Dalla rassegna stampa Cinema

Cuarón: «Polemiche inutili Tanti non vanno al cinema»

Il vincitore di Venezia: lo streaming assicura longevità all’opera

Cuarón: «Polemiche inutili Tanti non vanno al cinema»

Il vincitore di Venezia: lo streaming assicura longevità all’opera

Valerio Cappelli

DAL NOSTRO INVIATO

VENEZIA «Ricevere il premio da uno dei miei più cari amici mi è sembrato surreale», dice Alfonso Cuarón, col pensiero rivolto al presidente di giuria della Mostra, il connazionale Guillermo del Toro. Cuarón ha girato il suo Amarcord in bianco e nero. Tutte le strade portano a Roma, qui però si intende un quartiere di Città del Messico, dove il regista ha trascorso la sua infanzia.

Subito dopo la proiezione, era apparso chiaro che il film, affresco dal respiro epico era il titolo da battere. E infatti il Leone d’oro è andato a lui, giudizio unanime della giuria: «Il premio ha un incredibile significato per me, questo film è un immenso atto d’amore per la mia famiglia e il Messico, come Guillermo sa. È un ritratto intimo, personale delle donne che mi hanno cresciuto».

Tornato al Lido cinque anni dopo Gravity, ha portato la sua Madeleine dove ritrova antichi odori, colori, rumori (l’arrotino, la banda). Alla ricerca del tempo perduto, dominato da una famiglia matriarcale e con un padre assente, si consuma un’esperienza quasi sensoriale che ti ipnotizza, piccoli gesti quotidiani, poi il terremoto del 1970, o la strage del Corpus Christi, i gruppi paramilitari contro gli studenti che manifestano, i manganelli, le camionette, la violenza che si scatena improvvisa e lambisce la sua famiglia.

Un film sulla memoria.

«È il più autobiografico che potessi fare, al 90 percento sono scene della mia vita. Ma non è un’operazione nostalgica. Mi sono avvicinato ai ricordi senza giudicare. Ho rivisitato quei tempi con la prospettiva di oggi. La ricostruzione dei luoghi è identica, ho recuperato per larga parte i mobili originali appartenuti alla mia famiglia: c’è una sedia di mia nonna, un ritratto di mia madre, perfino il cane è identico a quello della mia infanzia».

Perché ha voluto tornare all’infanzia?

«Forse perché sto invecchiando. Il film è una cicatrice emotiva, personale: la cicatrice non è quel massacro. Purtroppo le tensioni tra classi sociali in Messico non sono cambiate, anzi la situazione è peggiorata. A noi messicani piace criticare il razzismo degli americani, poi ci comportiamo allo stesso modo, il Messico è un Paese profondamente razzista».

Cosa le manca di quel periodo?

«La musica. E basta».

La grande Storia che irrompe in una famiglia: si possono ritrovare il cinema di Ettore Scola o i romanzi di Tolstoj.

«Confesso che questa è la prima volta in cui non mi sono riferito a nulla, mentre tutti gli altri miei film abbondano di echi letterari».

Netflix ha prodotto il film…

«Francamente, non capisco le polemiche. Questo film è progettato per le sale e per la piattaforma digitale visibile da tante persone che non hanno la possibilità di andare al cinema. La cosa importante è la longevità di un film e in questo le nuove piattaforme sono meravigliose. Posso fare io una domanda?».

Certo.

«Qual è l’ultima volta che avete visto in sala un film di Bergman o di Antonioni? I due ambiti non si annullano fra loro».

Come ha lavorato con le attrici protagoniste?

«Nessuna di loro aveva la sceneggiatura, imparavano i dialoghi giorno per giorno, chiedevo reazioni spontanee. La tata (il nome di quella vera è Cleo e ha festeggiato il compleanno l’altro ieri, quando ho vinto il Lone d’oro) viene da una zona indigena di un villaggio rurale. La impersona Yalitza Aparicio che aspira a diventare insegnante, dopo il secondo giorno aveva capito come funziona un set. L’unica attrice professionista è la padrona di casa. Sono le donne che a casa mia portavano avanti la famiglia. Nel film il padrone di casa, medico stimato e agiato, dal giorno alla notte sparisce con un’altra e non manda più soldi a casa».

