Dalla rassegna stampa Cinema

E Frankenstein inventò la Creatura

… il film Demoni e dei suggeriva addirittura, in lui, una metafora della condizione patita dal regista Whale, omosessuale poi suicida nel 1957…

E Frankenstein inventò la Creatura

A duecento anni dalla nascita del mitico dottore e del mostro che simboleggia il sentimento della paura creati dalla scrittrice inglese Mary Shelley, quei personaggi sono nel nostro immaginario e nella storia del cinema

Dall’inizio dell’anno, il 2018 è stato anche l’anno di Frankenstein.

Apparso per la prima volta nel febbraio del 1818, il romanzo di Mary Shelley ha visto celebrazioni in tutto il mondo, dalle più pop alle più seriose. A chiudere il cerchio arriva per l’Italia l’evento più corposo: un convegno con proiezioni e letture, all’Università di Verona, dal 4 al 9 novembre, Caro mostro: 200 anni di Frankenstein, che vedrà impegnata una cinquantina di relatori. Storici della scienza, della letteratura e del teatro, e ovviamente di cinema. Perché, ricorrenze a parte, il mostro ha una seconda, e duratura, data di nascita, che ne segna l’immagine ancor oggi: il 21 novembre del 1931, con l’uscita del film diretto da James Whale e interpretato da Boris Karloff. È lì che si fissa l’icona della Creatura, inserita in un pantheon teratologico che la vede insieme a Dracula, al licantropo, alla mummia, agli zombi che nei primi anni del sonoro il cinema americano lancia sugli schermi ereditando atmosfere del cinema tedesco degli anni 20.

E la filiazione con il testo originale è da subito piuttosto lasca. Il romanzo infatti nasceva (in una notte di tregenda, narra il mito, tra letterati romantici costretti al chiuso di Villa Deodati, in Svizzera) come una sorta di “centone” di immagini tra Sette e Ottocento. Lo hanno ricordato, in un libro apparso qualche mese fa ( Frankenstein. Il mito tra scienza e immaginario; Carocci, 199 pp., 18 euro), Marco Ciardi e Pier Luigi Gaspa: la vicenda del “Prometeo moderno” (così recitava il sottotitolo) faceva confluire alchimia e letteratura di viaggio, romanzo epistolare e magnetismo animale, Milton e Coleridge, letteratura gotica e ricerche sulla generazione spontanea in un romanzo filosofico scritto da una donna che veniva dal milieu intellettuale più avanzato dell’epoca: figlia di una delle prime teoriche del femminismo e di un padre del pensiero libertario, moglie di uno dei più grandi poeti inglesi. Il vero successo del libro però lo decretò il teatro, con decine di versioni (perfino una italiana, ambientata in Sicilia) nell’arco di cent’anni. È sul palcoscenico che il cinema trova la Creatura, e la trasforma in ciò che sappiamo.

Dopo varie versioni all’epoca del muto, è Karloff, con l’aiuto del makeup di Jack Pierce, a diventare per sempre il mostro di Frankenstein (anzi, Frankenstein tout court, con singolare furto del nome del creatore da parte della creatura).

Il passo incerto, i bulloni, le cicatrici, la fronte alta, le palpebre abbassate sono segni che andranno ben oltre i tre film interpretati dall’attore: Frankenstein (1931), La moglie di Frankenstein (1935, il più bello e folle, già una parodia camp) e Il figlio di Frankenstein (1939). In molti poi interpreteranno il mostro, ma nessuno eguaglierà la forza di quella prima apparizione.

Magari, la Creatura nata in laboratorio non ha la pervasività di altri, come il vampiro o il morto vivente, ed è meno perturbante.

Ma forse proprio questa è la sua peculiarità: è il primo mostro umano, in cui la dimensione del patetico insidia quella del terrore. Frankenstein è da subito un infelice, un diverso, perfino qualcuno con cui ci si può identificare. Vent’anni fa il film Demoni e dei suggeriva addirittura, in lui, una metafora della condizione patita dal regista Whale, omosessuale poi suicida nel 1957. Ma fatto sta che la maschera del mostro sarà sempre più rassicurante, anche nelle sue incarnazioni apocrife, dal maggiordomo della Famiglia Addams al cartone Frankenstein Junior di Hanna e Barbera. E lo stesso Karloff si ritaglierà, tra apparizioni televisive e parti in film di serie B, anche un ruolo di vecchio zio che gioca a far paura.

Certo la dimensione sessuale continuerà ad attrarre in maniera singolare le reinvenzioni successive: basti pensare all’Udo Kier della versione prodotta in Italia da Andy Warhol ( Il mostro è in tavola, barone Frankenstein) che cercava un mostro in grado di accoppiarsi con Dalila Di Lazzaro, o addirittura ad Aldo Maccione, macho trash della nostra commedia ( Frankenstein all’italiana di Armando Crispino).

Per tacere del Frank’n’Furter di The Rocky horror picture show, in cui l’eco del mostro si colorava di guêpière e paillettes. E dello stesso Mel Brooks, con la sua celeberrima parodia Frankenstein Junior (forse, a conti fatti, il film sulla Creatura che più persone hanno visto davvero).

Tenera e comica, la Creatura interpretata da Peter Boyle aveva però, stavolta, anche una diversità felice: una vigoria sessuale, anzi più precisamente uno Schwanzstuck, come si diceva nel film con un gioco di parole osceno in yiddish.

Negli anni 70 liberati, essere freak era un modo per smontare la virilità, attraverso l’ipersessualità sovrumana del film di Brooks o il provocatorio oscillare tra i generi dello sweet transvestite, nel musical di Richard O’Brien.

Emiliano Morreale

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