Dalla rassegna stampa Cinema

Mastandrea "Sul set non sono un bomber preparo i gol degli altri"

Mastandrea “Sul set non sono un bomber preparo i gol degli altri”

ARIANNA FINOS,

Parla l’attore protagonista di un clamoroso successo social con il monologo sui figli alla trasmissione tv di Cattelan. E ora arriva in “Euforia” di Valeria Golino

I figli (ti) invecchiano. Una verità che messa in bocca a Valerio Mastandrea sotto forma di monologo è diventata fenomeno social, da centinaia di migliaia di visualizzazioni. Una riflessione sulla paternità ironica e mai retorica: l’addio ai gin tonic, la mancanza cronica di sonno.
Si aspettava il clamoroso successo del suo intervento nello show televisivo “EPCC a teatro” di Alessandro Cattelan?
«No, io e Mattia Torre queste reazioni non ce le aspettiamo mai.
Però abbiamo capito che la nostra collaborazione vive di queste cose. È come se lui preparasse la “bomba” e io la piazzassi. Fuori da ogni retorica, lo considero uno degli autori più acuti, intelligenti che abbiamo in Italia».
E lei come vive la paternità?
«Molto diversamente da Mattia.
Quello è proprio il suo monologo.
Io ho cominciato a bere dopo che è nato mio figlio: lui ha smesso, io ho cominciato. E lui è impressionato dal fatto che il pubblico si sia così identificato. È addirittura una rivoluzione, perché in fondo la famiglia italiana è basata sulla sacralità del figlio. Colpisce quindi, qualcuno che ha il coraggio di dire che i figli rompono le scatole e ti impediscono di fare tante cose. E per farlo si prende pure in giro. Ci sono passaggi notevoli sul senso di colpa cattolico, quello universale, quello che proviamo tutti, anche chi non pratica: se lo fai dormire da solo, poi lo vai a svegliare per chiedergli “com’è andata?”».
Lei che tipo di padre è?
«I figli rendono il tempo qualcosa di diverso. Però principalmente un figlio ti leva l’”occhio di bue” di dosso: non sei più il protagonista della tua esistenza».
Lei invece da giovedì è co-protagonista di “Euforia”, il film di Valeria Golino che racconta del rapporto tra due fratelli (l’altro è Riccardo Scamarcio) quando uno di loro, lei, si scopre malato.
«Volevo fare un film con Valeria a tutti i costi. La aspettavo da Miele.
Valeria fa bene a chi le è al fianco, da attrice e da regista. Il suo modo di dirigere andrebbe insegnato nelle scuole di cinema. Ingenuità compresa, intesa come rapporto basico con le emozioni, vero, sincero come quello dei bimbi: tratta temi complessi senza intellettualismi».
Come è andata con Scamarcio?
«Credo sia il film più importante della sua carriera. E lo ha fatto nelle migliori condizioni, con una regista come Valeria e un attore come me, che non sono un bomber di vocazione, piuttosto uno a cui piace mandare la gente in porta. E Riccardo ha avuto un personaggio di difficoltà estrema».
In questo periodo lei ha affrontato il dolore in varie opere.
« La linea verticale è stato una forma magica di lavoro con una componente autobiografica enorme che era impossibile non sentire sulla pelle, visto che riguarda persone che amo e conosco molto bene. Il rapporto con il dolore qui è raccontato in modo diverso, ma in entrambi i casi la malattia scatena qualcosa: non solo la fine della vita di una persona, ma anche l’inizio della vita di altri».
E poi c’è il suo film da regista, “Ride”. Una variazione sul tema?
«Il mio è, a giochi fatti, una storia sull’elaborazione. Quello che doveva succedere è successo.
Anzi, quello che non doveva: c’è un incidente, una morte ingiusta, sorprendente. Anche se neanche troppo, perché una morte sul lavoro è una cosa che succede spesso. Sì, diciamo che abbiamo passato il triennio del dolore».
Meno male che a Natale arriva con “Moschettieri del re”. Su quel set qualche risata ve la sarete fatta…
«Epperò pure lì qualche dolore c’è stato… Eravamo tutti afflitti da un gran mal di schiena a furia di cavalcare…».
Da spettatore si commuove, guardando i film degli altri?
« Solo vedendo i film degli altri.
Davanti ai miei no. Ma forse dopo tanto tempo pure davanti a quelli, sì. Non è tanto il film in sé, quanto quello che vivevi in quel momento. È come quando pensi a una partita della Roma. Non ti commuovi per il risultato ma per quel che ha significato: se era in trasferta ne ricordi il viaggio…».
Ha visto il film su Cucchi?
«Non ancora, ma da anni sostengo la battaglia della sorella Ilaria. Alla notizia dell’ammissione del carabiniere mi sono emozionato. Il cinema ha una funzione ancor più grande di quella di risolvere i processi, che spetta al tribunale: perlustrare storie di questo tipo in un modo che non ti aspetti, arrivando a toccare i sentimenti di quel pubblico che non la pensa come te. In questo caso però il grande motore è stata la famiglia di Stefano che ha preteso la verità con una determinazione immensa. Così come dovrebbero fare anche gli uomini in divisa: lo spirito di corpo non è omertà, ma correzione degli sbagli».
Se proponessero di far uscire il suo “Ride” in sala e su Netflix lo prenderebbe in considerazione?
«Non lo so. L’uscita contemporanea non giova alla sala. E invece i film devono essere visti lì. Come diceva Franco Citti: “il cinema è il cinema”».
Ora è sul set di “Domani è un altro giorno”, remake del film argentino “Truman”, con Marco Giallini. Ancora malattia.
«Sì, ma stavolta non ce l’ho io. Era da tanto che con Marco non lavoravamo insieme. Gliele sto mettendo tutte davanti alla porta a Giallini: deve solo segnare».

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.