DAL 30° TGLFF

La serata inaugurale e il film di apertura – I film della seconda e terza giornata

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TERZA GIORNATA DEL 30° TGLFF

Venerdì 1° maggio, giornata festiva che porta al Festival code interminabili (che s’incrociano con quelle della Mole Antonelliana che ospita il Museo del Cinema). Noi non riusciamo a comprendere come si possa parlare di mettere fine ad un festival come questo (trasformandolo in una sezione del Torino Film Festival, come qualcuno sta chiedendo) che sta festeggiando i suoi trent’anni di vita con una vitalità ed un successo che pochi altri festival possano vantare. Ma veniamo ai film della giornata.

JE SUIS A TOI di David Lambert

Je suis à toi – del belga David Lambert (già vincitore a Torino nel 2011 col corto Vivre encore un peu) – è particolare e tanto intrigante. Il maturo panettiere Henry, grosso e grasso, invita in Belgio a vivere con sé il giovane argentino Lucas, conosciuto tramite internet. Il patto sottinteso è di mutua convenienza: Lucas – che non è gay però in Argentina lavorava come escort per uomini – avrà il tetto in cambio di sesso, in più imparerà il mestiere di fornaio e poi chissà, da cosa nasce cosa… Ma gli eventi non vanno proprio come dovrebbero andare, anche per la presenza della procace commessa Audrey, una ragazza madre di un bel bambino. Le cose così s’ingarbugliano: volta per volta, ciascuno dei tre crede di poter fare a meno dell’altro ma poi forse non è proprio così…
Si tratta di un film girato in economia, ma intenso e denso. Ben girato, pecca solo di qualche salto logico che forse andava maggiormente spiegato. A ben vedere c’è tutto: amore, sesso (anche con scene di sauna), ricatto, aids, desiderio di possesso e di sottomissione, frustrazione e resurrezione ma soprattutto desiderio di normalità. Certo, c’è chi storcerà il naso per il finale (lieto solo per qualcuno dei personaggi), deludente – come visto purtroppo mille altre volte sugli schermi – nei confronti dei gay. Però, diciamo la verità, che speranza ha di reggere per tanto tempo un rapporto prezzolato, peraltro con uno scarto d’età così marcato? E la solitudine di Henry, che pure per un po’ tocca il cielo con un dito, è in verità purtroppo quella di tanti.

Vincenzo Patanè
**** (quattro stelle)

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ZOMER (Summer) di Colette Bothof

La vita in un paesino sperduto nel sud dell’Olanda sembra scorrere piuttosto tranquilla, anche se un po’ noiosa e ripetitiva, per la sedicenne Anne ed i suoi coetanei. Se non fosse per una centrale nucleare, il paesaggio sarebbe idilliaco. Gli uomini del villaggio difendono la centrale, che dà lavoro a tutti, e lo status quo. Ma non tutti sono felici, soprattutto le donne, vittime di un ambiente sorprendentemente molto machista e bigotto. Per Anne in quell’estate del titolo l’aria diventa sempre più soffocante e non solo per il caldo. Anne è una ragazza silenziosa, tanto che i compagni la chiamano ‘la muta’, lei si è sempre sentita un po’ isolata, soprattutto ora che gli altri ragazzi iniziano ad amoreggiare. Quando conosce Lena, una ragazza venuta da fuori, Anne capisce cosa vuole veramente e ingenuamente vuole farlo sapere a tutti. La reazione negativa di tutto il villaggio, la spinge a reagire e a rompere con il passato. Dopo quell’estate la compagnia dei ragazzi si scioglie e ognuno prende la sua strada verso la vita adulta.
La storia è tratta dall’ adattamento di un’opera teatrale di Marjolein Bierens, anche sceneggiatrice del film. La Bierens in questo lavoro si è in parte richiamata a ricordi personali. Lei infatti è originaria di una zona rurale e proviene da una famiglia religiosa. Si è poi trasferita ad Amsterdam.
E’ interessante notare che non si riesce a capire in quali anni è ambientato il film. Questa è stata una scelta voluta dalla regista: i fatti raccontati potrebbero essere accaduti trenta anni fa, o anche adesso, perché in questi posti niente sembra mai cambiare. I luoghi in cui si svolge la storia
hanno, anche nella realtà, un aspetto retrò e anche la musica scelta nel film è appositamente retrò. Sorprendentemente questo film, così ben fatto, è stato girato in appena venti giorni, durante un periodo di vacanza della regista dal suo lavoro all’Accademia di cinematografia.

R. Mariella
**** (quattro stelle)

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VESTIDO DE NOVIA di Mariliy Solaya

A Cuba nel 1994, Rosa Elena e suo marito Ernesto sono una coppia felice, si amano ed hanno un buon lavoro. Lei, infermiera in un ospizio, è stata appena premiata e lui, ingegnere, è responsabile di un grosso progetto in un cantiere. Ma l’invidia dei corrotti colleghi di Ernesto è in agguato. La migliore amica di Rosa Elena è una transessuale e la cosa non piace a suo marito. Rosa Elena ha però anche un importante segreto, che una volta reso pubblico da un suo vendicativo antico amante, scatena su di lei una serie di soprusi e violenze, mettendo in luce quanto il regime castrista e la società stessa, fossero a quei tempi profondamente corrotti, maschilisti, violenti e intolleranti verso ogni diversità.
La regista del film, Marilyn Solaya, presente in sala, ha voluto dedicare il film al popolo cubano, alla non violenza ed al rispetto per le differenze. La società cubana vive ancora oggi in termini maschilisti e violenti il rapporto tra uomo e donna.
In una sequenza del film si ricordano i tumulti tra spettatori e polizia avvenuti all’uscita nei cinema di Cuba di Fresa y chocolate nel 1994. Marilyn Solaya è anche una nota attrice e nel 1993 aveva anche recitato in quel film.
VESTIDO DE NOVIA è stato proiettato a Cuba nel dicembre scorso e ha ottenuto un grande successo, tanto che da vincere un ‘Premio della popolarità’; ciò dimostra che il popolo cubano è pronto ad affrontare certi argomenti. Però quindici giorni dopo l’uscita del film la regista ha ricevuto una denuncia da parte della polizia.

