Dalla rassegna stampa Musica

A CHI INTERESSA SE IL DIRETTORE D’ORCHESTRA È UN GAY

Il canadese Yannick Nézet-Séguin è da settembre il nuovo direttore musicale del Metropolitan di New York, chiamato a sostituire James Levine, licenziato dopo le accuse di molestie da parte di giovani uomini che si sarebbero ripetute dagli anni 80 ai giorni nostri. Le credenziali del 43enne di Montréal sono ben all’altezza del prestigioso incarico, ma è come se i trascorsi artistici — collaborazioni con Berliner e Wiener Philharmoniker; l’impegno con le orchestre di Londra, Philadelphia e della Scala di Milano; i trionfi di Roméo et Juliette e Don Giovanni a Salisburgo; le incisioni per la Deutsche Grammophon — siano dettagli irrilevanti. La notizia strillata è sempre la stessa: il nuovo direttore del Met è gay.
Non che Nézet-Séguin sia fresco di coming out, dato che non ha mai fatto mistero della sua relazione col violista Pierre Tourville, ma il fatto che “quel posto” sia per la prima volta occupato da un artista apertamente omosessuale ha titillato la stampa, e di conseguenza la morbosità collettiva. Da settembre il maestro è diventato, anche con una buona dose di autocompiacimento, la mosca bianca della classica, ben supportato da un sostanzioso articolo apparso nei giorni scorsi sul New York Times che titola: “Il Met ha un direttore d’orchestra gay. Sì, questo conta”. Nella metropoli che cinquant’anni fa diede inizio al movimento LGBT con i moti di Stonewall la differenza tra (artista) gay e straight è ancora rilevante? Anche negli ambienti artistici? Tra gli intellettuali?
Nel gossip dei socialite? Si rivangano i nomi di quelli che non hanno sventolato la bandiera gender, Leonard Bernstein ad esempio, che si guardò bene dal mettere in piazza le proprie preferenze sessuali (in pieno maccartismo sarebbe stato linciato). Ma che fine hanno fatto le sacrosante libertà personali che il nuovo millennio avrebbe dovuto esaltare? Il coming out è una scelta non un dovere.
Rispettabili le rivelazioni di Tiziano Ferro, Rufus Wainwright e del compositore Nico Muhly (presenza costante al Met) come i tardivi coming out di Elton John e Michael Stipe — ma anche quello di Lucio Dalla che non c’è mai stato. Già prima del Pelléas et Mélisande di martedì scorso, Nézet-Séguin era protagonista su YouTube di un micro-mélo in cui scoppia in lacrime mentre il suo Pierre, con la complicità di Céline Dion (!), gli fa gli auguri cantando Quand on n’a que l’amour
di Brel. Che tenerezza.
Purché non si arrivi a dover dichiarare il genere — etero, gay, transgender e quant’altro — nei curricula.

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