Dalla rassegna stampa Libri

La bastarda sono io

di Gaia Manzini

Torna Dorothy Allison, l’autrice di “La bastarda della Carolina”, il suo libro più discusso, celebrato e censurato . E solo ora, con questo memoir di ex ragazza abusata, scopriamo quanto quella storia fosse autobiografica. Da guarire

TITOLO: DUE O TRE COSE CHE SO DI SICURO

AUTRICE: DOROTHY ALLISON

EDITORE: MINIMUM FAX

PREZZO: 16 EURO PAGINE: 120

TRADUTTRICE: SARA BILOTTI

Dorothy Allison ci aveva già convinto con il suo primo romanzo, La bastarda della Carolina, uscito per la prima volta in Italia a ventisei anni dalla nomination al National Book Award del 1992. Ci aveva conquistati con la sua lingua cristallina e abrasiva, vicina a Grace Paley, a Flannery O’Connor, a Lucia Berlin; con la voce ferita della sua eroina: la giovane Bone, vittima di abusi da parte del patrigno; con la descrizione affettuosa di un mondo passato e ruvido, dove le donne partorivano a quindici anni e gli uomini finivano spesso in prigione (è quello che spregiativamente viene definito white trash: lo spaccato sociale delle famiglie bianche e povere americane). Ciò che colpiva più di ogni altra cosa – però – era la generosità dello sguardo di Bone, capace di cogliere ogni sfumatura psicologica, di rendere umano anche il patrigno Glenn. Di trovare una prospettiva per restituirci il personaggio più struggente: la madre, troppo giovane e disperata per capire l’atrocità che si consumava nella sua stessa casa; troppo bisognosa d’amore per evitare di perdere sua figlia. La bastarda della Carolina

ha avuto alterne fortune: è stato apprezzato dalla critica ed è diventato un film diretto da Anjelica Huston, ma è anche stato censurato e bandito. Non era un memoir, quello, anche se prendeva spunto dai traumi subiti dall’autrice. Nasceva dall’urgenza di guardare la propria vergogna, di addomesticare il dolore.

“I romanzi che amavo di più erano quelli che alimentavano il senso di meraviglia nei confronti della vita, senza però negare la complessità e l’orrore che a volte accompagnano tale stupore” scriveva Allison nella postfazione. Il punto era – grazie alla forza della fiction, alla sua capacità di raccontare una verità più ampia dell’autobiografia – quello di restituire forza e autostima a chi aveva subito uno stupro. Eppure nel 1995, a tre anni di distanza dal suo acclamato romanzo, in una specie di percorso inverso, Allison approda proprio al memoir e ci regala questo Due o tre cose che so di sicuro, edito adesso da minimum fax per la traduzione di Sara Bilotti. Un libro che si sfoglia come un album di famiglia e, di fotografia in fotografia, suona come una ballata.

In Due o tre cose che so di sicuro si ha la sensazione di avventurarsi nel diario di un romanzo: fatti, visi, persone che hanno contribuito a dar vita alla storia struggente di Bone, la bastarda della Carolina.

Torniamo nei luoghi d’infanzia della scrittrice, posti che sanno di “erba bagnata e tagliata, mele verdi spaccate in due, merda di neonato e bottiglie di birra, trucco scadente e benzina”. Ci sono zia Dot, zia Grace e una madre bellissima, incapace di gestire il proprio fascino. Allison fa una carrellata di volti: una catena genetica di disperazione. “Le donne della mia famiglia erano misurate, mascoline, asessuate, generatrici di bambini, di fardelli e di disprezzo… Siamo quelle sullo sfondo con le bocche aperte, i vestiti stampati o i pantaloni coi lacci e i camici senza colletto, brutte, vecchie, esauste. Solide, stolide, coi fianchi larghi, macchine per fare figli”. Ragazze che non sono mai state vergini, neanche quando lo erano davvero.

Scrivere per salvarsi, scrivere come forma di resistenza. In Due o tre cose, c’è una frontalità dolorosa, un’ambivalenza dichiarata: l’amore disperato per qualcosa e qualcuno di cui si prova orrore. Da cui si vuole fuggire, ma che non si vuole dimenticare. Allison ci racconta dello stupro subito dal patrigno con parole laceranti per la loro consapevolezza. Racconta della violenza come qualcosa che svuota per sempre la realtà e mette tutto su un piano inclinato. La sessualità, il desiderio, i sentimenti scivolano via, e prendono percorsi obliqui. “Il sesso era un gioco, un’arma o una droga. Il sesso era qualcosa di familiare. Ma l’amore, l’amore apparteneva a un altro universo”. Lo stupro non smette mai di accadere. La vittima si porta dietro quell’azzeramento: deve imparare da capo ad amare, ad avere rapporti, a riappropriarsi del suo corpo.

“A ventiquattro anni cominciai a frequentare un corso di karate e imparai per la prima volta a correre per un motivo diverso dalla paura”. Vediamo questa donna giovane e goffa affaticarsi in movimenti ed esercizi marziali.

Sudare, cadere, cercare una coreografia capace di riconsegnarle l’amore per la propria persona, o almeno un senso d’appartenenza. Il confine tra realismo e fiction è sempre labile, ma l’unica cosa che conta è riscrivere sé stessi. È quella la verità anelata: scrivere ciò che è stato per capire ciò che si è diventati (in questo caso una femminista, un’omosessuale, una madre).

La bastarda della Carolina rimane il grande libro di Dorothy Allison.

Due o tre cose che so di sicuro è come un’eco piena di dolore.

È la storia che ha reso possibile il romanzo e rappresenta la fiera esigenza di non dimenticare. Di salvarsi, ma soprattutto di salvare dall’oblio una famiglia di poveri, ubriaconi, violenti e disperati. Salvarli tutti, anche il patrigno causa di ogni dolore.

E poter dire così che, dopotutto, quella è stata la propria vita.

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