R. Mariella
**** (quattro stelle)

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STAND di Jonathan Taieb

Encomiabile ma non riuscito tentativo di mettere in fiction il terribile dramma che la comunità gay russa sta vivendo in questi anni. Le recenti ed anacronistiche leggi anti-omosessuali promulgate in Russia sia dal governo centrale che da diverse amministrazioni locali, hanno ottenuto l’effetto di esaltare l’atavica omofobia del popolo russo (che solo i pochi anni di Lenin al governo cercarono di rimediare). Il popolo , la gente, ha bisogno di avere miti da imitare e nemici da condannare. Gli omosessuali rientrano in questa seconda categoria ed in Russia stanno diventando la valvola di sfogo delle varie insoddisfazioni private e sociali, che in altri Paesi vengono invece indirizzate in ambiti più civili come le competizioni sportive. Così la caccia al gay sta diventando lo sport preferito dei russi più ignoranti ed incivili. Il film ce la racconta attraverso l’esperienza di due gay amanti e conviventi che sono testimoni casuali del pestaggio mortale subito da un giovane gay, subito insabbiato dalle istituzioni. Peccato che il comportamento di uno di questi due sfoci quasi nel ridicolo cercando di scimmiottare il lavoro dei detective americani (con tanto di parete domestica piena di foto e linee di collegamento), ma soprattutto imbarcandosi in una indagine senza capo né coda, che lo porta a separarsi dall’amato compagno (un po’ meno infantile) e a divenatre facile preda di un gruppo omofobo. Il film è discontinuo (si sente il peso di un lavoro improvvisato), con pochi momenti credibili (i migliori quelli della vita intima dei due gay), con un finale che vorrebbe essere un manifesto contro la violenza omofobica, ma risulta troppo scontato, prevedibile e gratuito (e troppo dilatato). Naturalmente nessun applauso in sala.

G. Mangiarotti
* (una stella)

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CUATRO LUNAS di Sergio Tovar Velarde

Quello che credavamo essere un film di tante cose già viste, si è rivelato come una delle opere più accattivanti viste finora. Uno dei candidati più sicuri al premio del pubblico (che quest’anno comprende praticamente tutti i lungometraggi), con lo svantaggio di essere stato proiettato in ora pomeridiana anziché in serata. Il film ci racconta quattro storie intercalate con solo due personaggi, molto simili negli atteggiamenti, che s’incrociano per caso davanti ad un locale gay, senza nessuna conseguenza. Le storie affrontano praticamente tutte le tematiche che interessano il pubblico gay, temi che in effetti abbiamo già visto in tanti altri altri film, ma che qui vengono presentati con un susseguirsi di esilaranti e toccanti scenette, sempre sorprendenti e piene di significati. Il coming out di un bimbo di undici anni avviene dopo le manovre (degne di un incallito conquistatore) che compie per poter toccare il membro di un compagno etero di cui s’era innamorato. Amabile e delizioso l’arguto ragazzino che dovrà vedersela con l’omofobia paterna (che alla fine ci offre una piacevole redenzione). Due ex compagni di scuola si ritrovano dopo qualche anno. Sono gay inconsapevoli (ma non troppo) che ritrovatisi casualmente (ma non troppo) a dormire uno vicino all’altro, divampano come un fiammifero in un pagliaio. Davanti alla scena, a tutto campo, della prima e difficile (ma non troppo) penetrazione, il pubblico esplode in obbligate e ripetute risate. La forza di questo primo grande amore sarà il motore per il differente coming out dei due giovani. Più facile uno, con una madre che non vuole nemmeno ascoltarlo perché chiaramente sa già tutto, ma che poi gli sarà vicinissima nel momento del bisogno (nel film le madri sono sicuramente personaggi privilegiati). Più tormentato il secondo col solito tipo che per non ferire i genitori omofobi che l’amano tanto, vorrebbe vivere la nuova storia in clandestinità. Ma restare velati può spesso diventare un incubo e soprattutto privarci delle cose che più desideriamo. Una coppia che convive da dieci anni, dichiarata e con tanti amici sia etero che gay, deve superare la prima grossa crisi dovuta al tradimento di uno dei due. Galeotto è stato l’incontro sessuale con un bel fusto, che invece di limitarsi ad una semplice scappatella, si trasforma in qualcosa di più. O almeno così crede il poveretto (in realtà un fustazzo da sogno) che vorrebbe addirittura abbandonare il compagno per la nuova conquista. Ma il compagno, dopo la rivelazione del tradimento, non vuole arrendersi ed adotta una strategia di riconquista che noi giudicheremmo assolutamente perdente. Non vogliamo rivelarvi di più, anche se questa storia è forse la meno coinvolgente di tutte (nonostante ci regali bollenti incontri di sesso tra adoni). La cuarta luna, quella nuova che segue la calante, è dedicata ad un anziano poeta, sposato e con figli e nipoti, che s’innamora di un prostituto in sauna, l’unico luogo dove può vivere la sua omosessualità. Dopo vari tentativi e mercanteggiamenti sul prezzo, riesce ad avere un approccio sessuale e completo con l’amata marchetta all’interno di un camerino della sauna. Per lui è come toccare il paradiso con un dito. E’ la felicità, l’amore che in tutta la vita non ha mai potuto godere. E’ consapevole che tutto è solo una breve un’illusione, anche perché il prostituto sta per tornare al suo paese dove l’attendono moglie e figlio. E così accadrà ma dopo un evento che ci toccherà e commuoverà profondamente e che ci farà comprendere quanto dolcezza ed umanità possiamo trovare dove meno ce l’aspettiamo. Senz’altro l’episodio più delicato e poetico del film. Un film che ci ha regalato un divertente e per niente superficiale ripasso della varia umanità che compone la nostra curiosa comunità.

