Dalla rassegna stampa Cronaca

L’esperto: “Il tessuto sociale è andato in crisi e gli adulti si trovano in difficoltà”

…La violenza e il bullismo in certi termini sono forme di comunicazione, sono un modo per farsi notare in un contesto che non si accorge o è indifferente…

L’esperto: “Il tessuto sociale è andato in crisi e gli adulti si trovano in difficoltà”

«Siamo di fronte a un gruppo che ha preso di mira chi è diverso: può essere perché è nero, perché è omosessuale, fino ad arrivare a chi ha gusti musicali diversi. Non è una dinamica nuova, ma fa riflettere che l’emulazione di modelli culturali che arrivano dagli Stati Uniti attecchisca qui proprio in questo periodo storico». Ad affermarlo è Franco Prina, sociologo dell’università di Torino, che ha studiato a lungo la violenza nel mondo giovanile e ha anche lavorato a lungo come magistrato al tribunale dei minori.

Il fatto che questa aggressione sia maturata per dissidi sulla musica rap rappresenta una peculiarità?

«In generale a quest’età si sente la necessità di fare parte di un gruppo perché c’è bisogno di affermare un’identità da contrapporre agli altri. Non voglio entrare nel merito della cultura rap, ma sicuramente se un ragazzo si identifica molto con la sua musica, al punto da avere una certa visibilità e un certo riconoscimento nella propria comunità, essere attaccato su quella diventa un’offesa molto grande perché significa mettere in discussione la propria identità e la stessa esistenza».

Non ci può essere anche un’emulazione di quanto avviene per esempio in certi contesti statunitensi?

«Sì, ma non è un caso che queste dinamiche trovino spazio in Italia proprio in questo momento storico, in cui ha preso piede il modello di farsi giustizia da sé.

Finora da noi la delinquenza giovanile era stata arginata, molto più che altrove, proprio perché c’era un tessuto sociale e una rete di ascolto nelle scuole che hanno retto. Ma adesso sono in crisi e certi modelli violenti fanno presa soprattutto sui ragazzi culturalmente più fragili».

Solitamente si abbina il concetto di banda a quartieri urbani, magari periferici o multietnici: è un modello che adesso ha raggiunto anche la provincia?

«Anzitutto non parlerei di baby gang o di bande, che sono definzioni inappropriate per l’Italia. La dimensione di gruppo è tipica dell’età adolescenziale, sia quando crea dinamiche positive, per esempio quando si aiuta un amico in difficoltà, sia negative: difficilmente un ragazzino delinque da solo. Tuttavia è vero che i modelli culturali si espandono più facilmente di un tempo e certe situazioni che immaginiamo possano radicarsi più nei quartieri di una grande città ora si trovano anche nella provincia, dove a volte anche per la mancanza di opportunità ci si aggrega attorno a piccole cose identitarie».

Gli adulti dove sono, in questa vicenda?

«Gli adulti sono in difficoltà, sia gli insegnanti che i genitori. Gli insegnanti sono una categoria in crisi perché tante volte si trovano schiacciati dalla dimensione della didattica e perdono l’attenzione per le relazioni, che è fondamentale. Soprattutto faticano a interpretare i segnali esterni alla scuola. In famiglia, d’altra parte, per definizione nell’età dell’adolescenza il dialogo subisce un’interruzione, ma è importante che gli adulti, che a loro volta faticano ad avere una propria identità certa, stiano attenti a certi comportamenti che possono subire dei cambiamenti».

Quali segnali si possono cogliere?

«La violenza e il bullismo in certi termini sono forme di comunicazione, sono un modo per farsi notare in un contesto che non si accorge o è indifferente, un modo pr dire agli adulti “ sto male, ascoltatemi”. Per questo mi spiace che il ragazzo denunciato sia maggiorenne».

In che senso?

«Il discrimine dei diciotto anni purtroppo è molto rilevante. La giustizia minorile è abituata a vedere il reato come sintomo di un disagio e questo comporta che si attivino per esempio tentativi di mediazione tra vittima e aggressori, all’interno di progetti di messa alla prova, che hanno un grande valore educativo e che invece vengono meno purtroppo nella giustizia ordinaria».

Federica Cravero


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