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Omosessualità: una strategia evolutiva a beneficio della famiglia

…se l’omosessualità ha una componente genetica ereditabile e gli omosessuali non si riproducono, come è possibile che il tratto sopravviva nel corso delle generazioni all’interno della popolazione? …

Omosessualità: una strategia evolutiva a beneficio della famiglia

di Francesco Suman

Essere gay in India non è più un reato, per lo meno a partire dal 6 settembre scorso, data in cui la corte suprema indiana ha stabilito che la legge, in vigore da oltre 150 anni (eredità dell’occupazione britannica vittoriana), che arrivava a dare pene fino a 10 anni di carcere agli omosessuali, è incostituzionale.

Decine di milioni di persone sono state liberate da una persecuzione di Stato, dato che l’India è oggi il Paese più popoloso al mondo: con oltre 1 miliardo e 300 milioni di abitanti si gioca ormai il primato assoluto con la Cina.

Andrea Camperio Ciani, professore di etologia, psicobiologia e psicologia evoluzionistica al Fisppa (dipartimento di Filosofia sociologia pedagogia e psicologia applicata) dell’università di Padova, da quasi 20 anni studia l’omosessualità con la lente dell’evoluzione. L’edizione indiana del Telegraph l’ha intervistato proprio il giorno successivo alla decisione della corte suprema. “Il fatto che i miei studi siano stati recepiti dall’opinione pubblica in maniera costruttiva è per me importantissimo”.

Nel 1993 il biologo Dean Hamer del laboratorio di biochimica del Nih (National institute of health) aveva individuato in una regione del cromosoma X (Xq28) la presenza di un fattore genetico che aveva correlato all’orientamento omosessuale. Immediatamente si parlò del gene dell’omosessualità e di determinismo genetico. “Diversi modelli, anche quelli sviluppati da noi hanno dimostrato che non può esistere il gene dell’omosessualità, non si può trasmettere, la sua frequenza non troverebbe un equilibrio nella popolazione” spiega Camperio Ciani.

Se l’omosessualità non fornisce alcun vantaggio riproduttivo, perché permane al passaggio delle generazioni?
L’approccio genetico allo studio dell’omosessualità infatti genera quello che viene definito un paradosso darwiniano: se l’omosessualità ha una componente genetica ereditabile e gli omosessuali non si riproducono (o lo fanno con un tasso molto basso, 0,3 figli in media, ovvero 70% in meno degli eterosessuali), come è possibile che il tratto sopravviva nel corso delle generazioni all’interno della popolazione? Dalla genetica delle popolazioni sappiamo che un tratto che si riproduce con un tasso più basso della media degli altri tratti, prima o poi andrà ad estinguersi. Quindi se l’omosessualità non fornisce alcun vantaggio riproduttivo, perché permane al passaggio delle generazioni?

I lavori di Camperio Ciani tentano di risolvere questo paradosso, mantenendo l’approccio genetico.

Il primo studio che presentava un modello di trasmissione genetica dell’omosessualità è stato pubblicato nel 2004: su un campione di 4600 individui, che comprendeva la linea parentale di 98 maschi omosessuali e 100 eterosessuali, veniva trovato che madri, zie materne e nonne materne di maschi omosessuali generano in media più prole (1,2 – 1,3 figli) di zie materne e nonne materne (1 figlio) di maschi eterosessuali e che questa fecondità non è osservata nelle zie e nelle nonne della linea paterna di maschi omosessuali.

Ecco dove starebbe il vantaggio evolutivo: l’ipotesi di Camperio Ciani sostiene che il medesimo fattore genetico associato all’omosessualità maschile sia anche associato alla maggiore fecondità femminile. Il vantaggio dato alle portatrici femmine (1,1 – 1,3 figli in media) sarebbe tale da tollerare il mancato successo riproduttivo dei portatori maschi (0,3 – 0,7). A beneficiarne sarebbe l’intera linea famigliare e lo svantaggio nei maschi sarebbe un tollerato compromesso (trade off). In questi casi si parla di selezione di parentela (kin selection) e Camperio Ciani la chiama selezione sessualmente antagonista, perché il medesimo fattore porta dei benefici in un sesso, mentre risulta costoso nell’altro.

Lo studio trovava inoltre che i maschi omosessuali sono maggiormente presenti in linee famigliari materne, ovvero un gay ha mediamente più parenti gay nella linea famigliare della madre rispetto a quella del padre. Il cromosoma X, che nei maschi viene sempre trasmesso dalla linea materna, secondo Camperio Ciani può essere un buon candidato per contenere il fattore genetico associato all’omosessualità. Sono stati dunque costruiti dei modelli di trasmissione genetica a uno o più fattori per simularne la diffusione nella popolazione. I modelli a un solo fattore genetico non si sono rivelati evolutivamente stabili: o il tratto si diffondeva troppo, o si estingueva. Un modello a due fattori genetici (uno sul cromosoma X e uno su un altro cromosoma) invece si è rivelato plausibile: i fattori genetici associati all’omosessualità maschile e alla fecondità femminile si mantenevano nella popolazione, nel corso delle generazioni, con frequenze plausibili, né troppo alte né troppo basse (tra il 7 e il 15%). Lo studio viene pubblicato su Plos One nel 2008. Nel 2015 un gruppo americano guidato da Alan Sanders compie uno studio di associazione di tratti genetici (genome-wide association study, Gwas) considerando l’intero genoma di 409 coppie di fratelli omosessuali. La Gwas è un’analisi che scova quelle variazioni genetiche che sono significativamente più frequenti in un determinato gruppo di individui accomunati da una specifica caratteristica. Se le variazioni vengono trovate, si dice che sono “associate” alla data caratteristica. Il lavoro del 2015 trova due fattori genetici significativi associati all’omosessualità: uno sul cromosoma X (Xq28) e uno sul cromosoma 8. I risultati di Sanders sembrano confermare le predizioni del modello a due fattori di Camperio Ciani del 2008.