Cosa ricorda di una storia così privata, così sua?

«Sono stati 110 giorni di riprese appassionanti, abbiamo usato la lingua del mio Paese, non ho voluto imporre l’inglese in una storia come questa».


da La Repubblica

Con lo streaming anche l’ultimo Fellini avrebbe trovato i soldi

NATALIA ASPESI

Roma di Alfonso Cuarón ha meritato il Leone d’Oro. I critici l’hanno subito indicato come probabile vincitore, superando la sua origine produttiva vade retro Satana (Netflix) e il pubblico di Venezia 75 se ne è entusiasmato: visto sui grandi schermi del Lido i suoi bianchi e grigi erano pieni di luce e di emozione, le immagini senza confini. Certo un nuovo grande film per un grande schermo, almeno quello veneziano; su cui forse, non sarebbe però mai arrivato se uno dei colossi dei piccoli schermi (io lo seguo sul telefonino), non lo avesse finanziato.
È ovvio che qualche autore e le associazioni di cinegestori si spaventino e protestino: le nostre, quelle francesi (prima di Cannes) e le americane, adesso: se anche i film d’autore passano subito in streaming, se i Festival li mettono in concorso e per di più li premiano, chi andrà più a vederli al cinema? Nei cinema che ancora esistono, che non sono diventati mercatoni, e dove capita che un film bello (spesso molto bello) sia programmato per pochi giorni e per pochi spettatori. Ma manifestazioni come l’antica, gloriosa mostra veneziana e tutte le altre, Oscar compresi, che devono selezionare il meglio, dove lo trovano questo meglio? Possono essere schizzinosi sull’opera, ma su chi ci mette tanti soldi? Il direttore Barbera ha cercato il sempre più raro valore nei film e forse ha dovuto cedere ai travolgenti nuovi signori della piattaforma e alla loro nuova svolta.
Senza Netflix non ci sarebbero stati per gli ingordi spettatori (mai così tanti) 5 film e un documentario. Non solo i film poi premiati, ma anche quello italiano sulla tragica fine di Stefano Cucchi, e l’inedito poi ritrovato di Orson Welles con documentario sui suoi ultimi anni di vita. Tutti hanno attirato un folto pubblico pensoso. E incantato.
Può essere che questi potenti invasori dell’inquieto e pericolante bel cinema (di sala da quando è nato) alla fine non siano davvero una minaccia come si teme. Che vantaggio avrebbe Netflix a finanziare film come Roma, che solo sul grande schermo, lo si è visto a Venezia, ha ragione di esistere, e costringerlo subito allo streaming, che andrà bene solo a una rilettura?
Abilissimi cultori della grande finanza, quelli delle varie piattaforme probabilmente hanno già deciso come e quando mandare i loro film nelle sale e poi sugli schermini o schermetti casalinghi. Altrimenti non ci sarebbe ragione di produrre grandi film d’autore e di affrontare i concorsi di Festival dove con impazienza si pretende il capolavoro e si esprimono giudizi inappellabili.
Oggi quando si guarda un film passano almeno dieci minuti in cui sullo schermo passano decine di nomi e finanziatori: banche, regioni, aziende, marchi, pubblici e privati, per raccogliere i milioni, pochi o tanti, necessari. Quindi si potrebbe stare a vedere, non gridare allo scandalo.
Come accadde per esempio nel 1974 quando Luchino Visconti riuscì a girare il suo penultimo film, Gruppo di famiglia in un interno con i soldi dell’editore Rusconi, considerato di destra.
La critica di sinistra, cioè quasi tutta, mise su una polemica vessatoria tanto da attaccare poi duramente il film: che invece restaurato qualche anno fa risulta adesso bellissimo. Quindi meno male che andò così.
E Fellini? Morì prima di essere riuscito a trovare il denaro per il suo ultimo film. Chissà, ci fosse stato Netflix…

——————-

Paolo Genovese “A un film serve la sala ma a Netflix dico grazie”