G. Mangiarotti
**** (quattro stelle)

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DROWN di Dean Francis

Un altro bel film che si è conquistato a ragione uno degli applausi più lunghi del pubblico. Il film non è privo di difetti (come troppi brevissimi flashback su presente e passato che s’incrociano, nello stile videoclip) ma si avvale di un cast da urlo reclutato sulle spiagge dei surfisti australiani e di una storia, già intrigante nell’opera teatrale da cui il film prende l’ispirazione, che il regista dilata e rende ancora più complessa, inserendovi stati d’animo della sua esperienza personale (come ha dichiarato il regista presente in sala) e personaggi completamente nuovi. Il tema dell’opera teatrale era soprattutto quello dell’omofobia interiorizzata, prodotta da un ambiente machista (come spesso sono quelli sportivi), che coinvolge una coppia di amici di cui uno segretamente innamorato dell’altro. Nel film viene aggiunto un personaggio gay dichiarato ed in coppia, Phil, un atleta che riesce a vincere la competizione locale detronizzando l’eroe del posto, Len, un bagnino che aveva alle spalle diverse vittorie iniziate dagli antenati. La coppia di amici, Len e Meat (un ragazzo famoso per il cazzo enorme), diventa qui quasi un personaggio unico, con Len omosessuale represso e Meat sinceramente omofobico, che rappresentano la tormentata psicologia di un machista che non può riconoscersi gay. Questa doppia figura, con Len in primo piano, deve confrontarsi con Phil, il tranquillo ragazzo gay che ha superato i problemi di accettazione e si gode l’amore del compagno e il piacere delle sue vittorie sportive. Saranno la sua prestanza fisica e la sua raggiunta felicità a sconvolgere Len, omosessuale represso, che se ne innamora contro la sua volontà, ed al contempo ne è profondamente geloso ed invidioso. Per capire il dramma interiore di Len il film ce ne mostra l’origine con un bel flasback del padre, che, già da bambino, lo obbligava con violenza ad essere virile. Insidiosamente, e rendendo il dramma ancora più complesso ed accattivante, il regista ha sviluppato il personaggio di Phil, facendolo diventare pian piano succube del fascino di Len, e trasformando la coppia in due figure che si amano e odiano allo stesso tempo. Splendido il finale che, dopo più di un’ora di tormenti non poteva evitare la tragedia, ma che invece dà maggior rilievo ad uno straordinario amplesso tra i due protagonisti, in qualche modo liberatore: alla fine è come se fosse l’amore a trionfare sull’omofobia, anche se questa vuole la sua vittima. In effetti tutto il film è come se fosse una tragica storia d’amore impossibile, un Romeo e Giulietta divisi e uniti dall’omofobia anziché dai parenti rivali. Godibilissimo per le scene marine, per i bei corpi che luccicano al sole, per l’interpretazione da Oscar di Matt Levett (Len) e per i profondi significati che riesce a trasmetterci.

G. Mangiarotti
**** (quattro stelle)

IMMAGINI DELLA GIORNATA

Vanni Piccolo e Alessandro GolinelliAlessandro Golinelli
Claudia Lorenz
Maximilian Moll
 
Christos Acrivulis
  
 
Vincenzo Patanè e Luca Poma
Angelo Acerbi
Lorenzo Balducci
A. Schiavone e A. Mocciola 
Marylin Solaya
  
Dean Francis

SECONDA GIORNATA DEL 30° TGLFF

Anche oggi sale piene al cinema Massimo (noi abbiamo rischiato due volte di non poter entrare) merito di un pubblico affezionato e di un cartellone allettante. Film sempre accompagnati dagli autori che alla fine discutono col pubblico (ma se rimani al dibattito la coda si allunga e rischi di perdere il film successivo). Anacronistica e distruttiva nostalgia dei festival di una volta che avevano una sola sala di proiezione.

HOW TO WIN AT CHECKERS (EVERY TIME) di Josh Kim

Già applaudito a Berlino, How to Win at Checkers (Every Time), ossia “Come vincere a dama, ogni volta” è l’opera prima del thailandese Josh Kim. Orfano di entrambi i genitori, l’undicenne Oat vive con la sorellina e il fratello più grande Ek, assieme alla premurosa zia. Il rapporto con Eik è il perno della sua vita, ciò che lo aiuta a crescere per gradi. Purtroppo però tutto si rompe quando il fratello deve partire per il militare, avendo pescato male nella lotteria che decide chi deve essere arruolato e chi no. Oat dovrà dunque diventare adulto da solo, magari con maggiore cinismo, tenendo ben presente ciò che dice un prontuario per giocare a dama: “usa qualsiasi mezzo pur di vincere” (anche se questo comporta che qualcun altro soffra al posto tuo). Proprio ciò che fa il compagno di Eik, il bel Jai, che evita bellamente la lotteria perché, ricco di famiglia, corrompe chi di dovere.
L’omosessualità è un sotto plot nel film, ma il rapporto fra Ek e Jai, prima che si corrompa per la questione della lotteria, regala momenti di tenerezza; inoltre, forte è la scena in cui Eik vende il suo corpo ad un cliente in un locale, davanti agli occhi attoniti del fratellino.
Il fulcro del film è però lo sguardo innocente col quale Oat vede gli adulti e le sue goffe maniere per cercare di sanare quel mondo ingiusto e tarato. E in questo sa essere poetico e dolce, mostrando come talora la vita sia come la dama, in cui bisogna giocare sì al meglio ma anche cercando di prevedere anche le mosse altrui. E cercando soprattutto di vincere ad ogni costo.

