Dalla rassegna stampa Cinema

Il verdetto discutibile di un ottimo Festival

Il verdetto discutibile di un ottimo Festival

di Paolo Mereghetti

Questa volta la giuria rischia di rovinare il bilancio di un’ottima Mostra. E non solo perché l’Italia, rappresentata da una selezione stimolante nella sue diversità, se ne va a mani vuote, ma per la concentrazione dei premi su pochi titoli e per alcune dimenticanze che davvero urlano vendetta. Che il Leone d’oro fosse destinato a Cuarón l’avevano detto in tanti prima che il festival iniziasse: senza voler pensare all’amicizia che lega il presidente Guillermo del Toro al regista di Roma, sembra facile immaginare l’effetto sorprendente su una giuria molto «tradizionale» di questo film in bianco e nero, con un tema inconsueto e messo in scena con una raffinatezza ai limiti dell’accademismo. Ma due riconoscimenti a La favorita — il Gran premio della giuria al regista, la miglior attrice a Olivia Colman — sembrano francamente eccessivi, soprattutto quello a un regista che si è limitato a illustrare con qualche facile trovata una rodata pièce radiofonica. Jacques Audiard meritava sicuramente di più del premio alla regia ma aver preferito per la sceneggiatura la debolissima prova dei fratelli Coen alla scoppiettante intelligenza di Doubles vies di Assayas fa venire in mente che «a pensar male si fa peccato, ma si indovina». Due premi a produzioni Netflix, con tutto lo strascico di polemiche sul loro destino pubblico, sembrano davvero troppi, soprattutto perché i bei film non mancavano. Forse li hanno visti frettolosamente (alcuni erano troppo lunghi) oppure si sono fatti convincere da altri tipi di ragioni, non artistiche, visto che anche il mediocre The Nightingale ha avuto ben due premi: quello della giuria a Jennifer Kent e quello della miglior promessa all’aborigeno Baykali Ganambarr, anche se ne l’una né l’altro resteranno tra le cose memorabili della Mostra. Per fortuna la Coppa Volpi maschile è andata a Willem Dafoe per il suo Van Gogh, ma questo premio meritato non aiuta a rimediare un discutibile verdetto.

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VENEZIA 2018 DUE PREMI A «THE NIGHTINGALE» DELLA REGISTA CONTESTATA CON INSULTI SESSISTI

Il ruggito di Netflix

Leone d’oro al Messico in bianco e nero di Cuarón

Il colosso dello streaming vince anche con i Coen

Martone, Guadagnino e Minervini a mani vuote

Stefania Ulivi

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

venezia Doppietta Netflix. Leone d’oro a Roma di Alfonso Cuarón («Un atto di immenso amore per la mia famiglia e il Messico, come Guillermo del Toro sa. Per caso oggi è anche il compleanno della persona su cui si basa il personaggio di Cleo»). E premio per la miglior sceneggiatura a Joel e Ethan Coen per The Ballad of Buster Scruggs.

Doppietta per La favorita di Yorgos Lanthimos: Leone d’argento. Gran premio della giuria al film e coppa Volpi alla regale Olivia Colman. E doppio premio anche per uno dei film più controversi, The nightingale di Jennifer Kent, unica regista in gara: Premio speciale della giuria e il Marcello Mastroianni a Bayakali Ganambarr. Nulla per l’Italia: né Suspiria di Luca Guadagnino, né per Capri-Revolution di Mario Martone e né Che fare quando il mondo è in fiamme di Roberto Minervini. L’unico riconoscimento va al restauro de La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani. Nessun premio neanche in Orizzonti, dove si tifava per Alessandro Borghi e Sulla mia pelle di Cremonini.

Se il presidente Guillermo del Toro e l’intera giuria (c’era anche Paolo Genovese) volevano stupire, ci sono riusciti. Sarà un’edizione che lascerà il segno, questa Venezia 75. E presto sarà chiaro come il cuore della questione non fosse tanto il conflitto di interessi di del Toro per la sua fraterna amicizia con l’amico Alfonso — qui al Lido Tarantino incoronò Leone d’oro Somewhere della ex Sofia Coppola, non il suo film migliore -—, quanto che a produrre il suo film, peraltro favoritissimo alla vigilia, è una realtà come Netflix. Quel colosso dello streaming che Cannes ha tenuto lontano dalla gara per proteggere le uscite in sala e che si porta a casa anche il premio al film dei fratelli Coen, autori tra i più amati dal pubblico dei cinefili anche italiani.

Meritatissimi i premi agli attori. Willem Defoe (il Van Gogh di At Eternity’s Gate di Julian Schnabel) per la coppa Volpi aveva un solo concorrente insidioso: John C. Reilly, pistolero dal cuore tenero in The Sister Brothers di Jacques Audiard, a cui però è andato il Leone d’argento per la miglior regia. E l’incoronazione di Olivia Colman è cosa buona e giusta, su cui critica e pubblico scommettevano: la sua regina Anna inetta, capricciosa, è uno dei personaggi che resta di Venezia 75.

