Dalla rassegna stampa Cronaca

Niente «solidarietà» per i gay aggrediti

Ancora scontrosulla mozione mancata

VERONA (l.a.) Continua lo scontro politico sul mancato voto di solidarietà, da parte del consiglio comunale di Verona, ai due ragazzi gay prima pestati e poi minacciati, e la cui casa s’è tentato d’incendiare ed è stata ridipinta con svastiche. Patrizia Bisinella (Ama Verona) definisce «una vergogna assoluta» la mancata solidarietà istituzionale a due cittadini che sono stati vittime di una violenza inaccettabile. Al contrario, Matteo De Marzi (Battiti) afferma che «tecnicamente, il documento di solidarietà (proposto dal M5S) ripete condanne già espresse, tratta e condanna atti di violenza ma poi si dilunga in questioni pretestuose e strumentali, per cui – aggiunge – si è ritenuto di sospendere il documento in attesa che le indagini abbiano il loro corso». Per De Marzi la vera preoccupazione «deriva invece dal fatto che la cronaca nazionale ci riporta episodi di violenza purtroppo costanti».

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Niente «solidarietà» per i gay aggrediti

Il consiglio comunale non vota la mozione, la Lega: «Ci sono le indagini». Angelo: «Atto vergognoso»

Angiola Petronio

VERONA «Ogni parola è superflua». Eppure l’altra sera in consiglio comunale le parole sono corse, a fiumi. Fino a straripare nell’intervento del consigliere leghista Vito Comencini che le sue «perplessità» le ha motivate con un «sono in corso indagini per verificare i fatti. C’è una denuncia contro ignoti, ma non è chiaro quello che è accaduto, se non dalla testimonianza della coppia».

È stato così che l’approvazione – mancata per 13 voti a favore della sospensione e 12 contrari – di una mozione che doveva esprimere solidarietà ad Angelo e Andrea, la coppia gay aggredita prima in piazza Bra e poi nella loro casa a Stallavena, è diventata altro. Un’occasione mancata per il consiglio comunale. «Un atto schifoso e vergognoso», per come lo hanno bollato Angelo e Andrea che la solidarietà non la vanno elemosinando perché, tranne che dal consiglio comunale di Verona, la stanno raccogliendo anche dall’estero . «Ogni parola è superflua» è stato il commento di chi quella mozione l’aveva presentata, il consigliere M5S Alessandro Gennari. Nel testo ha ripercorso le aggressioni e chiedeva al consiglio di «esprimere la propria solidarietà nei confronti della coppia aggredita e condanna fermamente qualsiasi tipo di violenza, specie se perpetrata per motivi di carattere ideologico». Nessun riferimento politico, proprio per avere la massima adesione. Ma in una città dove è ancora in vigore la mozione 336 che da ventitrè anni impegna la giunta a contrastare la parità dei diritti per i gay, forse si è peccato di ottimismo. «Una mozione di scontato buon senso e di una banalità imbarazzante. Evidentemente non la pensa così la maggioranza che addirittura ha votato per non votarla. Bentornata nel Medioevo Verona», è stato il commento del consigliere Pd Federico Benini. Per un centrosinistra che neanche quando è stato al timone della città è riuscito ad annullare la 336. Tant’è. Su quella mancata votazione si stanno alzando le barricate politiche. «Quello era un documento ideologico che comunque io non votai – spiega l’ex sindaco Flavio Tosi che sulla mozione per Angelo e Andrea ha dato il suo assenso -. Qui si tratta di un’aggressione che è palesemente omofoba. E va condannata. Non votarla è un fatto grave». Parla di «oscurantismo» Patrizia Bisinella, che oggi terrà una conferenza stampa. E parlano anche loro, Angelo e Andrea. Ci sarà una manifestazione da Grezzana a Stallavena per dire quello che il consiglio comunale non è riuscito ad esprimere. Martedì incontreranno la senatrice Monica Cirinnà, la cui legge ha permesso loro di sposarsi. «Nessuno, né il sindaco di Verona né quello di Grezzana – spiega Angelo – e alcun politico locale ci ha mai neanche fatto una telefonata. Di contro qualcuno della loro maggioranza ci offende instillando dubbi sull’aggressione. Noi stiamo vivendo una situazione allucinante, nella paura. Che si arrivi a certi livelli è schifoso». Ma la solidarietà spesso arriva da dove non ti aspetti. E ha volti che non penseresti. «L’unica “figura istituzionale” che è venuta a trovarci è stato il parroco di Stallavena. Ci ha voluto salutare perché andrà via, ci ha regalato una medaglietta, ci ha benedetto…». E quel gesto per Angelo e Andrea vale di più di mille – mancate – mozioni.