Vincenzo Patanè
**** (4 stelle)

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ONTHAKAN (The Blue Hour) di Anucha Boonyawatana

Il thailandese Onthakan è un film davvero strano, che nasce in modo lento e silenzioso come una ordinaria storia di omofobia, bullismo, squallore morale e sociale e si trasforma da un momento all’altro in un horror allucinato e visionario, lasciando lo spettatore un po’ spiazzato.
Il timido Tam è un ragazzino davvero sfortunato: picchiato e incompreso in casa, vittima di feroce bullismo a scuola. Tutto sembra cambiare quando Tam conosce con internet un ragazzo più grande e molto più esperto di lui, Phum. Tra i due oltre al sesso si instaura un tenero rapporto affettivo. Phum però è un tipo piuttosto incasinato; qualche sospetto viene da subito, visto che sceglie come luoghi di incontro posti come una piscina infestata da spiriti maligni e assassini, oppure una discarica dove vengono anche gettati i cadaveri di gente ammazzata. Inoltre Phum è anche pieno di debiti. Come se tutto questo non bastasse a rovinare la fragile felicità appena trovata di Tam, ci si mettono pure anche gli spiriti.

R. Mariella
** (due stelle)

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Sezione TGLFF EXTRA – KM 0 GLI ITALIANI

Anche quest’anno si conferma la quasi assenza di lungometraggi italiani (con la felice eccezione del film di Roberto Cuzzillo), per cui ci dobbiamo accontentare di cortometraggi e documentari, alcuni dei quali per altro anche molto validi, tra questi si segnalano sempre più spesso lavori girati nel sud Italia, Sicilia e Puglia in particolare. Dei film visti questo pomeriggio, ci sono piaciuti molto il corto ‘Il Tuffo’ di Toni Picheri e il documentario Amara di Claudio Mollese, entrambi girati in Puglia.
Il tuffo‘ di Toni Picherri, ispirato da un racconto di Filippo Timi, è un corto che parla di una storia autobiografica ambientata nel Salento: una relazione tra due cugini, poco più che adolescenti, dei quali uno è inizialmente davvero innamorato, mentre l’altro è fermamente deciso a mantenere la storia all’interno di un rapporto basato solo sul sesso e su incontri nascosti. Il film parte come un video clip musicale, per poi diventare parlato, ma già le sole immagini, bellissime, ci spiegano tutto. Ci dice il regista che i giovani attori sono eterosessuali e non hanno avuto nessun problema a recitare nel film e a vederlo proiettato in pubblico.
Amara‘ di Claudia Mollese è un bel documentario ambientato a Lecce, incentrato su di un personaggio molto conosciuto a livello locale, la ‘Mara’, una trans nata negli anni ’30, che negli anni ’50 era uno dei primi travestiti ad esercitare la professione più vecchia del mondo in giro per l’Italia. Tornata a Lecce apre una casa di tolleranza, chiamata la villa dei leoni, e con varie attività più o meno lecite accumula un ingentissimo patrimonio economico. Più di settanta appartamenti nel centro storico di lecce, affittati perlopiù a transessuali e prostitute e diversi miliardi di lire. Quando muore nel 2001, lascia tutto ad un convento di suore, che si affrettano a monetizzare il tutto e alla sua salma viene rifiutato il funerale in Duomo. La regista torna sui posti della Mara e trova la città molto cambiata. Quattro donne che la conoscevano parlano di lei per poi parlare di se stesse e del loro mondo. Tutti personaggi pittoreschi e un po’ sgarruppati, e la regia con grande intelligenza adegua il suo stile a quei resoconti stralunati e surreali.
Abbiamo anche visto:
Nell’Immensità‘ di Anna Romano. Il film gira attorno alla canzone del titolo, nella versione di Mina. Il protagonista è un ragazzo sposato con una ragazza, che si esibisce all’insaputa della moglie come Drag Queen. La nascita di un figlio mette in crisi la doppia vita che si era creato. Il film è stato realizzato, con pochi mezzi, durante Cinemadamare, un festival estivo itinerante nel sud Italia. Il protagonista è Enzo Musmanno, che ha collaborato anche alla sceneggiatura.
Un mostro chiamato ignoranza‘ di Alessandro Antonacci. Il film tratta i temi dell’amore gay, delle adozioni e dell’omofobia e, secondo l’autore, vuole mostrare quanto possa essere bella una famiglia composta da due padri o da due madri, e come un bambino possa crescere sano, felice e sereno in una di queste famiglie, mentre l’ignoranza e l’omofobia possono distruggere una famiglia felice. Il film si rivolge più che ad un pubblico LGBT , ad un pubblico eterosessuale che non conosce questo mondo e che non ha idea di come possa funzionare una famiglia fondata su due padri . Come riconosce lo stesso autore, il film può sembrare troppo semplice per un pubblico LGBT, che già conosce di cosa si sta parlando. E in effetti a noi questo corto, pure girato molto bene, anche tenendo conto della giovane età del regista, ci è sembrato, almeno nella prima parte, un po’ troppo semplificato, appiattito ad una situazione adeguata alla famiglia felice della pubblicità dei ‘Quattro salti in padella’.

