Dalla rassegna stampa Amministrazioni

Mozione anti-aborto col voto PdÈ bufera. «Fuori dal partito»

IL CASO L’ORDINE DEL GIORNO PASSA IN CONSIGLIO COMUNALE TRA LITI E URLA. INTERVIENE MARTINA: «LA 194 NON SI TOCCA»
Mozione anti-aborto, bufera nel Pd
Verona, sì della capogruppo. Bagarre in aula, i vertici del partito la sconfessano: «Si dimetta»

verona La mozione anti-abortista presentata in consiglio comunale a Verona dal leghista Alberto Zelger ha scatenato un terremoto politico a livello nazionale. Il documento, infatti, è stato approvato anche con il voto favorevole della capogruppo del Partito Democratico, Carla Padovani, che è stata immediatamente sconfessata dai massimi vertici Dem: «La legge 194 non si tocca», ha scandito il segretario Martina.

Mozione anti-aborto col voto Pd. È bufera. «Fuori dal partito»

Lillo Aldegheri

VERONA Era finita tra urla e insulti l’altra sera, in consiglio comunale, ma era quasi niente rispetto al pandemonio politico esploso il giorno dopo, ben al di là delle mura di Verona.

Parliamo della mozione anti-abortista presentata dal consigliere leghista Alberto Zelger e approvata dalla maggioranza di centrodestra ma con un voto in più che sta creando un terremoto, quello della capogruppo Pd, Carla Padovani. La mozione (firmata anche dal sindaco, Federico Sboarina) s’intitola «Iniziative per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità nel 40esimo anniversario della Legge 194». In concreto, dopo una lunga premessa sugli effetti negativi della legge sull’aborto (usata, secondo i firmatari, anche come metodo per limitare le nascite, con danni alla salute fisica e psichica delle donne che non vengono informate sulle possibili alternative esistenti) la mozione propone «un congruo finanziamento ad associazioni come progetto Gemma e Chiara» e una promozione del progetto regionale «Culla segreta» che segnala la possibilità di partorire in ospedale in modo sicuro e segreto e diffonde il numero telefonico di Sos Vita.

Il dibattito era stato rovente, portando anche all’intervento della forza pubblica, che ha sgomberato il loggione destinato al pubblico. Su quel loggione era presente una folta delegazione di femministe dell’associazione «Non una di meno» (verso le quali cui la scorsa estate il consigliere Bacciga aveva rivolto il saluto fascista, fonte di mille altre polemiche).

Nell’introdurre la discussione, Zelger aveva parlato di «sei milioni di bambini uccisi senza contare le uccisioni nascoste» in Italia, del «diritto inalienabile alla vita» e aveva chiesto, citando il testo della mozione, di proclamare Verona «città a favore della vita».

Michele Bertucco (Sinistra in Comune) aveva replicato ironico: «Non sapevo di essere in una città favorevole alla morte, ma questa mozione si occupa soprattutto di finanziare associazioni vicine a Zelger». Duri gli interventi di tutto il centrosinistra. Tutti tranne uno: quello della capogruppo del Pd, Carla Padovani, che si diceva «d’accordo con tutte le iniziative a favore della vita, e quindi a favore di questa mozione». Pandemonio sulle balconate, urla di «vergogna!», fino alla sgombero del pubblico in aula. Ma il vero parapiglia politico è esploso il giorno dopo, e a farne le spese (mentre continuava lo scontro tra abortisti ed anti-abortisti) è stato proprio il Pd, con la sua capogruppo al centro di contestazioni esterne e interne al partito. Lo stesso segretario nazionale, Maurizio Martina, giudica «un grave errore» il voto della Padovani e tuona che «la legge 194 a difesa delle donne e della maternità consapevole non si tocca». Monica Cirinnà, senatrice Pd, si dice «esterrefatta e schifata» dal voto della capogruppo comunale di Verona. E se il segretario regionale, Alessandro Bisato, si dice allibito dall’iniziativa della Lega e della maggioranza veronese, a livello locale, il consigliere comunale Pd, Federico Benini, ricorda di essere «stato il primo a chiedere che Carla Padovani facesse un passo indietro, quando in marzo aveva chiesto di essere rimossa da un video del Pd per non comparire assieme a una coppia gay unita civilmente: ma allora – dice Benini – il partito non aveva battuto ciglio…». La Cgil, in una nota, parla di ritorno del Medioevo a Verona. A favore della mozione, invece, Forza Nuova, che parla di «vento del cambiamento» e annuncia un’iniziativa analoga in consiglio comunale a Trieste.