ARIANNA FINOS,

Parla il regista di ” Perfetti sconosciuti”, giurato italiano alla 75 ª Mostra di Venezia che ha assegnato il Leone d’oro a “Roma” di Alfonso Cuarón, il film prodotto dalla piattaforma streaming. “Ma sappiamo che passerà anche per i cinema”

VENEZIA
Il giorno dopo il verdetto che ha consegnato il Leone d’oro a Roma, film di Alfonso Cuarón targato Netflix, Paolo Genovese, regista italiano nella giuria del concorso, prende un caffè sulla terrazza dell’Excelsior: «Confrontarsi con provenienze e idee sul cinema così diverse è stato utile, stimolante, appagante».
Si discute se il primo Leone Netflix segni una nuova era per il cinema, autori e esercenti protestano…
«Sono stato io a tirare fuori il problema in giuria. Ho chiesto agli altri: come vi ponete nei confronti di questi film? È uno spartiacque importante. Poi però ho saputo che uscirà in sala, questo è stato importante per tutti noi. Netflix fa il suo, è un fenomeno da capire».
Quindi anche lei era perplesso?
«Volevo capire. La differenza la fa il passaggio per la sala oppure no.
La Mostra del cinema è del cinema.
Deve esserci almeno la possibilità di vedere un film in sala. Ma a Netflix bisogna essere riconoscenti; investe quantità importanti di denaro nell’audiovisivo».
Gli altri cosa pensavano?
«Per tutti l’importante era sapere che un grande film si possa vedere anche in sala. Vale anche per i Coen. Ma il discorso si è chiuso subito perché l’uscita in sala ci sarà. Fine del dibattito, nessuna polemica. Non so dire cosa sarebbe successo altrimenti».
Vedremo qualcuno di questi film agli Oscar?
«Secondo me sì. First man, La favorita. E anche Roma, se non come miglior film almeno nella categoria lingua straniera. Il film di Cuarón rientra in un filone importante, inaugurato con l’Amarcord di Fellini. Un lavoro bello con un carico di emozioni addizionale dato dal fatto che si tratta di una storia personale che toccherà qualunque giuria».
È stato il vostro Leone fin da subito?
«Diciamo che continuavamo a vedere film, ma Roma restava sempre il preferito, si consolidava nei giorni. L’abbiamo scelto all’unanimità. Su altri premi ci sono state discussioni. Ma voglio confermarlo: il messicano Del Toro non ha favorito il messicano Cuarón, Naomi Watts non ha favorito l’australiana Kent. E d’altra parte nessuno vorrebbe essere favorito perché connazionale o donna».
Sentiva la responsabilità di essere il giurato italiano?
«Prima di tutto senti la responsabilità di rappresentare il tuo paese in quel che dici e pensi. E poi c’è quella verso i colleghi. So quanto è importante portare i nostri film fuori dall’Italia. Avrei voluto che tutti e tre prendessero un premio, ma non si sta in giuria con spirito nazionalistico e aprioristico. È come quando tuo figlio gioca a pallone: ovvio che tifi, ma devi sperare che sia bravo. Vi assicuro però che tutti e tre i nostri film sono piaciuti. E uno, che non dirò, ha sfiorato un premio».
Cosa è piaciuto?
«Tutti hanno molto apprezzato l’eleganza, l’originalità, la creatività della messa in scena di Suspiria. Del film di Minervini ha colpito il tema profondo, affrontato in maniera nuova, moderna, curiosa. Di Capri-Revolution è stata apprezzata l’originalità della storia».
E veniamo al doppio premio all’australiana Jennifer Kent, la regista insultata.
«L’insulto è talmente fuori dal mondo che non va considerato, è come chi si spoglia in pubblico o invade il campo. Il film ci ha scioccati, ma ne abbiamo ammirato le qualità registiche. E ci ha conquistato l’attore aborigeno.
Ma i premi sono stati attribuiti uno ad uno. Olivia Colman ci ha fatto innamorare e Willem Dafoe è stato scelto all’unanimità. Anche se di attori bravi ne abbiamo visti tanti».
Gli altri giurati conoscevano il suo “Perfetti sconosciuti”?
«Tutti: ogni nazione sta realizzando il suo remake. Ne girano 15, addirittura».
E a lei quale è piaciuto?
«Tocca un tasto dolente…».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.