TORINO FILM FESTIVAL 28: "SONO UNA PUROSANGUE"

Queer cinema a go-go in Burlesque, con Cher e Christina Aguilera, ma al Torino Film Festival si sono potute vedere anche tre tra le migliori pellicole queer dell’anno… Cosimo Santoro dal TFF 2010

Ovvero l’edizione del thriller, dell’horror, dei corpi e dei corpi mutanti, di storie ruvide e spigolose, di tante buone prove di sceneggiatura e regia.
Vince, meglio stravince, l’edizione numero 28 del Festival di Torino Winter’s Bone di Debra Granik, con la protagonista ventenne Jennifer Lawrence che porta a casa il premio per la Miglior Interpretazione Femminile e con altri due premi collaterali.
La diciassettenne Ree, rimasta da sola, deve prendersi cura dei fratellini; ma, al giungere della notizia di un’ipoteca sulla casa, è costretta a mettersi in viaggio alla ricerca del padre, viaggio durante il quale segreti, bugie e un passato fatto di violenze saranno progressivamente svelati.
Tratto dal romanzo Un gelido inverno, “Winter’s Bone” non è tanto un film di “formazione”, perché Ree, infondo, è cresciuta già: è più che altro un film “di reazione” alla drammaticità di vicende dure e personali, nonché uno dei ritratti femminili più belli di questo Festival. Un film profondamente americano, che ricorda il western metafisico di Kelly Reichardt visto a Venezia, Meek’s Cutoff, in cui il western e il viaggio desolato si travestono da thriller e dark movie.

La giuria guidata da Marco Bellocchio, con Barbara Bobulova, Michel Ciment, Joe R. Lansdale e Helmut Grasser, ha dato ex aequo il Premio Speciale al canadese Les Signes Vitaux di Sophie Deraspe e a Las marimbas del infierno del guatemalteco Julio Hernandez Cordon; altro riuscito ritratto femminile il primo, in cui la protagonista, dopo la morte di sua nonna, decide di fare volontariato in un centro di assistenza per le cure palliative, in un crescendo di emozioni e dolore rigorosamente trattenuti e mediati dalla protagonista, per poi essere all’improvviso scaraventati sullo spettatore che giustamente resta incollato alla poltrona, e surreale e strabordante ritratto di tre personaggi (un suonatore di marimba, un ragazzo dal volto sfregiato e un metallaro ex satanista) in un paese di cui si conosce poco il secondo (vincitore anche del Premio Cipputi), in cui a volte stridono con il tono divertente della narrazione piccoli e non riusciti tentativi di analisi sociale.

Jennifer Lawrence ha condiviso il premio per la Miglior Interpretazione Femminile con Erica Rivas, bravissima nel ruolo di una madre problematica che non si occupa di suo figlio e che viene accusata di maltrattamenti in Por tu culpa, dell’argentina Anahì Berneri (che vinse un Teddy alla Berlinale per il film Un año sin amor qualche anno fa); il Premio per la Miglior Interpretazione Maschile va invece a Omid Jalili, il padre ebreo di Infedele per caso (The
Infidel) di Josh Appignanesi. A Henry di Alessandro Piva va, infine, il premio del pubblico, dato quest’anno attraverso il francamente discutibile sistema del voto via sms.

In un’edizione accompagnata da costanti polemiche e dall’occupazione degli studenti universitari, cresciuta del 15% negli incassi, che ha ricordato Corso Salani e che si è trovata costretta a vivere il suicidio di Mario Monicelli, che ha aperto con Contre toi di Lola Doillon e ha chiuso con Hereafter di Clint Eastwood, tante sono state le occasioni per vedere del buon cinema: nella sezione Festa Mobile, che con Deliverance ha omaggiato il grande John Boorman, sono passati Caterpillar di Koji Wakamatsu, 127 Hours di Danny Boyle, Misterios de Lisboa di Raul Ruiz, Neds di Peter Mullan, Tournee di Matthieu Amalric, Poetry di Lee Chang Dong, This Movie in Broken di Bruce McDonald, Requiem for Detroit di Julian Temple e una personale su Ben Russell, vincitore del Premio Cult (solo per citarne alcuni), mentre la sezione Rapporto Confidenziale, quest’anno dedicata al cinema horror, oltre a riospitare John Carpenter, ha sfoderato uno degli horror più violenti e sanguinari mai realizzati: I Saw the Devil del coreano Kim Jee-woon. La sezione Onde ha invece omaggiato Massimo Bacigalupo, e ha proposto il nuovo lavoro dei fratelli Quay, The Mask, e gli interessantissimi corti dei bravi Nicolas Provost (Long Live the New Flesh) e Matthias Muller (che con Christophe Girardet firma Maybe Siam).

Queer cinema a go-go in Burlesque, con Cher e Christina Aguilera, ma al Torino Film Festival si sono potute vedere anche tre tra le migliori pellicole queer dell’anno: Kaboom di Gregg Araki, che qui torna ai toni e allo stile dei film precedenti a Mysterious Skin, con un film “libero”, postpunk e continuamente segnato dalla cultura alternativa, In the Woods, del greco Angelos Frantzis, in cui due ragazzi e una ragazza si lasciano guidare dalla potenza della Natura per liberare i loro istinti sessuali, alla ricerca di una comunione totale, e L’Homme au bain di Christophe Honorè, con François Sagat, Dustin Segura Suarez e Chiara Mastroianni, ispirato al dipinto omonimo di Gustave Caillebotte, un quadro di fine Ottocento piuttosto audace per l’epoca con una figura virile nell’atto di asciugarsi appena uscita da una vasca di zinco. Un film sulla virilità quotidiana e domestica, in cui i due protagonisti fanno di tutto per dimostrarsi che non sono più innamorati. Vicende di una Parigi periferica si mischiano a scene girate a New York, con Chiara Mastroianni che fa se stessa, in un’opera piena di slittamenti di tempo, ma che resta saldamente ancorata ai suoi intenti narrativi. François Sagat è stato protagonista della proiezione di L.A. Zombie, altro titolo atteso del Festival, preceduta dall’estenuante masturbazione del porno attore Tom Colt nel cortometraggio Triviality di Sterling Ruby. Alla presenza di Bruce LaBruce, ilarità e applausi si sono mischiati durante la presentazione fatta dal regista canadese, in cui l’interprete traduce la parola “cazzo” (cazzo vero, cazzo finto, cazzo alieno) per ben tre volte senza fare una piega, e dalla sala volano i “brava!”. Due classici imperdibili nella Retrospettiva dedicata a John Huston:
Riflessi in un occhio d’oro e Lo strano caso Myra Breckinridge di Michael Sarne; ma la grande emozione arriva dall’esperimento di Vincent Dieutre e Jacques Nolot dedicato a Cocteau: Ea3: 3eme exercise d’admiration: Cocteau. Una conversazione telefonica che sembra non finire mai, un monologo che scatena scenari diversi, ricordi di una donna che al telefono piange e grida il suo amore. Un grande esercizio, un cinema quasi clandestino. girato anche in modo clandestino, con problemi di diritti ancora da risolvere. La qual cosa ci auguriamo succeda prestissimo.

Cosimo Santoro

Qui sotto tre immagini dai film, nell’ordine, “In the Woods”, “Kaboom” e “L’homme au bain”

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