• G. Mangiarotti

The Normal Hearts

Poche ma efficaci immagini, all’inizio del film, per descrivere una rivoluzione sessuale finalmente realizzata, almeno sulle coste della California, dove una comunità gay ha fatto del sesso, anche promiscuo, una bandiera di libertà, uno stile di vita di cui andare orgogliosi, quasi fosse un marchio di fabbrica, una conquista ottenuta dopo secoli di frustrazioni, che nessuno può permettersi di attaccare o denigrare. Una specie di paradiso in terra. Qualcuno, come il nostro eroe Ned Weeks, il protagonista del film (un convincente Mark Ruffalo, l’Hulk di “Avengers” e quello che cercava di corrompere una coppia lesbica in “I ragazzi stanno bene”), ha qualche dubbio in merito. Ha 45 anni, è gay dichiarato da sempre, cosa ancora molto rara, ha pubblicato alcuni libri a tematica, anche se per vivere gode di una buona rendita famigliare. Frequenta i locali gay con poca convinzione (lo vediamo mentre assiste perplesso ad una ammucchiata), ha molti amici gay ma non ha ancora trovato la persona giusta d’amare, cosa per lui più importante del sesso occasionale. E’ segretamente innamorato di uno dei suoi amici, Bruce Niles (Taylor Kitsch) che però non ricambia.

Quando uno dei suoi amici, Craig (l’attore gay dichiarato Jonathan Groff) ha una specie di crisi epilettica e muore nel giro di pochi giorni, Ned si accorge che qualcosa di grave sta accadendo nella comunità gay. La stampa inizia a parlare di un cancro gay che si diffonde tra gli omosessuali. Nella clinica dove lavora la dottoressa Emma Brookner (una stupefacente Julia Roberts), una scienziata colpita dalla poliomelite quando era giovanissima ed ora costretta su una sedia a rotelle, arrivano decine di omosessuali con questa strana e mortale malattia. Fin qui il film non ci dice molto di nuovo, ricordandoci il tremendo l’impatto che i primi casi di Aids ebbero sulla società, con ammalati candidati a morte sicura, abbandonati da parenti e amici e soprattutto abbandonati a se stessi dalle istituzioni e dal personale sanitario. Ma il film affronta coraggiosamente due aspetti fondamentali di quella emergenza. Il primo è stata la divisione interna al movimento gay, il secondo la colpevole latitanza delle istituzioni pubbliche, dalla sanità alle amministrazioni, fino al governo stesso degli USA.

Ned Weeks è ben consapevole di entrambe ed è estrememente deciso a portare avanti la sua battaglia su tutti i fronti. Dopo aver raccolto un gruppo di attivisti che formano il Gay Men’s Health Crisis vorrebbe attaccare frontalmente l’amministrazione comunale (che ha un sindaco e un segretario gay velati) e il Governo USA che continuano ad ignorare la malattia. Ned grida e scrive che costoro non fanno nulla, che cioè non versano fondi e non organizzano la ricerca, perchè gli sta bene che i gay vengano decimati. Tremenda la scena di quando Ned riesce ad ottenere un incontro con un emissario governativo la cui unica preoccupazione è quella di assicurarsi che la malattia non colpisca gli eterosessuali.

Ma Ned incontra grosse difficoltà anche all’interno della comunità gay e del gruppo che ha contribuito a fondare. Viene accusato di voler fare la prima donna, di farsi pubblicità personale sui media partecipando ai talk show, di essere troppo aggressivo. Il film fa qui una intelligente analisi delle dinamiche di gruppo, delle rivalità che si vengono a creare, di come spesso chi più s’impegna, anzichè venire lodato e aiutato, viene spesso criticato dagli altri attivisti che si sentono messi in ombra. Il movimento gay americano ha avuto in quegli anni il grande merito di essere stata l’unica forza capace di organizzarsi nella lotta contro l’Aids, raccogliendo fondi, collaborando alla ricerca, assistendo gli ammalati. Per arrivare a questi risultati ha però dovuto combattere prima una dura battaglia al suo interno, che nel film è tutta sulle spalle del bravo Ned.

La grande maggioranza degli omosessuali, appena esce dal circuito dei locali e degli ambienti gay, è ancora velata. Bruce Niles, il primo amico e collaboratore di Ned, è un avvocato gay velato, che difende la sua scelta con la scusa che altrimenti perderebbe subito il suo lavoro. Ned ripete che bisogna uscire allo scoperto se vogliamo essere considerati ed ascoltati. Ma nell’associazione sono quasi tutti d’accordo con Bruce, che infatti viene eletto presidente. Ned insiste perchè si eviti il sesso sfrenato e promiscuo, ma tutti si ribellano a qualsiasi limitazione sessuale, alcuni gridano che gay è uguale a sesso libero, che eliminare il sesso è la stessa cosa di eliminare i gay. Ned dice che occorre denunciare ed attaccare il colpevole silenzio delle autortà, che vanno smascherate ed additate come corresponsabili del diffondersi della malattia. Gli altri attivisti ritengono invece che bisogna affrontarli con metodo, senza provocarli, rendendosi disponibili ai loro metodi di trattativa. Lo scontro nella comunità gay è accesissimo, e grazie ad un’ottima sceneggiatura, diventa uno dei principali spunti drammatici del film.

L’altro elemento drammatico, ma forse non altrettanto nuovo, è fornito dalla storia d’amore del protagonista Ned, che finalmente ha trovato l’uomo della sua vita nel giornalista Felix Turner (un Matt Bomer più convincente del solito), di dieci anni più giovane, bellissimo e per questo fonte di preoccupazione per Ted che teme di vederselo portar via (quasi commovente quando sentiamo Ted che gli dice “non posso credere che uno così bello stia con me”). I due ci regalano scene d’amore gay che non hanno nulla da invidiare alle tante scene di amplessi etero alle quali siamo abituati.

L’originalità e la profondità del film, sia nella realistica rappresentazione degli effetti sociali dell’insorgere dell’Aids, che nell’analisi delle dinamiche che coinvolsero il movimento e gli attivisti gay, sono senz’altro da attribuire, oltre che all’ottima regia di Ryan Murphy, anche all’autore dell’omonima opera teatrale, Larry Kramer, oggi 78enne. Kramer, la cui figura è rappresentata dal personaggio di Ned, nella sua opera teatrale fu ancora più duro nel condannare gli atteggiamenti timorosi di certi leader del movimento, giudicati come perdenti, succubi del potere e prigionieri di se stessi.
Un film che ci lascia con l’amaro in bocca (non potrebbe essere altrimenti dato l’argomento) ma che ci permette di rivivere uno dei momenti più cruciali della storia gay, un evento che cambiò completamente la vita di milioni di persone e che dovrebbe essere insegnato nelle scuole.

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