Dalla rassegna stampa Libri

"L’America liberal? Esiste solo nei libri"

“L’America liberal? Esiste solo nei libri”

Questo è il romanzo che Annie Proulx ha inseguito per anni, collezionando mappe di litorali, saggi sul traffico navale, manuali di botanica, libri su felci e alghe. Un patrimonio di letture che è servito a nutrire l’ossatura di Pelle di corteccia (Mondadori), frastagliata epopea che dalla fine del 1600 arriva al nuovo millennio seguendo le avventure di due taglialegna e dei loro discendenti. Oltre 700 pagine e un’altalena di alti e bassi, amori e vendette, crudeltà e tenerezza.

Autrice di capolavori come Avviso ai naviganti, che le è valso un Pulitzer, e del melodramma western I segreti di Brokeback Mountain, a 84 anni Proulx parla senza giri di parole. In quest’intervista via mail non si fa scrupoli ad attaccare il mito del progresso e un libro intoccabile come Il buio oltre la siepe di Harper Lee.

Quanto ha impiegato a scrivere questa lunga saga?

«Non volevo scrivere una saga. Ho scelto di narrare l’abbattimento delle foreste nel Nord America attraverso l’intreccio di storie familiari. Non saprei dire quanto ci ho lavorato, perché dietro ai tre anni di scrittura ci sono decenni di letture e osservazioni».

È vero che centocinquanta pagine sono state tagliate dall’editor?

«È stata una decisione comune, era troppo lungo per i lettori di oggi».

Voleva scrivere il Grande Romanzo Americano?

«Non credo esista una cosa chiamata Great American Novel, ma se pensa ci sia è Moby Dick di Melville».

Anche lei, come Melville, descrive la lotta uomo-natura.

Rimpiange l’America rurale?

«Il mio romanzo mostra il lento passaggio dal mondo degli agricoltori a quello degli imprenditori. È un libro di luoghi.
Mi interessano i luoghi, la loro geografia, la geologia, il clima, la flora, la fauna e come incidono nelle pratiche sociali umane. Credo in una sorta di determinismo geografico, penso che il posto dove viviamo influenzi le nostre vite».

Perché ha ribattezzato i boscaioli col neologismo “barkskins”, “pelli di corteccia”?

«Perché erano teste dure che cercavano di accaparrarsi quanti più alberi potevano, quasi gli spettassero per diritto divino. E poi perché erano tipi forti, scaltri, che si mettevano a rischio per mettere alla prova il loro coraggio. Erano eroici nei loro sforzi di devastazione.
Preferisco barkskins al ridicolo tree- hugger ( ndr, letteralmente “abbraccia-albero”) usato per indicare chi ha a cuore le foreste».

Da dove viene la sua passione per la natura?

«Dall’infanzia. I miei ricordi più cari riguardano le gite familiari estive sul Monte Katahdin nel Maine. La domenica mattina – i miei genitori non erano religiosi – raggiungevamo il Reid State Park, sulla strada compravamo un cestino di aragoste e ce ne andavamo sulla spiaggia vuota fino a una baia protetta dove accendevamo un fuoco. Con le mie sorelle facevamo il bagno anche quando l’acqua era gelida. Era un modo per sfidare il freddo.

Un’estate affittammo una vecchia casa su una spiaggia. Esploravamo insieme la costa rocciosa, raccoglievamo conchiglie e alghe, passavamo il tempo a guardare gli uccelli e il mare».

Come erano i suoi genitori?

«Mio padre era scrupolosamente onesto. Mia madre un’artista timida e riservata. Nessuno dei due era estroverso, la nostra vita casalinga era quieta. Leggevamo in modo onnivoro».

Una bella infanzia. La sua vita coniugale è stata invece più complicata. Ha divorziato tre volte, cosa non ha funzionato?

«Alcune persone sono fatte per il matrimonio ma non io. Sono per la solitudine e i libri, non sopporto le faccende domestiche».

La sua indipendenza ha radici nel movimento femminista?

«Dal punto di vista dell’osservazione dei cambiamenti sociali il movimento femminista mi interessa molto, ma sono stata più una spettatrice che un’attivista».

Perché ha confessato la sua antipatia per “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee?

«Non sono un’estimatrice del libro.

Perpetua un mito dell’uguaglianza e della giustizia americana, un mito nobile la cui falsità è diventata lampante negli ultimi anni».

Nelle sue opere ribalta molti stereotipi. In “Brokeback Mountain” voleva sfatare il culto machista del West?

«Si è ritenuto sbagliando che la figura del cowboy, così iconica e centrale nel mito del West americano, non potesse essere gay.
Volevo tentare di dare una scossa, spingere le persone a prendere coscienza che l’omosessualità non è specifica della cultura urbana».

Come mai apre il romanzo con un’epigrafe critica verso il cristianesimo?

«È una mia convinzione che ci siano nella Bibbia passaggi in cui si proclama il diritto degli uomini ad esercitare il controllo sulle altre entità viventi e a impossessarsi delle risorse naturali.

Tutto ciò ha dato ai capitalisti una ragione per saccheggiare la terra senza preoccuparsi delle conseguenze».

Ha vinto molti premi, tra cui Pulitzer e National Book Award.

Il successo l’ha cambiata?

«Non concordo con la sua idea di “successo”. Il mondo degli scrittori è ordinato in compartimenti e le valutazioni sono basate sulle vendite, sull’interesse degli editori e sulle giurie dei premi. In effetti ne ho ricevuti molti. Ma se il “successo” è questo, che ce ne facciamo?».

Come vive oggi?

«Coltivo verdure e curo il giardino, leggo tanto e tengo una sporadica corrispondenza con i miei amici.

Vivo tranquillamente».

Raffaella De Santis

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