Quinto giorno del 26mo Torino GLBT Film Festival

La prima nazionale del doc di Angelo Pezzana sulla storia del FUORI. Un doc, “Gen Silent”, sulle difficoltà che i gay possono incontrare nella terza età. Un bel film sul desiderio di paternità dei gay “Rosa Morena” (foto a lato). Un film su una lesbica cacciata dall’esercito (più simile ad un …

Di seguito le recensioni dei principali film presentati nella quinta giornata del festival, con ancora interessanti documentari, come “Gen Silent” e “Curuk, the Pink Report“, l’anteprima nazionale del doc che ci racconta la storia del Fuori e la nascita del movimento gay italiano, più un film basato su una storia vera, “A Marine Story” che racconta le vicissitudine di un’ufficiale donna cacciata dall’esercito perché ritenuta omosessuale, film che potrebbe essere il pilot di una serie tv, e il curioso “Rosa Morena” del brasiliano Carlos Augusto Oliveira, regista che vive e lavora tra Danimarca e Brasile, opera prima che ci racconta le disavventure di un gay 40enne deciso a volere un figlio adottivo (e forse qualcosa di più) probabilmente nel modo più difficile.

GEN SILENT di Stu Maddux

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8/10
  
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poesia
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erotismo
queer

Intenso ed emozionante il documentario “Gen Silent” di Stu Maddux che ci ricorda con immagini e situazioni scioccanti come possa essere triste, dolorosa e drammatica la vecchiaia delle persone Lgbt. Il doc, girato con molta cura, sia nel montaggio che nella fotografia (potremmo definirlo ‘la poesia del dolore’) ci racconta la storia di un trans, di una coppia gay e di una coppia lesbica che devono affrontare una difficile vecchiaia. Il film inizia spegandoci come in America (ma pensiamo che potrebbe succedere ovunque) molti gay che hanno partecipato in prima persona alle lotte di emancipazione del movimento gay a partire dagli anni ’60, si trovino oggi a dovere regredire in quelle condizioni di clandestinità e paura, nascondendo la propria omosessualità, per timore di trovarsi indifesi e soli, soprattutti se malati, in balia di istituti di ricovero dove sia il personale che gli ospiti potrebbero deriderli o trattarli male. Per questo motivo preferiscono tacere della propria sessualità (e di tutta la loro storia), mortificandosi nella libertà, chiudendosi in se stessi ed isolandosi dal mondo esterno. Il film ci mostra come il movimento gay americano stia cercando delle soluzioni a questo problema, attivandosi per assistenze continue, progettando residenze per gay anziani, facendo corsi di formazione per il personale degli istituti di ricovero. Qualche risultato inizia ad ottenersi ma il cammino è ancora lungo. Enzo Cucco, presentando il documentario, ha spiegato come anche in Italia ci siani gli stessi problemi, che in passato si è cercato di fare qualcosa ma poi, per diversi motivi, la cosa si è bloccata. Ha quindi rivolto un appello a tutti perché si possa riprendere a fare delle iniziative concrete anche su questo fronte, spesso trascurato e dimenticato da tutti, perché il mondo gay non è composto solo da giovani o giovanissimi ma anche da persone anziane che spesso sono proprio le più bisognose.

FUORI! Storia del primo movimento omosessuale in Italia (1971-2011) di Angelo Pezzana, Enzo Cucco

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8/10
  
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queer

In anteprima nazionale è stato proiettato il documentario che racconta la nascita del movimento gay in Italia. Angelo Pezzana spiega che , dopo aver letto nel 1971 un articolo su un quotidiano nazionale che per l’ennesima volta definiva gli omosessuali come dei malati da curare, fu lui stesso a mobilitarsi per creare anche nel nostro paese una organizzazione in difesa degli omosessuali, sul modello di quelle esistenti da anni in USA e nel nord Europa. All’inizio riunendosi in case private, progettarono subito la pubblicazione di un mensile, chiamandolo FUORI come traduzione italiana del termine OUT usato in America, che raccogliesse le testimonianze e gli scritti deimilitanti gay internazionali più famosi. Nel 1972 abbiamo la prima manifestazione pubblica degli omosessuali davanti al casinò di Sanremo che ospitava un congresso di psichiatri sempre sull’argomento dell’omosessualità da curare. Entrando come psichiatri intervennero dicendo che questo problema poteva essere affrontato solo dagli omosessuali stessi e ruppero fialette puzzolenti all’interno della sala facendo sospendere il convegno. Questa iniziativa ebbe una risonanza internazionale e per la prima volta si parlò esplicitamente di omosessualità sulla stampa al di fuori delle pagine di cronaca. Dopo un paio di anni avviene l’affiliazione del FUORI con il partito radicale e la nascita di decine di sedi in tutto il paese. Il documentario continua arrivando fino ai nostri giorni che vedono la trasformazione della Fondazione Sandro Penna in Fondazione FUORI che ha come obiettivo la celebrazione dei 40 anni di storia del FUORI. Speriamo che sull’esempio di questo interessante doc anche gli altri movimenti gay italiani riescano a raccontarci con film o doc la loro memoria storica, fondamentale per andare avanti senza ripetere gli errori del passato.