da La Repubblica

“Verona città anti-aborto” e la capogruppo Pd approva
Passa la mozione pro- vita della Lega. I vertici Dem all’attacco della consigliera: si dimetta

Giampaolo visetti

Dal nostro inviato
verona
Basta una notte e quaranta anni dopo una città aperta e mondiale come Verona si sveglia improvvisamente risucchiata nel passato e ufficialmente schierata contro l’aborto. A spingerla lontano da una legge dello Stato e dall’Occidente, frutto di una storica battaglia politica e di un cruciale referendum popolare, è la mozione di un consigliere comunale della Lega, il cattolico Alberto Zelger, ex vicesindaco e vicino al ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, pure di Verona e pure schierato, oltre che contro la legge 194, contro le coppie gay, le famiglie arcobaleno e la legge Mancino, che condanna l’apologia del nazifascismo e le discriminazioni razziali e religiose.
Ad aumentare la sorpresa della città, il voto positivo anche della capogruppo Pd in consiglio comunale, Carla Padovani, ora nella bufera politica e mediatica assieme ai vertici locali del partito, che pure invoca le sue dimissioni. La mozione “pro vita”, sostenuta dallo stesso sindaco forzista Federico Sboarina, impegna la giunta a inserire nell’assestamento di bilancio fondi a favore di associazioni cattoliche vicine a Zelger e Fontana, oltre che per progetti antiabortisti, come quello regionale “Culle segrete”. Il documento dichiara però prima di tutto che Verona è “una città a favore della vita”, sottintendendo che tutte le altre siano dalla parte della morte. Già a luglio la Lega aveva tentato il blitz anti-aborto, sventato grazie alla mobilitazione delle donne e delle attiviste del movimento “Non una di meno”. Allora l’esponente di estrema destra Andrea Bacciga aveva reagito facendo il saluto romano in consiglio comunale. Giovedì sera una trentina di loro si è ripresentata in aula per una “protesta pacifica”. Cappuccio di carta bianca in testa, tunica scura e mantello rosso sulle spalle, come le ancelle della serie tv statunitense Handmaid’s Tale, dopo il voto hanno gridato la loro rabbia e sono state allontanate dalla polizia municipale. Vano anche il tentativo delle opposizioni, a partire dai Cinque Stelle, ma pure del Pd e della lista dell’ex sindaco Tosi, espulso dalla Lega dal segretario Salvini e dal governatore del Veneto Zaia, di far mancare il numero legale uscendo dall’aula.
Verona così, con 21 sì e 6 no, si trova a dare una spallata al diritto delle donne di interrompere una gravidanza, sottraendosi al rischio del racket degli aborti clandestini, o ai ricoveri negli ospedali degli altri Paesi europei. Bocciata solo la “sepoltura automatica” dei feti abortiti. Il timore di movimenti e associazioni ora è che l’attacco leghista alla 194 sia il primo passo verso lo smantellamento di altri diritti civili fondamentali. Per Aide e Telefono Rosa il documento contiene «affermazioni false e lesive della dignità della donna» e ignora come «nel frattempo in Italia vengono sottratte risorse umane e finanziarie a istituzioni pubbliche, a partire dai consultori ». Negli ultimi 35 anni, dati del ministero della Salute, nel Paese le interruzioni volontarie della gravidanza sono calate del 54,2%. In Veneto, in dieci anni, si è passati da 7mila a 5mila aborti all’anno. «In realtà — dice il promotore della mozione Alberto Zelger — dopo tanto tempo era doveroso fare il punto sulla mancata applicazione di due principi sanciti dalla legge: la tutela della vita umana dal suo inizio e la prevenzione delle cause che inducono ad abortire. Interrompere la gravidanza non può essere un contraccettivo». Giudizio condiviso dalla stessa capogruppo Pd, Padovani, che votando la mozione ha spiazzato partito e colleghi, rigettando i Dem nel caos e costringendo i vertici ad una raffica di rettifiche. Ora tutti contro di lei, nel centrosinistra, dal segretario Pd Martina all’ex presidente della Camera Boldrini di Leu, da Emma Bonino a Monica Cirinnà. Il segretario regionale Pd, Alessandro Bisato, ha chiesto le dimissioni della capogruppo dicendo che però è l’attacco leghista alla 194 a riportare «l’Italia nel Medioevo e a schierare Verona contro le donne». Preoccupato anche il presidente del Lazio Zingaretti, candidato alla leadership Dem. «Così non va — dice — non si procede con colpi di mano ideologici su temi tanto delicati. Non si rispetta la vita se prima non si rispettano le donne: l’Italia ha una legge seria, la 194, che va applicata». Tempesta che potrebbe allargarsi fino a Venezia. «Dopo l’aborto — dice Orietta Salemi, consigliera diessina, un anno fa giunta a un passo dal ballottaggio con Sboarina — discuteranno il nostro diritto al voto e apriranno la caccia alle streghe».

