Dalla rassegna stampa Cinema

Il jazzista gay e l’autista omofobo in viaggio nell’America razzista

Da Corriere della Sera

GREEN BOOK – IL FILM DEL MEREGHETTI

Storia di «un’amicizia vera» con le prove magistrali di Mortensen e Ali

I fratelli Farrelly si dividono. Stavolta a dirigere c’è solo Peter, il più vecchio, e con la separazione (momentanea?) se ne è andata anche la carica demenziale e scatologica che aveva caratterizzato la loro precedente produzione. Ma non sparisce la voglia di provocare né di usare quello che era un po’ il loro segno di marca: una storia a due tutta al maschile, dove il contrasto di caratteri e di comportamenti fa avanzare gli eventi. Anche Green Book procede così e le cinque nomination che ha ricevuto (miglior film, attore protagonista e non, sceneggiatura e montaggio) dimostrano insieme ai Golden Globe già vinti (miglior commedia, sceneggiatura e attore non protagonista) che la scelta è stata azzeccata.

A fronteggiarsi, nell’America degli anni Sessanta, ci sono due personaggi che più distanti non potrebbero essere: l’incolto e superficiale (oltre che pieno di pregiudizi) italo-americano Tony «Lip» Vallelonga (Viggo Mortensen) e il raffinato e geniale (e omosessuale) pianista nero Don Shirley (Mahershala Ali). Il primo fa il buttafuori in un locale notturno e dà l’impressione di non essere mai uscito da Brooklyn e dalla sua comunità, il secondo è un jazzista celeberrimo, invitato a suonare anche alla Casa Bianca, che difende le sue fragilità dietro un muro di snobismo. E siccome il primo si ritrova disoccupato perché la polizia ha chiuso il locale dove lavora e il secondo ha bisogno di un autista-accompagnatore per il suo tour negli Stati del Sud, il caso li fa incontrare e mettere insieme.

Il film, che prende spunto da «un’amicizia vera» come si legge nei titoli e che è sceneggiato dal figlio di Tony, Nick Vallelonga (oltre che dal regista e da Brian Currie), racconta questo viaggio nell’America razzista del Sud, dove i luoghi in cui trovare una camera sono indicati sul «Negro Motorist Green Book» e dove le persone che si incontrano non sono sempre benevole.

Il film offre il quadro di un Paese dove ognuno sembra protetto solo dai propri simili, da chi la pensa come lui

Eppure non sono questi i soli momenti di tensione nel film. Ci sono, evidentemente, e Tony deve dimostrare la propria esperienza nel cavare d’impaccio il suo «datore di lavoro» ma il sapore del film si trova maggiormente altrove, dove i due non devono difendersi da qualche aggressione ma a confrontarsi sono i loro pregiudizi e le loro idee. Come quando la fame costringe lo schifiltoso Shirley a provare quello che in molti, a cominciare da «Lip», considerano un cibo da neri, il pollo fritto. O quando il raffinato pianista aiuta l’incolto autista a migliorare le lettere che scrive alla moglie Dolores (Linda Cardellini) oppure cerca di inculcare il senso dell’onestà in chi come Tony ha sempre cercato di arrangiarsi alla meglio. O ancora la telefonata in carcere o la cena della vigilia di Natale.

Sono situazioni che aprono uno squarcio meno scontato sui gruppi etnici, sui pregiudizi che prendono forza a furia di battute e luoghi comuni e di cui sia Tony che Don sono portatori non proprio inconsapevoli (perché anche i neri non ne sono esenti). E che aiutano a capire meglio la persistenza di quel razzismo con cui i due comunque si scontrano. Offrendo così il quadro di un Paese dove ognuno sembra protetto solo dai propri simili, da chi la pensa come lui, anche se a volte (Tony e Don lo dimostrano bene) quella difesa si trasforma in gabbia e prigione.

È la caratteristica più interessante (e meno scontata) di questo film, decisamente lontana dalle prove precedenti dei Farrelly, che naturalmente si regge sulla prova maiuscola dei due attori. Ingrassato e imbolsito, Viggo Mortensen riesce perfettamente a entrare nel suo personaggio italo-americano, sfoggiando anche una certa disinvolta familiarità con l’italiano (cercate di vederlo in edizione originale coi sottotitoli: ne vale la pena) e più in generale con un modo di comportarsi e di porsi che nasconde un lavoro non scontato sulla mimica. Allo stesso modo Mahershala Alì sa trovare tutte le sfumature di un omosessuale di colore che sa di avere a che fare non con uno ma con due pregiudizi (per la pelle e la sessualità) e non vuole abdicare alla propria riconosciuta eccellenza musicale. Costruendo così una coppia che sarebbe piaciuta ai vecchi maestri della commedia.

