Dalla rassegna stampa Letteratura

La confessione di Giulio

… Sono innamorato di Emiliano, dalla prima media…

La confessione di Giulio

Il figlio dell’infermiere è volato a New Orleans per raggiungere la sorella Anna. Qui si accorge che il sogno americano è più che altro un incubo. Ma a questo punto non importa. Giulio ha una rivelazione da fare: una telefonata, per mettere finalmente le cose in chiaro. Con la fidanzata Laura. E con il fidanzato Emiliano

Sono un bambino di ventuno anni.

Sono un completo fallimento.

Giulio se lo disse a voce alta appena toccò terra. Là, fuori dall’oblò, c’era il Louis Armstrong International Airport. New Orleans, realizzò, che era un luogo reale dall’altra parte del mondo. E qui, sul sedile, c’era il codardo in fuga che era diventato, di cui stentava a riconoscere il profilo riflesso sul vetro. L’unico passeggero italiano.

Sbarcò. Non aveva dormito, mai. Metteva una gamba davanti all’altra e andava, trascinandosi dietro il bagaglio a mano, svettando nella folla dei viaggiatori alto come suo padre. Eppure minuscolo.

Fuori gli aveva scritto Anna nell’ultimo messaggio, e lui sollevava la testa brancolando, cercando la scritta Exit senza cercarla, come se stesse camminando dentro una vita non sua.

Fluì accanto ai nastri trasportatori: alcuni presi d’assalto, altri fermi, uno che continuava ad andare con solo uno zaino dimenticato. Superò il varco degli arrivi dove una siepe di estranei aspettava i parenti e sua sorella non c’era. Con la maglietta appiccicata alla schiena per il sudore, la tachicardia costante, gli occhi infossati e incrostati di un pianto che non era ancora riuscito a tirare fuori, pensò ai soldi.

Li aveva spesi tutti per il volo d’andata, non si era tenuto neanche un euro per il ritorno. Non faceva che sbagliare. E più sbagliava, più scappava, più la persona che avrebbe voluto diventare svaniva annientata dagli errori. Sono quasi morto anch’io, gli disse. Imboccando un’uscita. Trovandosi al cospetto del gigantesco cielo americano, che era sterminato, un estraneo, e non gli stava a significare niente, di colpo guardò in faccia l’unica verità che fosse vera.

Avremmo potuto andare a Parigi, con questi soldi. Avremmo potuto sdraiarci in quel piccolo parco dietro Les Invalides e salire sulla ruota panoramica affacciata alla Senna e svegliarci ogni mattina nello stesso letto. Sarebbe stato facile, in fondo. Ma sono troppo vigliacco per essere felice.

Gettò un paio di sguardi a destra e a sinistra, in mezzo ai taxi, oltre, verso un parcheggio semivuoto. Finché, in piedi, accanto a una Chevrolet gigantesca che la faceva apparire un grissino, senza sorriso, fragile almeno quanto lui, la riconobbe. Anna.

Le andò incontro mentre lei restava immobile. A ogni passo, sua sorella si faceva più nitida e più vecchia. Era dimagrita, dallo scollo della maglietta le clavicole sporgevano in modo innaturale. Era cambiata, era imbruttita, di nascosto, a migliaia di chilometri da casa. Giulio provò ad abbracciarla ma si sentì goffo. Lei rimase fredda. Era troppo difficile toccarsi. Si separarono subito e salirono in macchina.

— Bryan arriva stasera, per cena.

Furono le prime parole che Anna gli rivolse, dopo parecchio tempo, quando ormai erano sull’Interstate 10 nei pressi di Gonzales.

Anna guidava fissando la strada nel parabrezza. Una linea diritta, schiacciata da quel cielo marmoreo e muto. Giulio distolse gli occhi dall’orizzonte, li posò sul profilo di sua sorella. Osservò a lungo le ciocche d’argento che le striavano le tempie.

— Quanto hai intenzione di restare? — Si sentì chiedere con il tono di una minaccia. — Perché a Bryan l’ho detto un’ora fa che saresti arrivato e dalla voce l’ho sentito subito che non era entusiasta. Non puoi irrompere nella nostra vita così! — La vide perdere il controllo, battere il pugno contro il volante, per un attimo. — Come un bambino! Non è facile per nessuno, io e Bryan abbiamo già i nostri problemi.

Si frenò per non dover continuare.

Accanto al suo sedile c’era un grande bicchiere di carta infilato in un buco, Anna lo colpì con il gomito e ne fece cadere il tappo. Dallo specchietto retrovisore pendeva un pupazzo di gomma a forma di alligatore con su scritto Homochitto National Forest.

