Dalla rassegna stampa Sport

Omosessualità, dal coming out di Paola Egonu al tabù imperante...

Omosessualità, dal coming out di Paola Egonu al tabù imperante…

Su Sportweek: nello sport italiano la prassi generalizzata è il silenzio, soprattutto tra gli uomini e negli sport di squadra. Cabrini: “Se entri in uno stadio e 50.000 persone ti sfottono perché sei gay…”

Sì, ho una fidanzata: con 4 parole Paola Egonu si è conquistata le prime pagine di tutti i giornali, facendo più clamore (anche sui social: non è sempre colpa dei giornalisti!) che coi 45 punti in una partita – record iridato – con cui pochi giorni prima aveva trascinato le azzurre del volley in finale al Mondiale. Perché in Italia, nonostante l’entrata in vigore della legge Cirinnà sulle unioni civili, nonostante le conquiste della comunità Lgbt, che uno sportivo riveli la propria inclinazione sessuale è ancora una notizia da prima pagina. «Nello sport si finisce per dimenticarsi che stiamo parlando di persone che dicono cose normali» si stupisce Francesca Vecchioni, presidente dell’associazione Diversity che dal 2013 lavora sul fronte della comunicazione per scardinare i pregiudizi e abbattere ogni tipo di discriminazione. «La Egonu non ha fatto altro che dire, tra l’altro come un’informazione accessoria, con naturalezza, che ha una fidanzata. E la cosa più triste è che alcuni l’hanno presa come un’ostentazione. La gente non si rende conto quanto sia dura non poter mai nominare la persona che ami. La sorpresa è solo nelle orecchie di chi ascolta: l’orientamento sessuale, come il colore della pelle, è una delle migliaia delle caratteristiche che ci rappresentano, non “la” caratteristica. Però capisco la difficoltà di un atleta, che magari pensa di rovinarsi la carriera».

LA DEDICA DI RACHELE — L’ambiente sportivo limita infatti la possibilità di uscire serenamente allo scoperto: specie in alcune discipline, e nel mondo maschile. Una circostanza che anche secondo il dottor Stefano Becagli, psicologo clinico e dello sport, fa vivere gli atleti in maniera incompleta: «Gli uomini soprattutto tendono a nascondersi per tenere saldi gli stereotipi legati alla loro figura di atleta, cioè di persona forte e virile. Tra le donne, che sono viste come più fragili, il coming out è maggiormente accettato». O perché, per dirla con l’ex rugbista Stefano Iezzi, che ha sposato un compagno di squadra, «l’omosessuale è associato all’idea di debolezza e delicatezza. Gli uomini hanno paura di fare coming out perché temono che così venga lesa la loro immagine di sportivo e di maschio, cosa che invece non succede se a parlarne sono le donne». Da icone come Billie Jean King e Martina Navratilova, l’elenco è lungo. Sicuramente più di quello dei maschi. «Ma ce ne sono due che nel 2013 hanno fatto tanto con il loro coming out: Jason Collins, il primo a farlo nella Nba, e Tom Daley, il famoso tuffatore, che è anche diventato papà da poco» testimonia Rachele Bruni, il nostro bellissimo argento nella 10 km di nuoto a Rio 2016 che, dedicando il successo alla compagna Diletta, è diventata la prima medagliata olimpica italiana a dichiarare la propria omosessualità. «Un gesto normale, perché sono cresciuta con il sogno di andare ai Giochi e ho lavorato sodo per realizzarlo: giusto dividere la gioia con chi mi ha supportato per salire su quel podio». Dopo, le reazioni della gente sono state diverse, «ma è prevalso l’affetto. Per me non è cambiato niente perché ho sempre vissuto la mia vita libera e serena: non dico che sia stato tutto sempre e subito facile, però non ho mai avuto paura di affrontarla. Né di nascondermi, neppure nel mondo del nuoto». «Non è solo nello sport che l’omosessualità femminile è più accettata di quella maschile», testimonia ancora Vecchioni, «in generale le donne gay sono quasi invisibili, perché si tratta di un fenomeno sociale che non viene quasi considerato. La donna lesbica è il primo desiderio sessuale maschile, è una categoria di YouPorn e poi, forse, anche una donna che ha una sua affettività. C’è una discriminazione di genere anche verso le donne gay!».