Le donne del movimento “Non una di meno” in consiglio comunale

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SE VERONA DIVENTA CITTÀ ANTI-ABORTO

Michela Marzano

Verona è una “città a favore della vita”, recita la mozione della Lega votata ieri notte in consiglio comunale anche dalla capogruppo del Pd, e sostiene le attività delle associazioni Pro-Life. Un attacco frontale alla legge 194 del 1978 che legalizzò l’aborto. Come se tutti coloro che per anni si sono battuti affinché anche in Italia fosse riconosciuta alla donna la possibilità di interrompere una gravidanza nelle strutture pubbliche e gratuitamente fossero dei ferventi sostenitori di una “cultura della morte”. E fosse meglio tornare alla clandestinità, quando erano numerose le donne che morivano sotto i ferri delle “mammane”. Viene da chiedersi se dietro questa decisione ci sia ignoranza o malafede, oppure entrambe le cose. Visto che ormai sappiamo da tempo che in molte regioni italiane, dato l’alto numero di medici obiettori, è complicato, talvolta impossibile, accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, e che dietro le iniziative portate avanti dai movimenti Pro-Life si nasconde spesso, dietro la difesa del “valore della vita”, un’intolleranza profonda nei confronti della fragilità della condizione umana. Tutti vorremmo un mondo in cui, quando si desidera un figlio, ci si ritrova poi immediatamente incinta o, quando non si è pronti ad accoglierlo, la gravidanza non arriva. La realtà, però, è molto più complessa e drammatica: c’è chi aspetta per anni quel bambino che non arriverà mai e chi, invece, vive la gravidanza come una condanna, e quindi non può, non vuole o non ce la fa a diventare madre – ma chi siamo noi per giudicare un’altra persona? Che ne sappiamo di quello che ha potuto vivere, o vive, una donna che decide di abortire? Il problema di alcune associazioni cattoliche è voler imporre a tutti la propria visione del mondo, come fosse sempre evidente sapere cosa è “bene” e cosa è “male”, quello che si deve fare e quello che si deve evitare. E allora non esitano a schierarsi contro la fecondazione eterologa, nonostante siano a favore della vita, oppure contro l’aborto, nonostante il rischio di chi abortisce nell’illegalità sia proprio quello di morire. Questa idea secondo cui le cose sarebbero semplici – la famiglia naturale l’unica famiglia possibile, l’eterosessualità la norma e la vita sempre e solo una benedizione – si scontra tuttavia contro la realtà dell’esistenza. E rischia solo di generare dolore supplementare. Ma se fino ad ora i Pro-Life non se ne sono resi conto, forse è davvero impossibile convincerli. Quello che stupisce in questa vicenda non è tanto la mozione della Lega – in perfetta linea con le posizioni di Lorenzo Fontana, attuale ministro della Famiglia ed ex vicesindaco di Verona – quanto la posizione della capogruppo del Pd che, invece di difendere l’autonomia femminile e battersi contro l’inevitabile discriminazione di tutte coloro che già oggi sono costrette a spostarsi da una regione all’altra per abortire, approva di fatto un passo indietro del nostro Paese in termini di diritti. Forse ha dimenticato quanto scrisse Simone de Beauvoir, nel 1949, parlando appunto dell’interruzione di gravidanza: «Gli uomini si contraddicono con uno stolido cinismo; ma la donna sperimenta queste contraddizioni nella sua carne ferita […] pur considerandosi vittima di un’ingiustizia, si sente contaminata, umiliata; è lei che incarna sotto forma concreta e immediata, in sé, la colpa dell’uomo».