— Parla, per favore. — Lo implorò sua sorella.

E lui si sforzò di dire qualcosa, qualunque. Invece scoppiò a ridere.

— Sei proprio un adolescente!

Forse sì. O forse era solo la stanchezza, o la tensione, o la disperazione, o la sconfinata tristezza che provava per loro due dentro quel suv, alla deriva negli Stati Uniti. Che erano stati due figli bellissimi, diligenti, educati, e adesso sembravano due scappati di casa.

Anzi, lo erano.

— Pensa se ci vedessero, ora. Così come siamo. Pensa che delusione. — Giulio scosse la testa con un sorriso infantile. — Hanno proprio sbagliato tutto, mamma e papà.

Anna si voltò brevemente verso di lui. Dischiuse le labbra e trattenne il respiro: — Dobbiamo trovare una soluzione, Giulio. — Era seria.

— Adesso la troviamo. — Le rispose.

Dove la parola implicita era insieme. Come da bambini quando andavano a nascondersi in cantina, come quella volta che avevano rubato una pistola ad acqua al supermercato. La parola non detta, più forte di tutto. Come il pomeriggio in cui Anna lo aveva sorpreso in cameretta con Emiliano, che si baciavano. Come adesso. Erano insieme. E l’insieme funzionava ancora. Nonostante i vestiti sporchi, i capelli bianchi, le promesse luminose di cui non erano stati all’altezza. Erano qui, e lui avvertiva il corpo di sua sorella vicino, il calore di lei anche senza sfiorarla, la sua presenza che faceva effetto. Appesantiva le palpebre, sfilacciava i pensieri, scioglieva i muscoli, indeboliva l’angoscia. Dormi, non avere paura. Glielo aveva sussurrato all’orecchio tante volte, Anna, da piccoli. E lui che era stato sveglio per più di quarantotto ore, chiudeva gli occhi. Mentre sua sorella guidava e lo portava via. Mentre risalivano uno accanto all’altra il Mississippi. La soluzione non c’era, non l’avrebbero trovata. Però c’era Anna. E Giulio, finalmente, riuscì a dormire.

Quando si svegliò, dopo più di due ore, erano arrivati. La Chevrolet era parcheggiata davanti a una monofamigliare bianca e anonima, pressoché identica a tutte le altre allineate lungo la via. Giulio si stropicciò gli occhi e stentò a metterla a fuoco. Il prato consunto e ingiallito, il marciapiede pieno di buchi. Anna era rimasta lì, sul sedile del guidatore, in attesa che lui si svegliasse. Giulio continuò a osservare le assi di legno ridipinte di nuovo ma usurate, la veranda senza fiori, la porta a vetri tirata a specchio ma la zanzariera era rotta, e provò un acuto senso di pena. Dunque era questa la vita in America di sua sorella.

Scesero, Anna gli fece strada dentro casa. L’interno era ancora peggio dell’esterno, più anonimo se possibile. Poveramente arredato. Con un odore fortissimo di ammoniaca, un ordine ferreo sulle mensole, eppure sembrava la cucina di nessuno quella in cui si stavano sedendo.

La faccia di sua sorella dall’altra parte del tavolo diceva: Ebbene sì, adesso lo vedi perché non vi ho mai invitati. Con il sorriso debole di chi si è arreso e non ha più voglia di impegnarsi a raccontare che le cose non sono come sembrano.

— Non ho un lavoro, non lo sto cercando, aspetto che mi cada dal cielo. E con il solo stipendio di un archeologo questo è quel che ci possiamo permettere.

— E tu te ne sei andata per vivere così? — Le chiese Giulio senza trattenere lo stupore.

— Me ne sono andata per nascondermi, forse, non lo so. — Anna alzò le spalle. — In ogni caso, adesso sei qui e mi hai scoperta.

Non gli domandò se voleva dell’acqua, un caffè, andare in bagno.

— Quanto hai intenzione di restare? — Gli ripetè.

Giulio rimase in silenzio.

— In frigo non ho niente, dobbiamo fare la spesa. Già Bryan si sarà innervosito. Ho bisogno d’imbastire una cena decente.

Giulio proseguì nel suo silenzio.

— Non abbiamo una stanza per gli ospiti, dovrai dormire sul divano. Bryan non sarà contento. Non gli piace avere gente per casa. Non ne abbiamo mai, di ospiti, in realtà. Non siamo abituati.