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«Volevano uccidermi:sono fuggito dall’Africa e ho perso tutto. Questo è altro mondo, desidero avere una vita»

M. S.

«Sono scappato dall’Africa perché volevano ammazzarmi. Per il fatto d’essere gay ho corso quel pericolo e soprattutto ho perso tutto quello che avevo. La sensazione era quella di non vivere la mia vita. Qui, per fortuna, la sensazione è quella di poter essere me stesso». Solomon arriva dalla Nigeria, è un richiedente asilo fuggito dalle discriminazioni sessuali e a Verona lo sta aiutando lo sportello Pink Refugees del Circolo Pink. «Aspetto l’appuntamento con la commissione territoriale per raccontare la mia storia e chiedere l’asilo, e intanto studio l’italiano». Ospite al convegno dell’Università sui migranti Lgbt, spiega: «Sono arrivato in Sicilia con la nave nel 2017. Non avevo programmato l’Italia, semplicemente sono scappato e la fuga mi ha portato sulla rotta dei migranti. A Verona, mi ha dato un letto la casa d’accoglienza Il Samaritano della Caritas». Il più grande scoglio? «All’inizio, qui, avevo paura di parlare, sempre, con tutti. In Nigeria non potevo essere me stesso quindi nemmeno esprimermi. Dovevo perdere l’abitudine alla “chiusura”. Credo di essere nel posto giusto, adesso. È come passare in un altro mondo, dove puoi finalmente avere una vita».

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«Discriminazione sessuale» Cento richiedenti asilo trovano aiuto a Verona

Esperti in università per il convegno contestato dall’estrema destra

VERONA Sono oltre un centinaio i richiedenti asilo per motivi di discriminazione sessuale seguiti dal 2017 a oggi dai due sportelli aperti in città, lo Sportello Migranti Lgbt creato da Arcigay Verona e lo sportello Pink Refugees creato dal Circolo Pink. Ma coi casi di migranti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) che ancora non trovano la forza di parlare – violenze, minacce, pericoli di vita, rifiuti della famiglia legati al proprio orientamento sessuale, questi i motivi delle fughe – «il numero potrebbe anche raddoppiare o triplicare», come riflette Massimo Prearo, ricercatore dell’Università di Verona.

Era ieri tra i relatori, Prearo, del convegno «Richiedenti asilo, identità di genere e orientamento sessuale» organizzato dall’Università, curato dai dipartimenti di Scienze giuridiche e Scienze umane, accreditato dall’ordine degli Avvocati e ospitato dal palazzo di Giurisprudenza di via Montanari. Trattasi del convegno originariamente programmato per il 25 maggio scorso, all’epoca saltato dopo le pressioni politiche dalla destra radicale, in particolare Forza Nuova, che minacciò di impedirne lo svolgimento «anche con la forza». Ecco perché ieri erano presenti Digos e un nucleo di forze dell’ordine. Risultato: tutto tranquillo, dentro e fuori.

Dentro, in aula magna, un centinaio di persone a seguire gli interventi dei tanti ospiti, tra professori, addetti ai lavori ed esperti del tema. Interventi aperti da quello del rettore, Nicola Sartor, che a margine spiegava: «A maggio non eravamo sicuri di poter fare il convegno, dire “sì lo facciamo comunque” sarebbe stata la via più facile, ma l’incolumità delle persone era la priorità. Non succede solo a Verona, ma in Italia e in Europa, che si crei un clima pericoloso per la libertà d’espressione. Oggi rimarchiamo i principi fondamentali della libertà di insegnamento, ricerca e formazione, e del rifiuto dell’intolleranza, perché l’università deve ignorare ogni frontiera geografica o politica e affermare la necessità della conoscenza reciproca e interazione delle culture».

Dicevamo, allora, dei richiedenti asilo per motivi di discriminazione sessuale. Allo sportello creato da Arcigay lavora Giulia De Rocco, che spiega: «Arrivano da Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Pakistan. Ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni, mediamente, di cui l’85 per cento ragazzi, perché per le donne è più difficile scappare essendo state cresciute in un rapporto di dipendenza economica dagli uomini. Desiderano solo vivere serenamente la propria sessualità e arrivano qui in Europa perché sanno che c’è una legge a difesa dell’orientamento sessuale». Il lavoro dello sportello? Dice De Rocco: «Queste persone, che spesso ci vengono segnalate dai centri d’accoglienza dopo il loro coming-out, hanno bisogno di un clima di fiducia grazie a cui aprirsi. Perché non sono abituate all’idea di poter dire “sono gay”. Quello è il passo fondamentale per accompagnarle alla commissione territoriale in prefettura, che decide sulla necessità di protezione. Se la risposta è no, e spesso il motivo sono l’incapacità del richiedente di raccontarsi o incongruenze cronologiche nel racconto, allora può scattare il ricorso al tribunale. Se anche il tribunale non concede l’asilo, scatta il decreto d’espulsione. È soprattutto in tribunale, devo dire, che vengono accolte le richieste».

La storia di un richiedente d’asilo non finisce comunque lì. «In caso di asilo concesso deve poi integrarsi, trovare un lavoro e una casa (sull’integrazione degli immigrati peraltro l’ateneo compirà una ricerca finanziata per 200 mila euro dalla Regione, ndr). Integrarsi a Verona? Non è facile – riflette De Rocco – perché non è facile per un veronese affittare a un ragazzo proveniente dall’Africa o dall’Asia. Non c’è un clima così favorevole. Di intimidazioni, a noi, n’è capitata una, un mese fa, una svastica sulla porta dell’associazione, ma abbiamo subito indetto un concorso per il disegno più bello con cui cancellarla».

22/09/2018

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