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da Repubblica.it

Verona, chi è Carla Padovani: la capogruppo Pd che ha votato contro l’aborto e aveva lasciato i dem per le unioni civili

La storia della consigliera del Partito democratico rivela che quella sulla 194 non è stata l’unica scelta in dissenso dal partito. Ma questo non le ha impedito di guidare il gruppo in consiglio comunale

Per difendere la sua posizione – con il sì alla mozione leghista contro l’aborto in consiglio comunale a Verona – Carla Padovani ha scelto una tv della Cei, Tv2000. La capogruppo Pd, finita nella bufera e attaccata da una gran parte degli esponenti del suo partito, a cominciare dal segretario Maurizio Martina, dice che si è trattato di un fatto di coscienza. Ma chi è quest’esponente veneta del partito? E come è diventata numero uno in consiglio comunale?

di TIZIANA TESTA

In realtà nel passato di Padovani c’erano già stati episodi politicamente controversi. Fervente cattolica, 56 anni, laureata in chimica, Padovani aveva lasciato il Pd, nel 2012, proprio in polemica con la posizione dem sulle unioni civili, ed era passata all’Udc. Qualche mese fa – prima delle politiche del 4 marzo – aveva chiesto anche di essere cancellata da un video del partito locale in cui veniva rivendicato, come un successo, il via libera alla normativa sulle unioni omosessuali.

La militanza politica in realtà era cominciata molti anni prima – nella Margherita – con l’elezione come consigliera di maggioranza nel 2002, nella giunta di centrosinistra di Paolo Zanotto. Poi qualche anno lontana dalle scene e un ritorno nei ranghi dell’Udc per cui si era presentata alle comunali del 2012, non riuscendo però a guadagnare una poltrona in Consiglio comunale.

Infine l’elezione con il Partito Democratico nel 2017 all’opposizione dell’amministrazione guidata dal forzista – tendenza Lega – Federico Sboarina. A capitanare il Pd in consiglio comunale doveva essere la candidata sindaca dem Orietta Salemi che però – esclusa dal ballottaggio tra Sboarina e Patrizia Bisinella, della Lista Tosi – ha preferito restare in Consiglio regionale.

“La scelta di oggi era perfettamente prevedibile – ha spiegato il deputato Pd veronese Vincenzo D’Arienzo – già a marzo, pochi giorni prima delle elezioni, aveva chiesto di essere tolta da un video promozionale organizzato dal suo circolo perchè in quel video prendevano la parola anche un gruppo di persone omosessuali e già in quell’occasione erano state chieste le sue dimissioni”.

Dimissioni reclamate oggi dallo stesso D’Arienzo. E da una lunga fila di esponenti dem. “Il problema non sono le sue idee perché ci può stare anche un dissenso, ma se sei il capogruppo serve anche una certa intelligenza politica”, dice ancora D’Arienzo. In Consiglio comunale si dice infatti che Padovani avesse nascosto al Pd le sue reali intenzioni, anticipandole però alla maggioranza di centrodestra.


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