CURUK THE PINK REPORT di Ulrike Bohnisch

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7/10
  
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queer

Di tutt’altro argomento e situazioni parla CURUK THE PINK REPORT della regista tedesca Ulrike Bohnisch, presente in sala, che raccoglie le testimonianze, rigorosamente anonime e a viso coperto, di giovani turchi alle prese con le difficoltà di ottenere l’esonero dal servizio militare in quanto omosessuali (categoria parificata dall’esercito ai disabili e ai disturbati mentali) . L’anonimato è reso necessario perché Il solo fatto di parlare dell’esercito turco in termini critici espone al rischio di essere arrestati come terrorista. Dalle testimonianze emerge che nella società turca un ragazzo che non assolve al dovere di fare il servizio militare espone i propri parenti al disonore nei confronti della comunità e per questo il ragazzo rischia di essere cacciato di casa. Nella società turca è considerato omosessuale solo chi è sessualmente passivo, e chi viene riconosciuto come tale, si espone al rischio di subire (durante il servizio militare o anche da civile, tornando a casa tardi la sera ) pestaggi e violenze sessuali da parte di persone che praticando sesso anale attivo sono considerate eterosessuali. Solo in alcuni quartieri di Istambul i gay possono vivere quasi liberamente.
Un ragazzo che ha il coraggio di chiedere l’esonero deve subire una lunga serie di interrogatori ed esami. Contravvenendo a elementari regole di rispetto dei diritti umani sancite da leggi internazionali, le commissioni esaminatrici dell’esercito turco hanno a volte sottoposto i ragazzi a visite anali o richiesto di vedere fotografie dove fosse evidente che il ragazzo praticava sesso passivo. Ottenuto finalmente l’esonero, il ragazzo si ritrova la strada sbarrata all’ottenimento di qualsiasi impiego pubblico.
In questo documentario solo un giovane parla a viso scoperto, perché è emigrato in Germania. Purtroppo anche li ha trovato esempi di discriminazione, ma almeno esiste una legge contro le discriminazioni a cui appellarsi per fare valere i propri diritti. In Turchia l’omosessuale non ha neanche coscienza che i suoi diritti sono continuamente violati.
La regista Ulrike Bohnisch ha studiato e lavorato in Turchia per un certo periodo di tempo. Qui ha fatto amicizia con alcuni omosessuali e si è resa conto che i problemi che raccontavano erano in qualche modo simili a quanto succedeva riguardo alla discriminazione delle donne. Camminando la sera per strada capitava alla stessa regista di venire importunata e per questa gente era nomale che una donna che cammina da sola la sera riceva questo tipo di attenzioni. La regista si è resa anche conto che la gente non voleva parlare di questo tipo di argomenti. La raccolta delle testimonianze è durata circa un anno e mezzo anche perché la regista ha dovuto parlare a lungo con i vari testimoni per conquistare la loro fiducia. (R. Mariella)

