Dalla rassegna stampa Cinema

“E respirare normalmente” recensione di Roberta Bellora

 

Film distribuita da Netflix

In una desolante Islanda, Làra è una donna single con un bambino, Eldar, il quale, ironia della sorte, non ha nemmeno per un momento in tutto il film l’espressione del volto, disperata e braccata, della madre.
Làra è un’ex tossicodipendente, oppressa dai debiti, senza lavoro, disperata, sì, e braccata dalla continua necessità di denaro per poter tirare avanti. E soprattutto sola. Ha, invero, una relazione clandestina con la madre di un compagnetto di classe di Eldar, si vedono poco, si guardano di sfuggita solo al momento di prendere i figli a scuola, ma l’altra donna ha un marito.
Un film molto lento – a tratti noioso a dire il vero – asciutto, nel quale salta subito all’occhio la condizione di un paese sì normato e strutturato dal punto di vista sociale, come l’Islanda, ma anche desolato, con un clima impossibile, piove sempre, oppure tira un forte vento. Un paese dove sembra che tutto sia taciuto, che tutti siano complici inconsapevoli e indifferenti di un sistema. “Sono le regole”, “È il sistema”, queste infatti le risposte che si sente dire Adja ogni volta che chiede chiarimenti sulla sua situazione. Tutto è solitudine, tutto è pronunciato in tono monocorde, quasi senza volto, non sorridono mai in Islanda?
Adja è una profuga proveniente dalla Guinea-Bissau. Viene bloccata alla dogana per passaporto irregolare proprio da Làra, che cerca di tenersi un lavoro di fortuna all’aeroporto, come ufficiale di frontiera, per non crollare nel baratro di una vita senza rete. È costretta a restare nel sistema, Làra, purtroppo si trova già a dover dormire in macchina col suo bambino, vessata dallo sfratto.
Adja viene quindi condannata alla detenzione e poi fatta alloggiare in un centro di smistamento pieno di altri profughi come lei. Un luogo anonimo, un mero alloggio per merce di passaggio, nel quale è in attesa della sentenza: il permesso di rimanere o il foglio di via. Il rischio è quello di essere rimpatriata.
Adja ha perso qualcuno nel suo paese, qualcuno a cui teneva tanto, qualcuno di cui conserva ancora una fotografia: due donne che si abbracciano con dolcezza.
Scappare da un paese in cui il sistema sociale non è come quello occidentale, in cui, nonostante le norme, per il tuo orientamento sessuale puoi essere pestata a sangue, e uccisa persino, da un paese in cui la guerra – la tua guerra – è già quella, non è un viaggio da poco. E ti domandi come mai affrontino il viaggio dell’orrore in mezzo al Mediterraneo, ti chiedi chi gliel’ha fatto fare, ti chiedi perché rischiano la loro vita su un barcone in preda alle onde furiose del mare, ti chiedi quanto valga una vita. Poi capisci. Improvvisamente capisci perché salgono su quel gommone, perché rischiano la vita pur di non tornare nel paese d’origine.

Tra le due protagoniste, per paradosso, due donne con una storia completamente diversa, nasce a poco a poco un rapporto di comprensione, di aiuto reciproco, di poche parole, pochi sguardi.
È amore? Un amore mancato? Un amore non pronunciato? Un amore che non si realizza soltanto per un soffio?

L’assente è il corpo, in questo film. Assente nella sua dolcezza, assente nel sesso, nei baci. Manca, manca totalmente. Quasi non ci sono carezze, sorrisi, slanci. Crea una barriera emotiva nello spettatore, questa pellicola.

C’è solo uno sguardo, semplice, dolce, puro direi, sulle cose. Quello di Eldar.
Sembra intoccato dal dramma eppure sensibile a ogni mutamento, eppur coraggioso, allacciato al suo gatto pezzato, nei confronti delle condizioni di una vita di disperazione, di dettami insondabili, di un viaggio oscuro e silenzioso in quella provincia d’Islanda.
Il viaggio della vita.

Roberta Bellora

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