"POLISSE" IN PRIMA VISIONE UN FILM SCIOCCANTE

sul problema dell’abuso dei minori e tanto altro. Poliziotti, genitori e bambini fotografati nei momenti più cruciali della loro esistenza, senza moralismo, e anche con un certo spirito che alleggerisce.

Diciamo subito che il film è tutto costruito con lo scopo di commuovere e coinvolgere lo spettatore, cosa che potrebbe inficiare il giudizio complessivo sull’opera, solo che questo risultato è ottenuto grazie a scene e recitazioni così realistiche e spontanee da farci dimenticare qualsiasi macchinazione. Anzi possiamo affermare che è proprio questa concentrazione di pathos, di situazioni estreme e pruriginose, in cui vengono a trovarsi quasi tutti i protagonisti del film, dai più piccoli e innocenti ai più anziani e consapevoli, ad essere l’anima e il nucleo vitale di quest’opera premiata a Cannes dalla giuria guidata da Scorsese, un autore che, siamo sicuri, di cinema se ne intende.

La regista Maiwenn, ex compagna di Luc Besson col quale ha avuto un figlio all’età di 16 anni, per preparare il film si è attivamente documentata sul campo seguendo la BPM (Brigade de Protection des Mineurs), il reparto della polizia che deve occuparsi della protezione dei minori dagli abusi di ogni genere. Peccato che poi la polizia non abbia voluto partecipare alla lavorazione del film, temendo di non essere presentata positivamente. In effetti lo sguardo della Maiwenn non concede troppo ai poliziotti che vengono seguiti tanto sul lavoro quanto nella loro vita privata, rendendoci a volte difficile comprendere dove stiano le difficoltà maggiori. Nel finale sembra quasi che la regista voglia puntare il dito contro il loro fallimento. “Non posso cambiare il mondo” dice uno di questi poliziotti che vedrà castigato, dai suoi superiori, il suo sentito e altruistico impegno.

Un’altro pregio del film è quello di risultare un’opera corale e nello stesso tempo con protagonisti e storie molto ben delineate. Diverse situazioni si susseguono, quasi tutte scioccanti, dagli interrogatori ai genitori e ai bimbi abusati, mostrati spesso senza privilegiare una parte o l’altra, addirittura con momenti che strappano la risata (come quando una mamma dice placidamente che per calmare il figlioletto deve masturbarlo), all’incursione in un campo rumeno dove vengono sfruttati i bambini, alla rocambolesca missione in un centro commerciale, alla ricerca della madre che ha rapito il proprio figlio (che gli vediamo cadere per terra mentre litiga per strada), alla madre senzatetto che si presenta spontaneamente per abbandonare il figlio nella speranza che abbia una vita migliore (impossibile non commuoversi fino alle lacrime davanti alle urla del bambino). Ma, come dicevamo, altrettanto intense e drammatiche sono le situazioni personali dei poliziotti coinvolti, dalle discussioni all’interno della polizia (dove questa sezione è trattata come se fosse la meno importante), alle situazioni private di ciascuno, con quasi tutti alle prese con crisi di coppia per i più disparati motivi. Non manca una bella storia d’amore che ha sullo sfondo anche il nostro Scamarcio, deluso dalla scelta registica di tagliare quasi completamente la sua parte.

Nel film abbiamo solo una breve storia gay con un pedofilo maestro di ginnastica scoperto dentro un gabinetto della scuola insieme ad un bambino. Alla fine vediamo il bambino parlare con la poliziotta e dimostrarsi dispiaciuto per quanto accaduto al suo maestro. La poliziotta spiega al bambino che la pedofilia è una malattia e quando il bimbo le chiede perchè allora il suo maestro sia stato mandato in carcere anzichè in ospedale, questa riamane senza parole. Argomento trattato con molta delicatezza dalla regista, che forse avrebbe avuto bisogno di qualche approfondimento.
Forse, ma è solo la nostra fantasia a suggerircelo, qualche venatura di omosessualità repressa potrebbe trovarsi nella problematica figura di una poliziotta anoressica, che cerca l’amicizia di una collega e dice di odiare i maschi, cosa che potrebbe spiegare meglio quanto succede nel drammatico finale del film. Parlando di questo con chi, etero, aveva visto il film insieme a me, mi sono sentito accusato di deformazione da orientamento (poco professionale).


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