ROSA MORENA di Carlos Augusto Oliveira

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8/10
  
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queer

Un film sul desiderio di paternità di Thomas, un gay benestante danese, 40enne, che dopo il rifiuto di un’adozione nel suo paese, decide di recarsi in Brasile dove è possibile ‘acquistare’ un figlio. Accolto dall’amico Jacob, un connazionale che ha messo su famiglia in Brasile, si fa portare da un avvocato che potrebbe procurargli un bimbo illegalmente, probabilmente rubato, cosa che scandalizza Thomas e lo fa scappare dallo studio. Jacob lo porta quindi da una giovane donna incinta, Maria (la bellissima attrice Iben Hjejle presente in sala) che sarebbe disposta a vendergli il figlio. Le richieste, anche se onerose, vengono esaudite con entusiasmo da Thomas, che si sente già padre. Finora il film si presentava con uno stile quasi documentaristico che arricchiva la storia, facendoci conoscere una realtà ambigua che mescola problemi di adozione a sospetti di pedofilia. Dal momento in cui Maria partorisce il neonato, la storia prende il sopravvento e ci mostra tutta la debolezza e le incertezze di Thomas, che si lascia ingenuamente coinvolgere nella ragnatela della nuova famiglia composta oltre che da Maria e dal bimbo, dalla sorella di Maria e da suo marito, che Thomas suppone sia il padre del bimbo. Al culmine dell’intrigo abbiamo una piccola orgia di sesso tra Thomas, Maria e il suo bel cognato. Thomas commette quindi un errore dopo l’altro, iniziati con la scelta di restare anche dopo la nascita del bimbo (anziché tornare subito in danimarca col nuovo figlio) con la scusa dell’allattamento materno, in realtà perché Thomas, corteggiato da Maria, s’illude d’aver trovato il calore di una nuova famiglia. Quando finalmente inizierà a capire che si tratta di un raggiro organizzato, farà una scelta ancora peggiore… La storia, nonostante il solito gay che s’innamora di una donna, è assai credibile e ci offre oltre ad un realistico confronto tra i bisogni di un ambiente estremamente povero (le favelas brasiliane) e le illusioni di una classe benestante che pensa di poter compoerare tutto, il ritratto di una persona fondamentalmente generosa ed umana che si trova ad affrontare da sola un momento risolutivo della sua vita.

BECOMING CHAZ di Fenton Bailey e Randy Barbato

voto
7/10
  
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Documentario che segue il percorso di transizione da donna a uomo di Chastity Bono, la figlia di Sonny Bono e Cher.
Chastity si era dichiarata lesbica alla stampa svariati anni prima e aveva avuto molte relazioni lesbiche. Tuttavia da sempre si era sentita scomoda nel suo corpo femminile, così ha deciso infine di intraprendere il percorso per diventare un uomo, Chaz Salvatore Bono.
Il primo passo verso questo obiettivo è l’assunzione continua di testosterone, con tutte le conseguenze che porta con sé, in termini di cambiamenti sia fisici che caratteriali. “Becoming Chaz” comincia però con l’operazione chirurgica con cui a Chastity/Chaz è stato tolto il seno, una parte del corpo che sempre aveva mal sopportato.
Chaz non è solo: a supportarlo ci sono i suoi amici e quelli di famiglia, tra cui una coppia di lesbiche che ha pagato il suo intervento, ma soprattutto la sua compagna Jenny. La grande assente è la madre, Cher, che sorprendentemente fatica ad accettare la decisione di Chastity di cambiare sesso e soprattutto il fatto che lo faccia pubblicamente. L’amore per il figlio, ora legalmente e ufficialmente uomo in seguito al cambio di nome, comunque sicuramente avrà la meglio, ma non sarà facile.
Molto interessante la parte finale del documentario, in cui Chaz presenta il gruppo di supporto con cui collabora. Si tratta di un’attività di sostegno per le famiglie, soprattutto per i genitori, il cui figlio/a manifesta fin da piccolo/a la ferma volontà di cambiare sesso, manifesta il disagio che sente nei confronti del proprio corpo e il desiderio di cambiarlo. Chaz si confronta con questi bambini/e e con le loro famiglie, nella speranza che possano avere un’adolescenza migliore della sua, più onesta, più vera. Anche perché, ci spiega, che se si assumono gli inibitori ormonali e in seguito si assume direttamente il testosterone o gli estrogeni, ci sono buone probabilità per cui in futuro questi bambini non dovranno sottoporsi a interventi chirurgici di riduzione del seno o del pene quanto meno.
Chaz Bono resta comunque all’inizio del proprio percorso di transizione e ancora non sa come e quando portarlo avanti. Di sicuro però ora ne ha la forza. (G. Borghesi)