Che cosa sappiamo però di questi due fattori genetici? Poco in realtà. Camperio Ciani suppone influenzino l’androfilia (preferenza per i maschi), ma non necessariamente l’omosessualità. Ereditare i due fattori genetici trovati da Sanders infatti non comporta necessariamente lo sviluppo di un orientamento omosessuale: il tratto Xq28 e il tratto sull’autosoma 8 sono stati trovati sia in maschi omosessuali sia in maschi eterosessuali.

Che cosa sappiamo però di questi due fattori genetici? Poco in realtà
Né si conosce se i due fattori genetici individuati siano coinvolti nei meccanismi di sviluppo dell’orientamento sessuale. I meccanismi fisiologici che determinano l’orientamento sessuale nell’uomo infatti sono molti e la componente genetica è solo una parte di un complesso multifattoriale. Uno studio sui topi pubblicato nel 2016 da un gruppo di neuroscienziati dell’università di Torino ha mostrato che il comportamento sessuale dei topi maschi dipende dalla quantità di feromoni cui vengono esposti: in presenza di feromoni maschili il cervello dei maschi si comporta come quello femminile, e gli animali esibiscono una maggiore attrazione per gli individui dello stesso sesso.

Per quanto riguarda le ragioni che possono portare una donna a fare più figli, i fattori ambientali e culturali possono risultare preponderanti su quelli genetici: “i dati che abbiamo raccolto da una serie di interviste, suggeriscono che le mamme e le zie dei maschi omosessuali mostrano in media una personalità estroversa, pochi aborti spontanei, e buoni rapporti famigliari”, tutte caratteristiche che secondo Camperio Ciani possono favorire una gravidanza. Ma che i fattori genetici individuati da Sanders siano in qualche modo causa di queste caratteristiche resta ancora solo ipotizzato.

L’altro lato della medaglia, ancora relativamente poco esplorato, riguarda poi gli studi sulle donne omosessuali. “Abbiamo trovato che mentre l’omosessualità maschile è piuttosto dicotomica nella scala Kinsey (una classica misura dell’orientamento sessuale che va da 0 a 6, ndr), cioè è relativamente facile distinguere tra maschi etero e omosessuali, con le donne è molto più difficile, le nostre misure sono molto più sfumate”. Camperio Ciani ha studiato circa 30.000 individui (tra donne omosessuali e loro parenti) e ha osservato che la ridotta fecondità delle femmine lesbiche viene bilanciata dall’incremento di fecondità generalizzato in tutti gli altri membri della famiglia, sia paterni che materni. Secondo Camperio Ciani questi risultati sarebbero in linea con l’ipotesi della selezione di parentela.

“Ci tengo a ribadire che non sto parlando di determinismo genetico, la ricerca lo mostra chiaramente, perché chi possiede i due fattori genetici individuati non è sempre omosessuale. Da quanto emerge dai miei studi sono però convinto che l’omosessualità sia influenzata geneticamente, tutti i nostri tratti del resto sono il frutto di un’interazione tra geni e ambiente. Conoscere il meccanismo d’azione esatto a me non è mai interessato; mi interessava capire se poteva esserci un modello biologico che confutasse le teorie darwiniane, mentre quello che ho dimostrato è l’esistenza di un modello di selezione di parentela bilanciata, che chiamo selezione sessualmente antagonista, perfettamente compatibile con la selezione naturale: i fattori genetici ci sono, producono un vantaggio e uno svantaggio, e si mantengono nella popolazione con una bassa frequenza. John Maynard Smith le chiamava strategie evolutivamente stabili”.

Per mettere alla prova ulteriormente le ipotesi di Camperio Ciani probabilmente saranno necessari in futuro studi che utilizzino campioni di individui ancora più numerosi di quelli che sono stati utilizzati fino ad ora, per ridurre il più possibile l’errore statistico dei risultati.

Infine, risulta curioso, a fronte delle persecuzioni che gli omosessuali hanno dovuto subire nel corso della storia in molte civiltà, accusati di essere contro natura, contro i valori della famiglia, che l’ipotesi di Camperio Ciani suggerisca proprio che l’omosessualità sia una strategia evolutiva che favorisce la sopravvivenza della famiglia. Sia quella sacra sia quella profana.

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