VOTO: 2,5/4

Paolo Merghetti


da La Repubblica

Amicizia e pregiudizi a spasso per gli Usa ai tempi del razzismo

Candidato a cinque Oscar, “Green book” racconta il complicato rapporto tra un apprezzato pianista e il suo autista negli anni della segregazione

Visto da Natalia Aspesi

C’è un bianco, Viggo Mortensen, e c’è un nero, Mahershala Ali: l’afroamericano Don Shirley, di origine giamaicana è molto bello, elegante, raffinato, con lunghe dita sottili, vive in un lussuoso appartamento sopra il Carnegie Hall e legge i quotidiani piegati come fanno i nobili inglesi a colazione. L’italoamericano del Bronx, Tony Lip, che ama stare in cucina con la famiglia e i parenti urlando in siciliano, nella versione originale, ha il corpo molle del mangione, infatti con le mani si caccia sempre in bocca pollo fritto o una intera pizza come un prestigiatore, fuma in continuazione, è ignorante e naturalmente razzista: quando in casa la bella e dolce moglie dà da bere a due operai di colore, lui poi butta i bicchieri nella spazzatura. Ma siamo nel 1962 e Green Book diretto dal bianco Peter Farrelly, oltre a essere un film intelligente, con due formidabili attori, tre Golden Globe e cinque candidature agli Oscar, è divertente, rasserenante, anche se, pardon, obbliga a qualche riflessione; perché gli abusi o peggio, non sono confinati in una passato cattivo e cancellato, ed è forse per questo che la Hollywood democratica sta producendo molte storie di vite afroamericane, drammatiche o leggere, che arrivano in un Europa, soprattutto in un’ Italia dove insicurezza e razzismo si intrecciano colpevolmente. Il titolo del film si riferisce a un opuscolo, appunto il green book dal nome del suo editore uscito sino al 1966, che segnalava ai viaggiatori neri quali strade evitare, in quali alberghi, tavole calde, pompe di benzina, fermarsi per non essere insultati, cacciati, assaliti: cosa che rischia anche il famoso, tra i bianchi chic,pianista. Il film è la storia dicono del tutto vera di un tour di concerti attraverso gli stati americani del profondo Sud intrapreso dal pianista e compositore di colore e dal suo autista e guardia del corpo bianco: l’automobile di lusso con un regale passeggero nero seduto dietro e un bianco al posto di guida mentre dovrebbe essere il contrario, suscita curiosità, stupore, battute, rifiuto e rabbia. E nei due mesi, nella realtà un anno intero, di quel viaggio sempre più pericoloso la diffidenza tra i due uomini così diversi a poco a poco si attenua sino, nel film e nelle aspettative del pubblico, a trasformarsi in una vera amicizia. Don insegna a Tony come scrivere romantiche lettere d’amore alla moglie, Tony fa scoprire a Don il pollo fritto da mangiare con le mani.
Il pianista si esibisce con il suo trio in case aristocratiche, nei teatri importanti, ad affollate cene di gala in grandi alberghi: è una star sul palcoscenico ma nelle ricche dimore non può servirsi dei bagni di casa e gli indicano il gabbiotto in giardino riservato alla servitù di colore, negli alberghi non può avere un tavolo dove cena chi è lì per ascoltarlo e applaudirlo. Don per estrema dignità non reagisce mai, Tony comincia a menare, come del resto era suo compito quando glielo chiedevano i capi mafiosi. Don è ricco e Tony si arrangia, però ha una moglie e dei figli che lo amano, mentre Don è solo, isolato perché gay, ma soprattutto perché la cultura, il denaro, l’ammirazione lo separano dalla sua gente che viaggiando vede faticare ancora come schiavi nei campi di cotone. Nel 1962 il presidente John Kennedy aveva reso illegale la ghettizzazione in zone separate, solo due anni dopo sarebbe stata proibita la discriminazione nei luoghi pubblici e una legge imposta dal presidente Johnson avrebbe reso possibile il voto agli afroamericani che ne avevano il diritto dalla fine degli anni 50 ma venivano respinti all’iscrizione. Quando Don e Tony percorrono la Pennsylvania, il Kentucky, l’Indiana, la Georgia, l’Arkansas, la polizia applica ancora il “sundown act” che proibisce ai neri di circolare dopo il tramonto: capita anche allo squisito pianista e pure a chi non si vergogna di fargli da autista, rinchiusi in gabbie diverse per via della segregazione. E a questo punto c’è una scena sorprendente e documentata: il nero chiede di poter telefonare a un avvocato il che non può essergli negato, e lui chiama direttamente il presidente Kennedy suo estimatore. Don Shirley aveva cominciato a suonare a due anni, a 9 era stato accettato al conservatorio di Leningrado, a diciotto suonava Tchaikovsky con la Boston Pop, all’università di Chicago si era laureato in psicologia, musica e arti liturgiche, si sarebbe poi esibito come solista con importanti orchestre sinfoniche in celebrati teatri: alla Scala negli anni 60 suonò al pianoforte da guest artist Rhapsody in blue di Gershwin. Avrebbe composto un poema sinfonico basato sulFinnegans Wake di James Joyce e variazioni sul mito di Orfeo.
Un altro momento molto bello e vero è quando in un affollato bar di soli neri, Don si siede al piano, alza un dito, tocca solenne un tasto, poi lentamente un altro e un altro ancora e finalmente scatena un’orgia di suoni incantevoli, allontanando un bicchiere di whisky che i musicisti neri, ma non quelli bianchi e famosi avevano l’abitudine di tenere vicino. Alla sceneggiatura ha collaborato Nick Vallelonga figlio di Tony con le registrazioni dei racconti del padre. Tornato a lavorare al Club Copacabana a New York, Tony ha conosciuto il regista Coppola che gli ha dato una parte nel Padrino, e ha anche lavorato nella serie dei Soprano.
È morto nel 2013 a ottantatre anni, a pochi mesi di distanza da Don che ne aveva ottantasei e che oggi come musicista, è stato dimenticato.

Il film
Mahershala Ali e Viggo Mortensen in Green book, nelle sale dal 31 gennaio
Star da Academy
Il regista Peter Farrelly, 62 anni, al centro tra Mahershala Ali, 44 anni, e Viggo Mortensen, 60. I due attori sono entrambi candidati all’Oscar per Green book: Ali lo ha già vinto per Moonlight

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