A MARINE STORY di Ned Farr

voto
6/10
  
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Alex viene congedada con onore dai Marines e fa ritorno a casa, in California. Qui ritrova i suoi vecchi amici, che non riescono a capire come mai abbia lasciato l’esercito, data anche la forza predisposizione militare della sua famiglia: sia suo padre che suo fratello sono tuttora arruolati. Attraverso qualche flashback viene rivelato che Alex era oggetto di investigazioni per sospetta condotta omosessuale. Il matrimonio di copertura con un uomo, a sua volta dalla dubbia sessualità, è servito dunque a poco.
Tornata in paese, Alex deve da subito gestire una situazione difficile: lo sceriffo, che ha molta stima e fiducia in lei, le affida una ragazza che per evitare la prigione si dovrà arruolare. L’ex marine cercherà di prepararla ed addestrarla e di farle capire che nella vita si può scegliere di essere migliori, per se stessi e per il proprio paese.
Intanto Alex si gode le sue serate a base di alcol e chiacchierate con gli amici e conosce una donna con la quale passa la notte. C’è qualcuno però che nell’ombra trama contro di lei, come se fosse un ossessione, e le scrive “FAG” (frocio) sulla portiera della macchina e pubblica delle foto di lei con alcune donne. Una di queste è Saffron, la ragazza che sta cercando di aiutare, che inevitabilmente scompare dalla circolazione e torna a frequentare brutte compagnie. Ce la farà Alex a salvarla un’altra volta?
Film di poco spessore effettivamente, ciò che rende interessante “A Marine Story”, oltre alla bellezza statuaria delle protagoniste, è la questione del “Don’t ask, don’t tell”, in vigore nell’esercito degli Stati Uniti. Soltanto recentemente il Presidente Barak Obama è riuscito ad abrogarlo, aprendo così le porte dell’esercito americano anche a gay e lesbiche. Una sentenza storica di enorme importanza, che il film vuole omaggiare, dato anche che è basato su storie vere. (G. Borghesi)

XY ANATOMY OF A BOY di Mette Carla Albrechtsen

voto
7/10
  
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Questo documentario, come il successivo ‘CURUK ThePink Report’, ha la caratteristica, notata spesso nei film di quest’anno del festival , di affrontare con competenza e sensibilità argomenti tipicamente legati all’omosesssualità maschile, pur essendo diretto da un regista di sesso femminile. XY ANATOMY OF A BOY prodotto dalla scuola di cinema di Copenhagen, raccoglie le confidenze di sei giovani omosessuali legate ai loro coming out e alle loro prime esperienze sentimentali e sessuali, parlando con franchezza anche di temi come il primo rapporto anale o della paura ad avere un tale tipo di rapporto. I ragazzi, che forniscono tutti nome e cognome, raccontano le loro storie uno all’altro, per la maggior parte del tempo nudi dentro a delle vasche da bagno e bevendo un bicchiere di spumante. Questo dà ai racconti un’ambientazione rilassata e gioiosa che raggiunge il suo culmine con una liberatoria nuotata in piscina finale. (R. Mariella)

EL MURO ROSA di Enrique del Pozo e Julian Lara

voto
7/10
  
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La Spagna è uno dei paesi che più ha sorpreso negli ultimi decenni per la sua forza e la sua capacità di saper cambiare. Dalla dittatura franchista alla democrazia di Zapatero, questo documentario ripercorre la storia degli omosessuali spagnoli, da carcere e maltrattamenti a matrimonio e parità di diritti.
Data la censura imposta dal regime, il materiale fotografico e video è quasi completamente assente. “El Muro Rosa” si erge su interviste dirette, face to face, con alcune persone che hanno vissuto questo cambiamento, la transizione democratica spagnola. I protagonisti ci raccontano l’iter di riconoscimento sociale e civile della comunità omosessuale in Spagna, dalla legge sui soggetti considerati “pericolosi” emanata dal caudillo alla decreto di Zapatero che consente i matrimoni gay. Non emergono storie personali, ma la condizione generale. Nei primi anni Settanta in Spagna essere omosessuale significava finire in carcere, magari denunciato dalla propria madre oppure da un prete con cui ti eri confessato. In carcere ovviamente la polizia abusava ripetutamente del proprio potere e inoltre ti faceva marciare nudo davanti agli altri carcerati spiegando loro che eri in prigione in quanto omosessuale. Uno dei protagonisti racconta che le alternative erano tre: finire in galera, intraprendere un percorso di “guarigione e riabilitazione” oppure suicidarsi. La “Ley de peligrosidad”, promulgata nel 1970 dai fedeli tecnocrati dell’Opus Dei per conto di Francisco Franco, prevedeva anche la possibilità di “guarire da questo vizio”. La terapia era a base di elettroshock. Per 30 secondi proiettavano l’immagine di una donna nuda e te la facevano guardare in silenzio; poi per i 30 secondi successivi veniva proiettata l’immagine di un uomo nudo e a intervalli regolari facevano partire delle scosse elettriche; poi altri 30 secondi con l’immagine della donna e così via. Nessuno guarì. A parte qualche caso, considerato un successo, di persone ridotte a vegetali a causa delle cariche elettriche.
Francisco Franco morì nel 1975, ma soltanto quattro anni dopo venne abolita questa legge. Mentre i matrimoni gay risalgono a pochi anni fa. Un iter lungo 30 anni, che è costato la vita a molte persone, per chi non l’ha persa e per chi non l’ha potuta comunque vivere.
In tutto questo le donne sono un po’ escluse. Per certi versi è stato decisamente meglio così, ma questo fa riflettere comunque sulla visibilità che le lesbiche, anche in Spagna come in Italia e in tanti altri paesi, riescono ad ottenere. Si parla di diritto di esistenza, ancora una volta negato, sebbene nel male.
I protagonisti lamentano infine l’eccessiva leggerezza degli omosessuali di oggi, che non si mobilitano per la causa perché pensano solo ad avere le proprie discoteche e la propria libertà, senza alcun tipo di memoria storica. A volte riflettere sul fatto che anche in paesi come gli Stati Uniti gli episodi di omofobia non manchino oppure di come Ahmadinejad giustifichi la condanna a morte per i gay in Iran negando l’esistenza dell’omosessualità nel paese. Pertanto, sebbene di passi avanti ne siano stati fatti tanti, di “muri rosa” da abbattere ce ne sono ancora molti. Ma dopotutto, se si è riusciti a buttare giù il Muro di Berlino, nulla è impossibile. (G. Borghesi)