NEL CALCIO — Che però sembrano “riscattarsi” nel mondo del calcio, almeno stando alle parole di uno che il calcio – maschile e femminile – lo conosce bene: Antonio Cabrini, dopo aver giocato e allenato, è stato c.t. delle azzurre dal 2012 al 2017. «Avendo il mondo del pallone una mentalità latina, molto maschilista, si è più tolleranti verso un rapporto omosessuale fra donne», afferma subito. E se ai suoi tempi «l’argomento era tabù, io non ho mai visto un calciatore gay e, se c’era, è stato bravo a nascondersi», adesso «magari se ne parla, ma è ancora difficile dichiararsi: non per il gruppo, la squadra, bensì per tutto quello che gravita attorno, i tifosi. Se entri in uno stadio con 50 mila persone che, per ignoranza, ti sfottono perché sei gay, beh, non è piacevole. Non lo è neanche se ti danno del cornuto, però ormai lo accetti, magari ti giri e rispondi “sei cornuto pure tu”».
E POI C’È IL BUSINESS — Nel calcio femminile, invece, c’è molta meno omertà. «Lì il rapporto è più “libertino”», spiega meglio Cabrini, «perché comunque è un mondo che è nato dicendo “giochi a calcio, sei un uomo”. È uno sport prettamente maschile, infatti è molto omosessuale, però devo dire che nei miei quasi 5 anni da c.t. non ho mai avuto problemi di alcun genere. Anzi: ne parli tranquillamente con le giocatrici, senza imbarazzo, per loro è una cosa normale». Ma guai a generalizzare: «La gente erroneamente pensa che nella nostra disciplina siano tutte gay» gli va contro l’inglese Lianne Sanderson, stella della Juventus Women, che quest’anno a Torino gioca assieme alla fidanzata, Ashley Nick. «Nel maschile al contrario si pensa che non si possa essere un giocatore ed essere omosessuale, che per me è una cosa ridicola. Anche perché non siamo definiti dalla nostra sessualità e ognuno ha il diritto di essere ciò che vuole e, se vuole, parlarne». Quando lei l’ha fatto, «la reazione della gente è stata ottima: sorprendentemente non ho ricevuto brutti tweet o insulti, ma in ogni caso niente mi impedirebbe di essere sempre me stessa». Ed è proprio sulla trasparenza che, secondo Francesca Vecchioni, bisogna puntare: «Oggi un atleta è un brand, un marchio, dunque deve essere autentico. Il business non è cretino: a volte dove non porta il cuore, portano i soldi. L’abbiamo comprovato con una ricerca in collaborazione con il professor Sandro Castaldo della Bocconi e Focus Management. Il dato è eclatante: parliamo di quasi il 17% in più di ricavi da parte di quelle aziende percepite come più inclusive da consumatrici e consumatori. È qualcosa che attinge al nostro intimo più profondo: rifiutiamo prodotti che non ci rappresentano e scegliamo i marchi che più sanno parlare a tutti, che sia per genere, orientamento sessuale, età, disabilità o etnia». Il dottor Becagli, che lavora con i calciatori, è di diverso parere: «È un mondo in cui vi sono molti interessi economici che portano a coprire gli “scandali”, perciò nel tempo alcuni calciatori gay hanno inventato relazioni con mogli e fidanzate. Inoltre molti contratti proibiscono di dichiarare l’orientamento sessuale e, alcuni anni fa, la Fifa ha emanato il divieto di baciarsi dopo la realizzazione un gol. Nel passato molti sponsor hanno abbandonato o multato i loro testimonial che hanno fatto coming out. Fortunatamente vi sono cambiamenti, ad esempio Adidas ha inserito una clausola con cui si impegna a non modificare o rescindere il contratto in caso di coming out». Farlo, però, resta sempre difficile: «La paura nasce dal fatto che non si vuole incrementare una situazione di estraneazione che già si vive nel tenere nascosto il proprio orientamento sessuale», continua lo psicologo milanese. «Al contrario, farlo significa liberarsi da un “peso” e questo non può che aiutare anche nel miglioramento delle prestazioni sportive». Un aiuto per se stessi e per gli altri: «Dopo Rio in tanti mi hanno scritto raccontandomi che ho dato loro la forza di affrontare con se stessi e con gli altri un argomento che purtroppo ancora oggi è tabù. Per me il loro grazie è stato un successo che si è aggiunto a quello sportivo», conferma Bruni.
IL TEMA DELL’EROE — Il coming out di un campione è un bell’esempio: può incrementare la fiducia di molti tifosi che riuscirebbero così a non vedere il proprio orientamento sessuale come un ostacolo alla vita personale e al successo professionale. «È il tema dell’eroe: grandi poteri portano a grandi responsabilità» concorda Vecchioni. «Non è facile ma se una persona è sicura di sé, come mi è parsa la Egonu, non ci saranno grandi problemi. I problemi li avremo noi se ci facciamo separare gli uni dagli altri da discorsi polarizzanti. Paola in quell’intervista ha detto tante cose unificanti, e cosa ha fatto notizia? L’unica che ci differenzia».
Silvia Guerriero

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