R. Mariella

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WHILE YOU WEREN’T LOOKING di Catherine Stewart

Il Sud Africa vive oggi molte contraddizioni. Superata l’Apartheid, ora è evidente il divario tra una borghesia composta da bianchi e neri molto agiata che parla inglese e la massa dei neri che vivono in baraccopoli periferiche, dove sono di casa stupri e violenze. Riguardo all’omosessualità, il Sudafrica ha ereditato da Mandela una delle Costituzioni più avanzate al mondo, del 1994, che garantisce agli omosessuali il diritto di sposarsi e adottare, ma la società rimane a tutti i livelli fortemente omofoba.
Il film segue tre diverse storie, un piccolo spaccato della variegata realtà LGBT sudafricana. Una coppia di lesbiche benestanti, messa in crisi dal tradimento, composta da una donna bianca e una nera. La loro figlia, che prima è fidanzata con un ragazzo e poi si innamora di una tomboy, una ragazza che si traveste da uomo, e che abita in una squallida baraccopoli. Un amico di famiglia, insegnante bianco, che è ancora innamorato di un ragazzo nero rivoluzionario, col quale aveva avuto una relazione, ma che adesso è sposato con figli, ricco ed omofobo.
Sorprende che un film girato e recitato così bene sia un’opera prima. In realtà però la regista Catherine Stewart era già nota come autrice televisiva e in effetti vedendo il film si ha l’impressione che una trama così complessa e ricca di personaggi avrebbe anche potuto essere utilizzata per una fortunata serie televisiva.

R. Mariella
***** (cinque stelle)

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DRIFTING di Amos Guttman

Primo film di questo autore israeliano, entrato nella storia del cinema gay, al quale il festival dedica una encomiabile rassegna quasi completa delle sue opere. Questo è stato il suo primo film ed anche il primo film israeliano a mettere in primo piano storie e personaggi gay. Lo stile è fassbinderiano, il coraggio dei temi presentati è avanguardistico. Molto autobiografico (anche se il regista in realtà non ha mai visuto coi nonni), ci racconta la vita gay di quegli anni, i primi ’80, in Israele, dove erano ancora essenziali i parchi di battuage, di un gruppetto di omosessuali alle loro prime esperienze. L’ebbrezza del sesso libero e facile si scontra con il desiderio intimo di trovare la persona giusta, cosa come sempre non facile, soprattutto quando si hanno idee ancora confuse, e una famiglia ed una società che non ti considerano (quando non ti condannano apertamente). Il protagonista, che si è dichiarato da un paio d’anni, è alla ricerca di soldi e collaboratori per fare un film sul tema a lui più caro, il mondo gay. Le difficoltà sono enormi. Chi gli promette soldi per fare il film in realtà vuole solo concupirlo. Anche lui stesso, mentre sta cercando i protagonisti adatti, a volte sembra più interessato ad agganciarli sentimentalmente (e fisicamente) che altro. E’ giovane, è gay, vuole fare un film gay, ma non ha soldi. Ha un amico gay sposato che non può o non vuole dargli nulla di più della sua amicizia, sesso compreso, ma ha paura dei sentimenti. Incontra due gay palestinesi in cerca d’aiuto (in quegli anni non c’era differenza per gli israeliani tra palestinesi e terroristi), ma dovranno scappare appena la nonna torna. Gli amici gay incontrati al parco sono degli emarginati che non si fidano, con qualche ragione, delle sue proposte attoriali. Sono scene semplici, dialoghi brevi ed efficaci, uno stile più teatrale che cinematografico, qualche ripetizione, ma complessivamente un’opera coraggiosa ed esplicita, quasi un manifesto, incorniciato dalle sue dichiarazioni d’intenti all’inizio ed alla fine del film. Le sue idee ed i suoi obiettivi sono chiari: prima di tutto essere se stessi, anche contro il mondo che ti circonda, che per lui significa soprattutto essere omosessuale e vivere l’omosessualità in tutti gli ambiti della vita, lavoro compreso. Per quegli anni, in Israele, non erano scelte da poco.

G. Mangiarotti
*** (tre stelle)

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HAPPY END?! di Petra Clever

Un’opera discontinua sia nello stile che nella storia raccontata, ottima nel presentarci due figure di donne molto differenti, anche nell’età, una giovanissima e l’altra vicina ai quaranti, ma dispersiva e poco credibile quando si trasforma in un rocambolesco road movie poliziesco con finale strappalacrime. Peccato perché l’incontro tra una lesbica dichiarata, integrata, disinibita, sicura di sé, ed una 19enne cresciuta sotto le troppo premurose cure di un padre avvocato che non ha ancora superato la prematura perdita della compagna, era molto interessante e promettente. La giovane deve accettare la sua omosessualità, mai nemmeno accennata al padre che riversa sulla figlia tutte le sue aspettative, deve liberarsi dal vincolo troppo stretto ed assillante col genitore, e soprattutto deve chiarire cosa fare della sua vita, scegliere tra un futuro già programmato, o iniziare una lotta per liberarsi di tutto, soprattutto delle sue paure. Sembrano perfetti sia il momento che il tipo della persona che incontra (in modo del tutto fortuito ma curioso e godibilissimo), la lesbica di cui parlavamo sopra. Anche lei ha un grosso problema da superare, molto connesso al suo lavoro in un ospizio per donne anziane che attendono solo di morire. Quando i temi diventano troppi e si svrappongono il film perde di efficacia ed esce dai binari perfetto sui quali era partito. Attendiamo la regista ad una prova più coerente, le qualità non le mancano.