THE SECRET DIARIES OF MISS ANNE LISTER di James Kent

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8/10
  
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Film che ripercorre la vita, ma soprattutto gli amori di Anne Lister, da molti considerata la prima lesbica moderna di Inghilterra. Vissuta a cavallo tra fine Settecento e inizio Ottocento, Anne Lister ha riposto la propria storia nei suoi diari, scritti in parte (nelle parti più scabrose) in codice e soltanto recentemente decifrati. “The Secret Diaries of Miss Anne Lister” si basa appunto su tali diari, dai quali si evince che Miss Lister ha sempre saputo di essere lesbica, anche se non esisteva ancora la parola all’epoca, e si è accettata fin da subito. Complice anche il fatto che fosse un ereditiera e che vivesse con gli zii, entrambi non sposatisi, la signorina Lister ha da sempre rifiutato il matrimonio, sperando invece di poter dividere la propria vita con una donna. Chi la conosceva bene, sapeva delle sue inclinazioni, ma non ne parlava apertamente.
Anne ha avuto soltanto un grande amore nella sua vita: Mariana. Quest’ultima l’ha sempre corrisposta senza vergogna nei momenti di intimità e nei discorsi sul futuro. Tuttavia non si è opposta quando il signor Lawton ha chiesto la sua mano, spezzando così il cuore del suo grande amore. Le due donne non si sono mai scritte nemmeno una lettera per un anno, in seguito al trasloco di Mariana. E infine Anne cercò di farsene una ragione dedicandosi allo studio di greco e latino e cercando un’altra donna che potesse attrarla. Ma quando Mariana le chiede di raggiungerla a Manchester, Anne non esita e lì si promettono amore eterno, con un fidanzamento simbolico: una collana con un anello da scambiarsi quando sarebbero andate finalmente a vivere assieme. Infatti Mariana così aveva promesso all’amante. Le aveva chiesto di aspettare che il marito Charles morisse, immaginando che non ci sarebbe voluto molto e le aveva chiesto di esserle fedele nel frattempo. Anne era così innamorata di lei che accettò senza ripensamenti. Per gli anni successivi si sono viste sporadicamente e sono sempre state insieme. Ma l’insistenza di Anne portò Mariana a confessare di vergognarsi del giudizio della gente. La signorina Lister si rese infine conto di aver bisogno di una persona forte e fiera al proprio fianco e così ruppe il fidanzamento.
Rifiutata la proposta di matrimonio da parte del signor Rawson, Anne Lister decise di diventare un’imprenditrice. La signorina Walker, che a sua volta rifiutava di sposarsi, finanziò i suoi progetti per le miniere di carbone e si mise in affari con lei, trasferendosi nella tenuta dei Lister. Il signor Rawson fece pubblicare una notizia su un giornale solo per dispetto, in cui veniva dichiarato che le due si erano sposate. Questo fu il pretesto perché effettivamente i desideri di entrambe venissero a galla e diede anche il coraggio a Mariana di andare da Anne e dirle che era pronta a lasciare il marito per stare con lei. Sarà l’amore tra le due a vincere oppure anche a questo, anche all’amore c’è un limite?
(G. Borghesi)

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