Giulio tirò fuori il cellulare dalla tasca e lo posò sul tavolo di fronte a sé. Lo schermo nero, spento da due giorni.

— Cos’hai intenzione di fare? — Gli chiese Anna, di nuovo.

Giulio si passò una mano fra i capelli continuando a fissare il cellulare. Non lo sapeva, cosa doveva fare. Era volato fin laggiù proprio per questo. Perché era nel panico. Perché aveva fatto un tale casino. Era lui, il colpevole. Non Laura, non Enrico, non l’avvocato, non suo padre. Era lui che aveva bluffato con tutti, li aveva traditi, e adesso Emiliano era in terapia intensiva.

Aveva provato a negarselo, a scagionarsi. Se la caverà, aveva provato a convincersi. Ma la verità, quella vera, era che in quell’ospedale lui ci era entrato, aveva salito le scale, attraversato il corridoio, il reparto, era arrivato fino al vetro. E oltre quel vetro c’era un corpo. Non Emiliano, un corpo. Ferito, intubato, indifeso come lo è solo una creatura appena venuta al mondo. E allora lui non aveva retto.

Era riuscito a malapena a salutarlo.

A farsi vedere, grondando disagio e imbarazzo.

Il dolore lo aveva imbarazzato. Il camice al posto dei vestiti, il pallore del viso, i capelli non lavati, la sagoma delle gambe che trapelavano da sotto il lenzuolo, le forme che aveva amato e non avevano più nulla dell’amore. Che erano diventate repellenti. E lui era un bambino viziato con una fottuta paura di crescere.

— Dimmelo tu, che sei la sorella maggiore, quello che è giusto.

Anna allargò le braccia. — Io?

— Quello che è giusto, bada, non conveniente, non razionale.

Sua sorella gli rilanciava uno sguardo vuoto. E lui provava rabbia. Una rabbia enorme e smisurata contro sé stesso.

— Nascondersi, è un’opzione. Lo hai detto tu prima. Posso chiamare Laura e dirle che siamo ancora in tempo per Forte dei Marmi.

Sua sorella lo fissava, senza capire.

E lui si sentiva montare dentro un disprezzo sconfinato per il sé stesso che spiccicava a malapena Ciao, come stai? Le parole più cretine della Terra. Prima di tagliare la corda e mollarla lì, inchiodata al letto, la persona che amava.

— Perché no? Adesso accendo il telefono e le dico Pronto, Laura? Le dico che sono qui da te, che c’è stata un’emergenza, ma che tra un paio di giorni rientro e andiamo al mare. Prepariamo Procedura Penale. Ci prendiamo il nostro 28, 29. Ci laureiamo, ci sposiamo. Torna, no? Fila. Cosa è successo, in fondo? Niente. Abbiamo solo fatto un po’ di casino prima di diventare grandi. Succede a tutti di continuo di avere paura, no? Ti sembra verosimile? Il fidanzamento ufficiale, ci siamo cagati un po’ in mano. Alla fine è un bel cambiamento. I figli che se ne vanno, i genitori che invecchiano. La soluzione è che adesso chiamo Laura e le dico che Forte dei Marmi ci aspetta.

Anna lo osservò, paralizzata. Poi annuì, piano.

— E tu resti qui con Bryan con cui credo di aver parlato forse, in tutto, tre volte. Aspetti che il lavoro buchi il tetto di questa baracca. E intanto stai qui. Giusto? A fare finta di essere una che è andata in America. Così tu ti nascondi qui, io mi nascondo là. E manteniamo le apparenze.

— Ti devo dire una cosa. — Lo interruppe. — A proposito di mamma.

Anna si alzò, si avvicinò a un cassetto, lo aprì. Fece per tirare fuori qualcosa.

— No. — La fermò Giulio. — Non m’interessa. I segreti di mamma non li voglio sapere. I segreti dei nostri genitori sono cose loro, è la loro vita, il loro matrimonio. Cosa ti devo dire? Che l’ho beccata una domenica non lontano da casa di Emiliano? Con i tacchi a spillo? Sentimi bene: Tacchi a spillo. Lei. Che portava a spasso un cane! Pensa un po’! Ti ha detto qualcosa a riguardo? Ha un amante?

— No, non ha un amante.

— Benissimo, non fa differenza. Quel pomeriggio l’ho seguita per un pezzo, poi mi sono frenato. Perché sai qual è il problema, quello vero?

Anna rimaneva in piedi con una mano dentro il cassetto e sembrava quasi aggrapparsi a lui, al fratello minore.