G. Mangiarotti
** (due stelle)

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UNTER THE HAUT di Claudia Lorenz

Per noi il film più bello tra quelli che siamo riusciti a vedere oggi. Era presente la regista che alla fine del film ci ha informati su molti aspetti e contenuti del suo lavoro. Il pubblico, molto partecipativo e colpito dalla tematica affrontata in modo inusuale, ha rivolto interessanti domandi alla regista (purtroppo interrotte per mancanza di tempo).
La storia del film, che la regista ha detto di avere ricavato dalle esperienze personali di alcune sue amiche (una donna le scriveva ogni mese per raccontarle l’evoluzione delle sue reazioni psicologiche), è molto semplice: dopo 18 anni di matrimonio e tre figli un marito incontra su internet un uomo, se ne innamora, e deciderà di abbandonare la famiglia per andare a vivere con lui. La prima cosa originale del film è che la storia, cosa inusuale nei film del circuito gay, viene raccontata prevalentemente dal punto di vista della moglie tradita ed ancora innamorata. Una realtà che spesso veniva liquidata in poche scene, con la donna inorridita che cacciava il marito ‘mostro’ ed i figli che si sentivano tristemente coinvolti anche per il loro futuro. Tutto questo nel film cambia. Anzitutto non ci sono mostri ed il tradimento gay ha quasi le stesse conseguenze di un tradimento etero, se non fosse per gli interrogativi che giustamente i famigliari si pongono riguardo alla storia passata (il figlio chiede cosa pensasse il padre quando l’ha concepito, e la moglie teme di non essere mai stata veramente amata). Poi la moglie, farà di tutto per tenersi il marito anche se è gay (ti perdono tutto, basta che tu mi stia vicino), ed i figli continuano tranquilli la loro vita e le loro storie, preoccupati solo del dolore della madre. L’unica accusa che viene rivolta all’uomo è quella di essere egoista, di pensare solo a se stesso. E lui risponde che per 18 anni si è sacrificato per loro, ha dato tutto a loro, ma ora sente arrivato il momento di vivere anche per se stesso, di sperimentare una felicità a lui finora sconosciuta. Le scene con il marito ed il suo nuovo compagno sono pochissime ma assolutamente efficaci (l’amore col compagno nel bosco mentre tentava di fuggire da se stesso è esplicativa al massimo) per farci comprendere che anche per lui la cosa non è stata facile. Ma, come dicevamo, il film è centrato sul dramma della moglie, che un’ottima interpretazione rende altamente credibile in tutte le sue sottigliezze e complicazioni. Un film che meriterebbe una grande distribuzione, sia per l’efficace composizione della sceneggiatura, che per l’originalità che rivela in una tematica non nuova, che per le ottime interpretazioni.

G. Mangiarotti
**** (quattro stelle)

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AYA ARCOS di Maximilian Moll

Interessante opera di un regista tedesco che indaga nell’ambiente dei prostituti di una Rio de Janero periferica. I protagonisti sono in verità un intellettuale 50enne, omosessuale, scrittore in crisi creativa ma soprattutto esistenziale. Edu, è un uomo che ha vissuto diverse esperienze gay, anche con coetanei, che però sembra avere dato più importanza al sesso che ai sentimenti, seminando a volte, senza nemmeno accorgersene, delusioni e sofferenze in coloro che l’hanno amato e si sono sentiti abbandonati. Adesso ha incontrato un prostituto, Edu, giovanissimo (21 anni), che col suo attaccamento lo sta mettendo in crisi. Sembra amarlo sinceramente, cosa per lui difficile da credere ma anche forse da comprendere. Potrebbe rimettersi in gioco considerando per la prima volta, oltre al sesso, anche la parte sentimentale. L’idea di una storia lo sollecita, ed inizia a fare qualche richiesta di garanzia. Come ad esempio un test sull’HIV ed una certezza che l’amico usi sempre il preservativo. Ma per Fabio, un giovane che sta scoprende le gioie di una vita libera e spensierata, sono cose superflue, inutili complicazioni. A lui basta amare e godersi la vita, compagno compreso, senza escludere amici e altri clienti. Edu però è giovanissimo e le sue inclinazioni potrebbero cambiare, spoprattutto se sollecitato da una persona che gli volesse bene. I problemi più grossi sono per Edu, soprattutto quando scopre di essere sieropositivo e quando vede coi suoi occhi che il suo Fabio, oltre a prostituirsi si diverte anche in orgette coi compagni di lavoro. Cosa fare? Si deve liberare del prostituto-amante? E rimanere per sempre solo, con se stesso e l’HIV? Il problema vero è Fabio o è lui stesso, che non sa ancora fare della sua vita? Brava la regia che riesce a farci entrare in questa complessa situazione, senza mai propendere per l’uno o per l’altro dei protagonisti, lasciandoci in sospeso fino alla fine, che forse non è la più attesa ma sicuramente la più realistica. Il film ha qualche lacuna di sceneggiatura e forse di scenografia (troppe ripetizioni) ma riesce a farci entrare nella complessità della situazione.

