Dalla rassegna stampa Cinema

«Così sono entrato nella mente e nel cuore di Freddie Mercury»

IL TRIONFATORE RAMI MALEK

Giovanna Grassi

LOS ANGELES «Vincere il Golden Globe come miglior attore è stato un grande onore non solo per me, ma anche per Freddie Mercury, per il nostro Bohemian Rhapsody», dice Rami Malek, 37 anni. Ride: «Sami, il mio fratello gemello, mi aveva suggerito: “Vado io al tuo posto a ritirare il premio e vediamo se si accorgono che ti ho sostituito”».

Si aspettava la vittoria?

«No, ma speravo che il film si imponesse nel mondo. L’abbandono da parte di Sacha Baron Cohen, che per divergenze artistiche ha abbandonato il progetto, ha dato una grande svolta alla mia carriera».

È stato difficile entrare nella mente e nel cuore di Freddie Mercury?

«Ho scelto di dedicare mesi allo studio di Freddie, alle sue ricerche musicali, ma anche esistenziali. Ho studiato con passione il suo modo di suonare, la sua voglia di identità, che andava molto al di là del ruolo di rockstar. Certo, è stato faticoso usare una finta dentatura, cercare di cogliere la sua anima e la sua sessualità».

Quali altre prove l’aspettano?

«Ho terminato con Robert Downey il film The Voyage of Doctor Dolittle. Ora mi prendo una pausa per scegliere altri progetti. La lavorazione di Bohemian Rhapsody non è stata semplice, il successo mondiale del film ci ha ricompensato e non voglio pensare alle sorprese che potrebbero riservarci gli Oscar».

Lei è nato a Los Angeles da genitori egiziani. Che cosa le ha insegnato la sua famiglia?

«La conoscenza e il rispetto. Ho sempre desiderato entrare con serietà nel mondo dello spettacolo inteso anche come dialogo con il mondo, con tante etnie diverse. Sono fiero delle mie origini egiziane. I miei genitori immigrati, che hanno lasciato il Cairo nel 1978, hanno lottato per far crescere noi figli nel modo più giusto. Vivevamo a Sherman Oaks, nella Valley di Los Angeles, e mia madre portava sempre noi figli al cinema. In casa si parlava l’arabo, ma io ero attento sin da allora ad avere un giusto accento “americano”. Sono davvero vicino ai miei genitori, al mio gemello, a nostra sorella, che è una brava dottoressa».

Lei è anche impegnato in battaglie sociali e umanitarie. Sogni da realizzare?

«Dietro lo smalto del mestiere d’attore c’è tanta fatica, non solo ricerca del successo e vanità. Per la mia carriera sogno una svolta anche come regista perché voglio raccontare storie al pubblico e unire le diversità. Voglio un mondo in cui non ci siano più né stranieri, né minoranze».

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HOLLYWOOD GRANDI SCONFITTI I FAVORITI «VICE» E «A STAR IS BORN», SUCCESSO DELLA COMMEDIA «GREEN BOOK»

I Golden Globe dei Queen

di Paolo Mereghetti

Vince «Bohemian Rhapsody», delusione per Lady Gaga

Doppio premio al Messico di Cuarón, prodotto da Netflix

Bohemian Rhapsody e Green Book hanno dominato (ma non stravinto) la settantaseiesima edizione dei Golden Globe, i premi assegnati dalla stampa estera accreditata a Hollywood, tradizionalmente considerati apripista per gli Oscar. Nella categoria «drama» il film sui Queen ha portato al successo anche il suo interprete, Rami Malek, in quella «comedy/musical» il premio al film di Peter Farrelly è stato accompagnato anche da quelli al miglior attore non protagonista (Mahershala Ali) e alla sceneggiatura.

Ma è il successo di Alfonso Cuarón come miglior regista l’indicazione più interessante della serata. Perché il regista messicano correva per la miglior regia, nonostante Roma (prodotto da Netflix e al centro di molte polemiche) fosse stato candidato solo nella categoria dei film stranieri. Dove per altro ha vinto. È vero che i giurati dei Globe sono meno sensibili alle logiche «corporativistiche» di Hollywood (Spielberg si è speso molto contro la piattaforma televisiva), ma quel premio significa che il fronte dei «nemici di Netflix» non è così impenetrabile. E il 24 febbraio, quando verranno assegnate le statuette dell’Academy, sarà probabilmente lui il nemico da battere.

Per il resto, le sorprese non sono state molte, anche perché quest’anno la qualità dei film in concorso non era proprio eccelsa e i premi hanno incoronato più i campioni d’incasso che i campioni della qualità (BlacKkKlansman è meglio di Bohemian, Vice si mangia Green Book). L’«eterna seconda» Glenn Close, dopo quattro nomination ha finalmente vinto per Wife (categoria «drama») mentre per «comedy/musical» si sono imposti Olivia Colman con La favorita e Christian Bale con Vice. Attrice non protagonista è stata premiata Regina King per Se la strada potesse parlare. La grande delusa è stata Lady Gaga, che molti vedevano premiata per A Star Is Born. Il film, con sei nomination, ha vinto solo per la miglior canzone (Shallow) mentre la miglior colonna sonora è andata a Justin Hurwitz per First Man. In compenso la cantante-attrice ha dominato il red carpet, con il suo abito color pervinca e la stola a strascico. Chiude i premi al cinema quello assegnato a Spider-Man – Un nuovo universo, meritatissimo e sorprendente.

Nessuna grande sorpresa nemmeno nei premi ai prodotti televisivi dove il gioco tra titoli e attori ha finito per non scontentare nessuno o quasi. Solo Il metodo Kominsky (miglior serie «comedy/musical») e The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story (miniserie o film tv) hanno portato al successo anche un loro interprete (rispettivamente Michael Douglas e Darren Criss).

Per il resto i premi hanno cercato di accontentare un po’ tutti: nella categoria «drama» The Americans è la miglior serie e Richard Madden di Bodyguard il miglior attore, Patricia Arquette è la miglior attrice per la miniserie Escape at Dannemora, Sandra Oh (la prima asiatica dal 1980) per Killing Eve («drama») e Rachel Brosnahan per The Marvelous Mrs. Maisel («comedy/musical»). Infine i Golden Globe per i non protagonisti sono stati vinti da Patricia Clarkson per Sharp Objects e Ben Whishaw per A Very British Scandal. E adesso tocca agli Oscar.

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