Dalla rassegna stampa Cultura

Se il gender va oltre gli stereotipi

Dalle battaglie femministe baresi del 1968 alle istanze su Instagram: oggi per il Big film festival i dialoghi su rivoluzione sessuale e identità di genere

Se il gender va oltre gli stereotipi

Dalle battaglie femministe baresi del 1968 alle istanze su Instagram: oggi per il Big film festival i dialoghi su rivoluzione sessuale e identità di genere

Cosa è accaduto nei 50 anni che separano i proclami di manifestazioni del 1968 e del successivo movimento femminista del decennio seguente, dalle istanze e dai desideri che pullulano su Instagram, Gay Romeo, Tinder e le reti sociali abitate dalla generazione Z? Di sicuro non sono le aule universitarie baresi, le strade dei cortei degli anni ’70, le sedi dei movimenti extraparlamentari i luoghi dove rinvenire oggi l’eredità delle lotte per la liberazione sessuale. I Dialoghi che aprono il Bari international gender film festival questo pomeriggio (all’ex palazzo delle Poste dalle 15 alle 19,30) intendono, appunto, interrogarsi sulla discontinuità che ha segnato, di decennio in decennio, l’emergere di sogni e bisogni di generazioni distanti tra loro. Esistono, infatti, espressioni editoriali, accademiche e associative riconosciute dove è ricostruita, anche se per frammenti, la storia del movimento femminista pugliese – pensiamo al Centro documentazione e cultura delle donne di Bari e all’Archivio di genere, incardinato nel dipartimento di Scienze della Formazione, psicologia e comunicazione dell’Università barese, con la sua preziosa biblioteca di cui verranno esposti esempi nel seminario. Invece non esistono tracce documentate degli anni ’90, quando si scivolava dalla rivoluzione sessuale che intendeva con il termine “genere” quello femminile, alle questioni poi definite in ambito accademico “gender studies”, laddove il genere è espresso da molteplici identità e orientamenti, nonché da performance, estetiche e immaginari, talvolta in conflitto tra di loro. Matrimonio, fedeltà, verginità, Festa della Donna e aborto erano il soggetto di slogan, produzioni cinematografiche, saggi e fumetti, insieme a capi vestimentari provocatori e sferzanti, che insistevano sulla donna e il suo corpo.

Parallelamente, ma in sordina, sul finire degli anni ’80 e durante gli anni ’90, iniziavano a emergere alterità che non rispondevano né alla configurazione eterosessuale della coppia, né alle sole istanze femminili: era l’alba delle comunità poi declinate nella sigla Lgbtq in continua ridefinizione. Il festival sul cinema di genere Bigff ha sempre fatto i conti con la questione complessa delle sfumature: Massimo Canevacci, Patrizia Calefato, Luciano Lapadula, Paola Zaccaria, Gabriella Morisco, Roberta Troiano, Grazia Ciani e giovani laureande (Nadia Campanella, Giulia Palazzo) faranno dialogare fenomeni di epoche caratterizzate da immaginari societali ancora sommersi o ai margini. Gay, lesbiche, queer, trans che posto si erano ritagliati nella Bari di fine secolo scorso?

Nei ricordi di Antonio Lacava (nickname su Facebook), testimone di quegli anni, risalgono ai primi anni ’90 i vagiti che diedero poi origine ad una comunità gay barese e, in particolare intorno “al bar di culto sul Lungomare: il Baraonda, polo attrattivo di tribù underground punk e dark, futuri artisti, intellettuali e numerosi omosessuali. La movida barese si consumava in quel tratto di lungomare che va da ‘Nderr la Lanz alla rotonda. Questo baretto dall’atmosfera alla Almodovar, esattamente come nei suoi primi film, riuniva tipi umani di vario genere e gender, in totale armonia con il resto della gioventù barese mainstream”. Erano gli anni durante i quali nascevano sonorità più leggere e coinvolgenti che permettevano, racconta sempre Lacava “alle giovani avanguardie gay di esplorare i primi approcci omoerotici”. Chi non ricorda il disco club Why Not di Triggiano? Successivamente verso la fine degli anni ’90 nacque il Jimmyz, alle porte di Bari, che inaugurò la serata del Between, per gay e lesbiche, sin da subito frequentata da etero curiosi di affacciarsi su una galassia dai molteplici orientamenti. E il mondo in città stava cambiando, attraverso pratiche quali musica, ballo, nickname di gruppi identificativi per riconoscersi in epoca social network, si giunse al Gay pride nazionale del 2003 a Bari: il momento dell’orgoglio Lgbt, ricordo indelebile e sutura tra passato, presente e soprattutto futuro.

Cinquantamila persone in strada, provenienti da tutta Italia, sfilarono su carri e sound system, pronunciando slogan tra il serio, il provocatorio e il faceto. Oggi, che molti millenials si trovano più a proprio agio nella nozione di genderless, oltre la binarietà maschile vs femminile, così come si evince dalle foto dei profili, è necessario continuare il dialogo, per assicurare ai più giovani un presente sereno, dove la parola “gender” si apra alla polifonia e l’essere alla ricerca della propria identità non debba coincidere con la paura di non rientrare in canoni ormai superati.

Lo scatto di un corteo femminista a Bari nel 1978, dall’archivio di Francesco Trotta

L’autrice

Claudia Attimonelli è sociosemiologa e insegna Cinema all’Università di Bari Si occupa di culture urbane, il suo ultimo saggio è Pornocultura (Mimesis) con Vincenzo Susca, mentre è appena uscita per Meltemi la nuova edizione di Techno. Ritmi afrofuturisti

Claudia Attimonelli
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