G. Mangiarotti
** (due stelle)


29 aprile 2015 – SERATA DI APERTURA DEL 30° TGLFF

Effervescente serata d’apertura del TGLFF, con il direttore Giovanni Minerba in completo rosa e Angelo Acerbi in un più classico grigio perla, un ghiotto spunto per ironici riferimeti alle recenti battute di Armani contro l’abbigliamento dei gay, coadiuvati dalla spigliata Carolina Crescentini in veste di madrina, che ha portato in sala deliziosi momenti poetici leggendo brani dal libro “Corti d’autore”, una pubblicazione di brevi racconti di autori gay in omaggio al 30mo del TGLFF. Irene Grandi, in ottima forma, ci ha regalato applauditissime interpretazioni di alcune sue canzoni. Di seguito una dettagliata trascrizione degli interventi della serata, terminata con il lungo elenco dei ringraziamenti ai vari collaboratori e sponsor del Festival (peccato che non si ricordino mai di cinemagay.it)

La madrina del festival, l’attrice Carolina Crescentini, ci ha introdotto come primo ospite della serata una ragazza, ‘la prima nata in Italia da due padri, uno romano e uno pugliese‘. Torinese, volontaria del festival da più di sei anni, è nata nell’1986, quindi ha 30 anni, proprio come il festival. Sulle note di Tanti Auguri di Raffaella Carrà entrano quindi in scena Angelo Acerbi, nella veste di presentatore della serata e il Direttore del festival Giovanni Minerba, che consegnano alla ragazza una torta con sopra un gigantesco numero 30. Carolina Crescentini e Acerbi si lanciano quindi in una gag basata sul fatto che quando la Crescentini lavorò in Boris non era capace di pronunciare la parola ‘gioielliere’.
Giovanni Minerba, torna poi alle cose serie ricordando che la settimana scorsa a Torino una strada è stata intitolata a Ottavio Mai: “Viale Ottavio Mario Mai, 1946-1992, Regista e attivista per i diritti degli omosessuali ” . Acerbi ci rivela il motivo della gag della ragazza con due padri : i due padri putativi sarebbero Ottavio e Giovanni, uno romano e l’altro pugliese.
Durante tutta la serata, tra i vari interventi, Carolina Crescentini ha letto alcuni dei racconti contenuti nella raccolta “Corti d’autore. 16 autori raccontano il cinema“, libro appositamente pubblicato dal Museo del Cinema per celebrare i 30 anni dei TGLFF. Tra tutti molto bello il primo di Ivan Cotroneo. Gli accompagnamenti musicali della serata sono invece tutti ispirati alla Disco Music e al film di inaugurazione ‘54: The Director’s Cut‘ di Mark Christopher.
Acerbi snocciola poi un po’ di numeri: in trent’anni il festival è stato seguito da quasi un milione di spettatori, ha presentato più di cinquemila titoli, ha avuto più di cinquecento ospiti, sono stati presentati più di un centinaio di libri e ha avuto oltre duecento giurati.
Arriva quindi il momento della presentazione delle giurie. Acerbi invita sul palco due giurati della giuria dei lungometraggi Yair Hochner e Beatrice Merz. Yair Hochner è il direttore del festival di Tel Aviv e ha prodotto uno dei film che fanno parte dell’omaggio a Amos Guttman. Beatrice Merz è collezionista d’arte e presidente della fondazione Merz. Quest’anno il Premio del pubblico è stato allargato e comprende trenta titoli, tra i quali sia i nove titoli del concorso ufficiale che i titoli del concorso Queer. La giuria del concorso cortometraggi è composta da studenti della Accademia di Belle Arti e, come tutor, dal regista sudafricano Antony Hickling. La giuria del premio Queer è invece composta da studenti del Dams di Torino, coordinati dal tutor Sebastiano Riso, regista di ‘Più buio di mezzanotte’.
Giovanni Minerba invita poi sul palco il sindaco di Torino Piero Fassino che ha salutato il pubblico con un toccante intervento che ha commosso sia Minerba che il pubblico presente: “Un saluto a tutti e un benvenuto soprattutto agli ospiti che vengono da fuori Torino, che è la nostra città. Trentesima edizione di un festival, che come sappiamo, è cresciuto anno dopo anno, ed è cresciuto come uno dei principali attori di una battaglia per i diritti civili, che anno dopo anno ha conquistato terreno. Abbiamo inaugurato qualche giorno fa, con Giovanni, l’intitolazione di una via prospicente l’università, a Ottavio Mai. Sappiamo bene che Ottavio Mai è stato uno dei fondatori del festival, da Sodoma a Hollywood, si chiamò la prima volta e poi via via è cresciuto, è diventato il Torino Gay&Lesbian Film Festival. Abbiamo intitolato questa via per ricordare una persona che ha condotto una battaglia culturale e civile straordinaria e che ha con la sua battaglia, insieme ovviamente a Giovanni e a tanti altri, fatto riconoscere ad una società, che invece non lo riconosceva, il diritto a vivere liberamente il proprio orientamento sessuale, a vivere la propria affettività, a vivere il proprio amore, senza paure, senza timori e senza discriminazioni. Non era affatto scontato, quando si è fatta la prima edizione di questo festival, che si arrivasse fin qui. E probabilmente trent’anni sono stati anche fin troppo lunghi, perché certi riconoscimenti potevano anche arrivare prima, naturalmente. Io credo che se c’è un merito del festival, è che il festival è stato uno dei principali vettori di una battaglia di civiltà e di diritti che oggi ha acquisito un riconoscimento alla libertà di orientamento sessuale, che fino a pochi anni fa era negato e questo tema era relegato nel ghetto della trasgressione. Quindi io penso che per questo si debba essere grati a tutti coloro che al festival hanno creduto, che al festival hanno lavorato in questi anni, che lo hanno concepito non solo come un evento culturale, ma anche come un grande strumento di battaglia civile e democratica e quindi buon compleanno, visto che sono trent’anni, e naturalmente continuiamo insieme questa battaglia per il riconoscimento dei diritti e della libertà di ogni persona“.
E’ seguito quindi il consueto lungo elenco dei ringraziamenti agli sponsor istituzionali, da parte di Giovanni Minerba.
Tra gli sponsor del festival è da quest’anno tornata la Regione Piemonte, rappresentata in sala dall’Assessore alla cultura Antonella Parigi, che è salita sul palco per salutare il pubblico, raccontando un aneddoto: “Quando sono stata nominata assessore, il primo giorno sono arrivata a piedi in ufficio e mi hanno chiesto se volevo cambiare i quadri, io ho risposto ‘mah, mi sembra che vadano bene’. Il secondo giorno mi hanno chiesto se volevo cambiare i mobili, e io ho risposto ‘no, per me vanno bene cosi’. Il terzo giorno mi hanno chiesto se volevo cambiare la tinta delle pareti, e ho detto ‘ma, a me non me ne frega niente’. Il quarto giorno mi hanno chiesto se volevo cambiare le piante. Alla fine ho chiesto ‘mi volete far capire perché tutta questa importanza a cambiare l’arredamento di questo posto’. La risposta è stata: ‘per marcare la discontinuità’. Io ho risposto che avevo degli altri modi per marcare la discontinuità, e questo è uno di quelli”.

