Dalla rassegna stampa Arti visive

Sua Celebrità Andy Warhol

Sua Celebrità Andy Warhol

Al Vittoriano una mostra sul padre della Pop Art: serigrafie, polaroid, copertine

Edoardo Sassi

Antologiche, retrospettive, citazioni: uno degli artisti ancora oggi più rappresentati nel mondo, uno dei più riconoscibili, uno dei più prolifici e uno, va da sé, dei più amati dal grande pubblico. Accade così che anche a Roma si susseguano, periodicamente, mostre su Sua Celebrità Andy Warhol, stella della Pop Art.

L’ultima, quella inaugurata ieri al Vittoriano (Ala Brasini). Un’esposizione realizzata per il novantesimo anniversario della nascita del più brillante fra gli astri della New York che fu (anche se era nato a Pittsburgh), uno dei pochissimi ad aver inventato un alfabeto, un’estetica e forse, addirittura, un’epoca, qui raccontato attraverso 170 opere che intendono riassumerne il percorso di personaggio e di artista (fu entrambe le cose).

Arte, ma anche musica, cinema, moda, mondanità: ogni aspetto della produzione warholiana viene approcciato in questa mostra, composta quasi esclusivamente con opere di un’unica collezione privata (Eugenio Falcioni & Art Motors srl, organizzatore dell’esposizione con il Gruppo Arthemisia).

Priva di prestiti museali, la selezione traccia un percorso che oltre alle principali icone — Campbell’s Soup, ritratti di Marilyn, Mao o Liz Taylor — pone l’accento su alcuni aspetti della molteplice produzione di Warhol, maestro anche del multiplo e della serialità dilagante. Molto spazio è dato ad esempio ai rapporti con il mondo musicale, dove i volti di Mick Jagger (1977) o Miguel Bosè (1983), affiancano copertine di dischi entrate nella leggenda, dalla banana sbucciabile di The Velvet Underground & Nico (1967) ai jeans di Sticky Fingers dei Rolling Stones, 1971.

Spazio anche ad alcuni disegni (Warhol disegnava anche, e bene) e celebri polaroid scattate dall’artista, non di rado punto di partenza per realizzare i suoi ritratti serigrafici. Tutti materiali che nel loro insieme restituiscono il clima di un’epoca e l’eterogeneo, rutilante pantheon di Andy, lo stesso dove convivono scenografiche drag queen e celebrities d’ogni risma: il barone de Rotschild, Diana Vreeland, Grace Jones, Carolina di Monaco (finita con la sua effige sulla copertina di «Vogue» nel 1984), Paloma Picasso, Valentino, Paul Anka, Stevie Wonder, Giorgio Armani…

Di serigrafia in serigrafia, di foto in foto, di disegno in disegno, di copertina in copertina, di Factory in Factory, di eccesso in eccesso, un viaggio partito dagli scaffali dei supermercati americani dei primi Sessanta e approdato, due decenni dopo, alle ruggenti notti di New York, lì dove la vita di Andrew Warhola (suo vero nome) si interromperà all’alba del 22 febbraio 1987. Crisi cardiaca giunta a seguito di un’operazione alla cistifellea. Aveva 59 anni.

Ma il suo mito continua.

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