o dalle tragedie in versi (ma Childe Harold’s Pilgrimage, Manfred, Cain, Mazeppa nonché numerose liriche offrono comunque brani eccezionali).
Il fatto e che Byron fu sostanzialmente un classicista, che elesse a modello privilegiato il settecentesco Alexander Pope, mal sopportato dalla generazione romantica. Così, se il suo sentire, a cominciare dall’esigenza del voler raccontare di sé, fu in sintonia con lo spirito insofferente dei tempi, i suoi archetipi formali furono al contrario démodé. Non a caso parlò sempre con malcelato disprezzo dei poeti contemporanei, magari con l’eccezione di Coleridge e soprattutto di Shelley. Come se non bastasse, col tempo (in particolare dopo il 1818) prese senza mezzi termini le distanze dall’universo romantico, giudicandolo un modo di essere logoro e irragionevole, identificando peraltro se stesso come uno dei maggiori colpevoli della creazione di quei miti così falsi e cartapestacei.
Last but not least, merita però d’essere precisata anche l’affermazione secondo la quale Byron ebbe centinaia di donne. Non che sia falsa, sia ben chiaro, al contrario, visto che é praticamente innumerevole il conto di quelle che sedusse grazie al fascino e all’impareggiabile avvenenza. Ma questa è solo una parte della verità, anche se senza dubbio la più famosa e appariscente.
Infatti, quello che un tempo veniva ipotizzato in alcuni ambienti culturali specifici, magari sussurrandolo a bassa voce, é ormai cosa acclarata, più che mai dopo la piena disponibilità dell’archivio Murray: a Byron piacevano i ragazzi. Quindi, ora si puo capire a fondo come i suoi sentimenti per ]ohn, Nicolò o Lukas possano sicuramente reggere il confronto con quelli provati per Augusta o Teresa, ai quali sono forse addirittura superiori.
I frutti acerbi. Lord Byron, gli amori & il sesso — concepito a complemento di una biografia ben più vasta uscita nel 2013, L’estate di un ghiro, che prende in considerazione la figura di Lord Byron in toto — pone dunque in secondo piano il poeta e il politico per trattare invece la sua complessa bisessualità, esperita spesso con una hybris sfrenata e incontenibile.
Questa bisessualità é esaminata in tutte le sfaccettature, dagli amori alle avventure erotiche tout court, sfruttando ogni tipo di citazioni e di fonti, in primis le lettere, i diari e le opere. In particolare vengono messi a fuoco gli amori rnaschili, per forza di cose finora più trascurati, rivelando finalmente un quadro piu completo e veritiero, nonché particolarmente intrigante, della sua omosessualità.
Cosi, esplorando con piena consapevolezza i comportamenti sessuali del grande scrittore — tracce senza dubbio fondamentali nel suo percorso vitale —, ne scaturisce alla fine un contributo, spero, essenziale alla comprensione della sua personalità e, di riflesso, delle sue opere.

Vincenzo Patanè — nato ad Acireale, ma napoletano per essenza e per cultura — insegna Storia dell’Arte a Venezia. Ha pubblicato Ebano Nudo (1982), Cinema & Pittura (1992), A qualcuno piace gay (1995), Derek Jarman (1995), Shakespeare al cinema (1997), Arabi e noi. Amori gay nel Maghreb (2002), L’altra metà dell’amore. Dieci anni di cinema omosessuale (2005), 100 classici del cinema gay. I film che cambiano la vita (2009), Oasi gay. Miti & titani della cultura omosessuale e lesbica (2010) e L’estate di un ghiro. Il mito di Lord Byron attraverso la vita, i viaggi, gli amori, le opere (2013).
E’ inoltre autore dei saggi “L’omosessualità nel cinema americano 1987/1998″ e “Breve storia del cinema italiano con tematica omosessuale” (in Lo schermo velato di Vito Russo, 1999), “L’immaginario gay & il cinema” (in We Will Survivel, 2007) e “Homosexuality in the Middle East and North Africa” (in Gay Life and Culture: A World History, 2006, in italiano Vita e cultura gay — Storia universale dell’omosessualità dall’antichità a oggi, 2007). Ha poi curato numerosi libri di arte, tra cui Eros e mito. Achille e Chirone di Marco Silombria (2006).
Giornalista, critico cinematografico e attivista gay, dal 2004 é responsabile del settore cinema della rivista Pride, dopo esserlo stato per quindici anni per il mensile Babilonia. Alla bisogna generoso collaboratore del sito cinemagay.it. E-mail: [email protected]

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