Finiti i ringraziamenti agli sponsor privati è salito sul palco Mark Christopher, regista del film di inaugurazione del festival ’54:The Director’s Cut’.
Sette anni fa Mark era venuto al TGLFF festival di Torino, come giurato e si era portato dietro una copia del suo film rimontato, che venne mostrato al pubblico in una proiezione non ufficiale e successe quasi una rivolta, sono dovuti intervenire i carabinieri. Questo fatto contribuì a convincere la casa di produzione a permettere il rimontaggio del film.
Ci sono voluti 17 anni per tornare alla versione pensata originariamente dal regista. Ci sono voluti sei mesi per rimontare tutto perché in realtà si tratta di tutto un altro film rispetto alla prima versione del film uscita, un’altra storia, altri personaggi, altre situazioni. In quella versione il regista era stato costretto ad aggiungere mezzora di film. Ora il regista ha tolto quella mezz’ora e aggiunto altri 40 minuti originariamente girati e non usati. Alcuni di questi spezzoni sono stati ritrovati in uno scatolone nella cantina di un amico. Poiché non si sono trovati tutti i negativi originali in nastro, alcuni spezzoni hanno una immagine sporca, molto anni ’70.

Ha concluso la serata il concerto di Irene Grandi, che ha interpretato quattro canzoni tra le quali ‘Bruci la città‘ ha entusiasmato il pubblico.

“54: THE DIRECTOR’S CUT” di Mark Christopher

54: The Director’s Cut“, film scelto per la serata inaugurale, era accompagnato dal regista Mark Christopher (che, invidiabile, vestiva uno degli abiti indossati nel film dall’allora 23enne Ryan Phillippe), che ha sottolineato come in realtà non si tratti di un director’s cut ma di un film nuovo, frutto di un lungo lavoro di smontaggio e rimantaggio, con più di 40 minuti di scene nuove, corrispondente al film che avrebbe voluto fare alle origini se non fosse intervenuta la pesante censura della Miramax-Disney. Lo spettatore attento potrà individuare le scene aggiunte per una leggera minore definizione delle immagini, quasi tutte contenenti il bel protagonista (anche un rear view totale). Peccato che il nuovo film non sia destinato alle sale ma solo ad una breve circolazione nei festival (bravissimo il TGLFF che è riuscito ad averlo) fino al mese di giugno 2015 quando verrà completamente ritirato per iniziare il sul lungo viaggio su iTunes. Christopher ha giustificato la scelta (per noi opinabile) dicendo che oggi la via digitale, soprattutto negli USA, è una delle più usate. Come ha spiegato Christopher, questo nuovo film, che ci permette di conoscere più intimamente i tre protagonisti principali, è più ricco di tematiche e contenuti cari al regista, come la genesi di un triangolo amoroso che si trasforma pian piano in una nuova famiglia, senz’altro in anticipo sui tempi (siamo negli anni ’70) e soprattutto inaspettata all’interno di un ambiente discoteca dominato da sesso e droga (il regista ha detto che spesso l’amore lo troviamo dove meno ce lo aspettiamo). Un altro dei principali meriti di questo nuovo film, che sempre secondo il regista nasceva da un’ispirazione datagli dal bellissimo Cabaret, è quello di evitare momenti melodrammatici (anche la morte dell’anziana donna sulla pista da ballo ha più un messaggio di cambiamento che di tragedia) per insistere invece sull’analisi senza retorica del tramonto di un’epoca e di certi costumi. Anche il personaggio gay di Steve Rubell (interpretato da un ottimo Mike Myers), direttore del locale, abilissimo nel reclutare i giovanotti più sexy e disponibili, alla fine si arrende senza fuggire, consapevole della fine di un’epoca e delle sue degenerazioni. Impossibile non restare ammaliati dal fascino (e anche dalla bravura) dei due protagonisti maschili, un Shane (Ryan Phillippe) che si era illuso di trovare la felicità in un mondo che sembrava promettere tutto, e Greg (Breckin Meyer), consapevole che il suo vero tesoro è la moglie (Salma Hayek) ma che scopre la possibilità arricchirlo accettando anche l’amore di Shane. Storie e temi sicuramente già visti ma che un’ottima regia sa rinverdire con autenticità e passione. Non è sempre facile ricostruire un’epoca ed un ambiente del passato, anche se recente, cogliendone lo spirito e le contraddizioni essenziali.

G. Mangiarotti
**** (quattro stelle)

ALCUNE IMMAGINI DELLA SERATA

Arpista
Massimo Fenati e Mark Christopher
Carolina Crescentini
Darianna
 
Giovannii Minerba
 
Yair Hochner
Piero Fassino e G. Minerba
Piero Fassino
Antonella Parigi
Mark Christopher
Irene Grandi
Mark Christopher e Angelo Acerbi
Irene Grandi
Giovanni Minerba ed Irene Grandi

(a cura di A.Schiavone, G. Mangiarotti, R. Mariella)

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