Non chiamarmi col mio nome
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Non chiamarmi col mio nome

“… A riproporre oggi l’opera di Purdy, attraverso la sua produzione breve, che ha pian piano conquistato un riconoscimento anche superiore ai romanzi, ci prova Racconti Edizioni, la giovane casa editrice nata per sfidare il (vero o presunto) pregiudizio dell’editoria italiana nei confronti della forma breve, con una raccolta di dodici short story selezionate tra i 58 totali che scrisse in vita.
Leggendo i testi che compongono la selezione, in particolare Marito e moglie , Non chiamarmi col mio nome (che dà il titolo alla raccolta), Una donna buona , Giorno e notte , Ogni cosa sotto il sole o ancora la novella finale 63: Palazzo del sogno , il lettore italiano potrebbe ritrovare, nella lotta rassegnata dei personaggi contro il dolore dell’esistenza, la propria inadeguatezza, e un’America provinciale, ottusa e maligna, certe atmosfere di Raymond Carver o del Richard Yates di Undici solitudini , e anche le scelte stilistiche di Purdy, come i dialoghi asciugati all’osso o gli avvii in medias res , contribuiscono a una tale impressione.
La sua poetica possiede tuttavia qualcosa di diverso e unico, che ha a che fare con lo stato emotivo dei personaggi, immancabilmente oppressi dalla sensazione che nel mondo non ci sia posto per loro, e con la postura in cui Purdy, demiurgo assai malevolo, ogni volta li colloca: quella di qualcuno che sta male, ma che se prova a spostarsi, ad agire, può solo fare peggio. In una simile situazione c’è tuttavia spazio per la tenerezza: accade ad esempio in Marito e moglie , dove una donna che si sente ormai vecchia è sposata con un omosessuale non dichiarato, o nell’ibrido tra amicizia virile e relazione sessuale tra i due protagonisti di Ogni cosa sotto il sole ; e accade perché in un mondo in cui si è sempre, e tragicamente, soli e fuori posto, già solo l’essersi trovati in due, non importa quanto male assortiti, è molto, moltissimo.
Ma sono momenti, squarci di luce da niente rispetto all’oscurità che c’è là fuori: Purdy è un campione nel gestire intensità emotive elevate conservando un’eleganza che confina col decoro e lasciando allo stesso tempo tracimare sottotraccia un senso di sordido disagio che ogni volta suggerisce che non vi sono possibilità di redenzione. Questa beffarda e dolorosa assenza di speranza finisce per essere la sensazione che la lettura dei suoi racconti lascia in gola, ed è forse questo il motivo per cui non ha mai raggiunto il pubblico di massa. Come ebbe a dire lui stesso, «se fossi piaciuto alla gente, avrei pensato di aver sbagliato qualcosa», ma oggi che il tempo ci permette di guardare senza condizionamenti al quadro generale del suo campo narrativo, molti suoi temi appaiono trasfigurati in assoluti, e ciò che in vita lo condannò alla marginalità è ciò che ne fa oggi un piccolo classico: uno sguardo unico, ancorché dolente, sui nodi dell’identità, dell’invecchiamento, dell’innocenza violata e del nostro posizionamento nel mondo.”(Vanni Santoni, Corsera)

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