La sorpresa, semmai, sono i due premi per The nightingale. Jennifer Kent per prima ha ammesso che non se lo aspettava. Il suo revenge movie ambientato nella Tasmania del 1825 è un dei titoli che ha diviso maggiormente e l’insulto sessista ricevuto dalla regista a fine proiezione stampa ne ha fatto un caso. Lo ha dedicato anche a tutte le colleghe registe. «Voglio dire alle donne che vogliono fare film, per favore fateli». Il Festival era iniziato sull’onda delle polemiche sulla ridotta presenza femminile (solo una nella selezione principale). Guillermo del Toro supportato dai suoi giurati, aveva preso posizione, rilanciando l’obiettivo dichiarato sulla Croisette, 50 e 50, parità di rappresentanza entro il 2010, (firmato anche dal presidente Baratta e dal direttore Barbera), sottolineando la forza delle donne.

Ci sarà di che discutere, dunque. Di Netflix, della parità di genere. E, di certo, del cinema italiano che, incoronato a Cannes, esce deluso dal Lido. Per la cronaca, non succedeva dal 2010 che l’Italia restasse a mani vuote. Il paradosso è che nel frattempo, Venezia è riuscita a recuperare su Cannes.


da La Repubblica

Il futuro dei festival in mano allo streaming

EMILIANO MORREALE

Il Leone d’oro a Roma, da più parti annunciato, segna, se non una svolta, sicuramente un caso singolare, o un rischio già paventato. Un film distribuito da Netflix vince una delle manifestazioni cinematografiche più prestigiose del mondo. Si tratta peraltro di un perfetto film da festival, per lo stile, per il tema.
E va ricordato che comunque oltre al passaggio in streaming uscirà in sala (anche in Italia). Gli ottimisti diranno che si tratta di una felice sinergia, di nuove prospettive della fruizione di immagini.
I pessimisti, che c’è il rischio che i festival e l’uscita in sala diventino un passaggio tecnico, promozionale, per un’offerta che ha il suo cuore in una distribuzione on line in mano ad alcune multinazionali.
Come il vincitore, anche il resto del palmarès è ineccepibile (e dunque abbastanza prevedibile).
La giuria ha salvato l’onore del gender segnalando l’unica autrice donna, Jennifer Kent, con un film non memorabile. Per il resto, il fatto di accorpare alcuni premi indica scelte nette, idee chiare da parte di una giuria che dà l’idea di esser stata abbastanza compatta.
The Sisters brothers di Audiard è parso un film forse troppo poco innovativo, troppo classico, per risultare vincitore: i premi, si sa, sono anche un’indicazione dello stato delle cose, o addirittura di modelli per il cinema del futuro.
Anche La favorita di Yorgos Lanthimos, come quello di Audiard, ha un punto di forza in una solida sceneggiatura (il primo ha alle spalle un romanzo, questo un radiodramma BBC). Ed è da segnalare in effetti come gli esiti più compiuti vengano (giustamente) considerati film in cui la forza del copione è centrale.
E infatti l’ordito del copione ha preparato la vittoria della bravissima Olivia Colman per il film di Lanthimos (altrettanto meritato, va detto, il premio per l’attore a Willem Dafoe, che con la sua difficilissima interpretazione di Van Gogh tiene in piedi il film altrimenti non memorabile di Julian Schnabel).
Il discorso sulla sceneggiatura vale ovviamente anche per il vincitore della categoria specifica, The ballad of Buster Scruggs, opera minore dei fratelli Coen che era un insieme di racconti brevi (e in cui dunque la dimensione della scrittura era assai visibile). Spiace semmai veder lasciato fuori un film che, nello stesso ambito, avrebbe meritato, come Nonfiction di Assayas. E viene in mente che questa tendenza al grande racconto ha forse penalizzato i tre film italiani, i quali, assai diversi tra loro, erano però accomunati, nei loro aspetti migliori, da uno scarto rispetto alla costruzione narrativa: tra il documentario di Minervini, i sabba di Guadagnino, il lirismo e la danza di Martone, la dimensione visionaria o quella non-fiction sono sembrate poco consone ai giurati (che infatti hanno ignorato alcuni titoli in cui il lato visivo era predominante, al di là del valore del singolo film: da Tsukamoto a Reygadas a Nemes).
Segnaliamo infine il dato di Orizzonti, i cui premi compongono una mappa di Paesi più ampia: oltre al vincitore tailandese c’erano fra gli altri Israele, Russia, Cina, Turchia, Kazakhistan e Indonesia. Giusto per ricordare che il cinema, oggi, è qualcosa di più grande di quello che appare spesso sui nostri piccoli e grandi schermi.

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