— Il problema è che loro una vita se la sono fatta, mentre noi non abbiamo ancora trovato il coraggio di farci la nostra.

Entrarono in un Family Dollar, insieme.

Anna spingeva il carrello e Giulio si guardava intorno spaesato e stupito. Era un gigantesco discount alimentare con un misero reparto di frutta e verdura e un’imponente scelta di ali di pollo, interi scaffali di grasso idrogenato, taniche di latte al cioccolato, e barrette ipocaloriche. Vagavano. Giulio non faceva che misurare la distanza da casa. La leggeva sui volti delle persone, sul loro abbigliamento, sulle loro abitudini alimentari; era sia malinconico che liberatorio sentirsi stranieri.

Non faceva la spesa con sua sorella da quanto, dieci anni? Gli era sempre piaciuto, però. Quando ne aveva sei o sette aspettava il sabato pomeriggio apposta. Perché mamma li portava alla Standa, che ancora esisteva, e lui si rannicchiava dentro il carrello anche se ormai era troppo cresciuto. Sua sorella gli passava i pacchi di caramelle di soppiatto e lui se li infilava sotto la giacca.

Sull’onda di quel ricordo appoggiò una mano su quella di Anna. Gliela strinse. Lei si voltò a guardarlo interrogativa. E lui sorrise.

Ce lo meritiamo? Si chiese in silenzio.

Mentre lei sbirciava in mezzo ai surgelati, sceglieva il vino, accumulava roba nel carrello, e lui le andava dietro. Mentre si aggiravano incerti, come due matricole universitarie in una città nuova che fanno la spesa per la prima volta, Giulio si chiese: Ce lo meritiamo, di stare almeno un po’ bene?

In cassa, mentre sua sorella contava i dollari con ansia, se la vide chiaramente davanti agli occhi: la vita che nessuno gli avrebbe invidiato. Il limbo del post laurea senza il culo parato. La gavetta umiliante con giusto una piccola mancia in nero al posto di uno stipendio. L’incertezza assoluta di un futuro. Un monolocale in estrema periferia. Magari addirittura una stanza occupata. E i vicini di casa che li guardavano male, le battutine sull’autobus, tutta una muraglia di diffidenza e pregiudizio da sopportare ogni giorno.

Giulio attraversò il parcheggio portando le buste della spesa. Le sistemò nel bagagliaio. Poi, prima di risalire in macchina, guardò negli occhi Anna e le disse: — Ho intenzione di farla, questa telefonata.

— Ok.

— Subito, adesso.

— Va bene.

— Sì, glielo devo dire.

Tirò fuori dalla tasca posteriore dei jeans il cellulare. Lo accese. Lasciò che i messaggi di chi lo aveva cercato si accumulassero senza guardarli. Osservò il Family Dollar, invece, illuminato nella sera. Calcolò che c’erano migliaia e migliaia di chilometri adesso a separarli.

— Lo devo fare.

Sua sorella annuì lanciando uno sguardo all’orologio.

— È l’una, in Italia.

Giulio cercò il nome nella rubrica. Che poi non era nemmeno un nome, ma solo una parola. Così semplice, elementare.

Con le dita che tremavano, il cuore impazzito, il sudore che colava lungo la colonna vertebrale, sfiorò «Chiama».

Vide una famiglia americana passare con il carrello pieno. Squillava. Vide un’altra famiglia. Il volto concentrato di Anna. Squillava ancora. Forza, rispondi. Pensò. E si sentiva morire. Rispondi perché non ce lo avrò mai più, il coraggio.

— Pronto.

Il cuore si fermò.

— Pronto, papà.

Il volto di sua sorella cadde in pezzi.

— Giulio, stai bene?

— Papà, ti devo dire una cosa.

— Torna a casa, per favore.

— Papà.

— Dimmi quello che vuoi però torna.

Anna teneva gli occhi sgranati. Il bagagliaio era aperto. Natchez cominciava a brillare di lampioni e insegne al neon nell’oscurità. Era impossibile, insormontabile, sovrumano, dirglielo.

— Sono innamorato di Emiliano, dalla prima media.

Bum. Lo aveva detto.

Silenzio dall’altra parte.

Allora lo ripeté, più forte. Come se dovesse schiantarsi e infrangersi contro un muro a trecento all’ora. Come se dovesse spingersi fuori, tuffarsi, nascere.

Si sentì rispondere.

La voce di suo padre era bellissima, dolce, piena di bene.

— Vorrei poterti abbracciare.

(fine della decima puntata)


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