Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 75 - Le stelle di Mereghetti - L’utopia di Martone

VENEZIA 2018AL LIDO «CAPRI-REVOLUTION» IL TERZO FILM ITALIANO IN CONCORSO

L’utopia di Martone

di Paolo Mereghetti

Il sogno di un’arte capace di cambiare i rapporti umani

Ma senza dimenticare le contraddizioni del Novecento

Dopo la prassi e la poesia, al centro di Noi credevamo e Il giovane favoloso, adesso è la volta dell’utopia, perché la «rivoluzione» citata da Mario Martone fin dal titolo del terzo film italiano in concorso a Venezia – Capri-Revolution – è il sogno di un’arte capace di cambiare la vita e i rapporti tra le persone. Come già succedeva per Giacomo Leopardi ma qui con risonanze quasi autobiografiche, visti i percorsi attraverso le arti che anche Martone continua a compiere.

A vivere questa trasformazione sulla propria pelle è una poverissima ragazza di Capri, Lucia (Marianna Fontana) che portando le capre al pascolo scopre una comunità di naturisti i cui comportamenti decisamente anticonformisti invece che scatenare disprezzo (come negli altri abitanti dell’isola), accendono la sua curiosità. Siano nel 1914 e il riferimento storico di quella colonia di persone è la comunità fondata all’inizio del Novecento dal pittore e utopista tedesco Karl Wilhelm Diefenbach e terminata con la sua morte nel 1913. Un’incongruenza cronologica che permette una maggior libertà alla sceneggiatura scritta dal regista con la moglie Ippolita Di Maio, ma che favorisce anche la drammatizzazione dello scontro tra pacifismo e guerra (quella Mondiale entrerà nelle vite dell’isola), prima delle tante aporie che il film (e la sua protagonista) dovranno affrontare.

Soffocata da due fratelli autoritari e tradizionalisti (Gianluca Di Gennaro e Eduardo Scarpetta), Lucia vede all’inizio nel gruppo guidato dal pittore Seybu (Reinout Scholten van Aschat) un mondo di libertà capace di liberarla non solo dai vestiti (i bagni nudi di sole sono una delle tante attività praticate) ma soprattutto da un percorso di autonomia che passerà attraverso l’apprendimento della lettura. Anche il giovane medico condotto di idee socialiste (Antonio Folletto) intuisce la sua voglia di emancipazione e si offre di farle imparare il lavoro da infermiera. Ma tra la scienza e l’utopia, lei sceglie la seconda.

Forse a volte l’evoluzione di Lucia sembra procedere a tappe fin troppo forzate, diventata subito gran divoratrice di libri e discretamente bilingue (nella comunità si usa l’inglese) ma evidentemente a Martone non interessa raccontare in maniera realistica l’evoluzione umana e psicologica di Lucia, quanto metterla al centro di una serie di «scontri» e di «esperienze» capaci di dare forma al sogno utopico di Seybu e compagni.

In una scena sentiamo gli esuli russi che parlano di modi di produzione e di classe operaia, in un’altra c’è l’arrivo dell’elettricità nell’isola, in un’altra ancora il medico espone le sue idee sull’interventismo e sulla politica o difende il materialismo della scienza di fronte al misticismo di Seybu. Che replica mostrando quello che Beuys avrebbe trasformato in «opera d’arte» decenni più tardi (una lampadina accesa grazie a un limone) e che serve a Martone per gettare un collegamento tra la storia di ieri e l’oggi. Come ci dicono i vasi sospesi tra gli alberi (Mertz?) o le «budella sul corpo nudo» che citano esplicitamente le performance di Hermann Nitsch.

Allo stesso modo le danze coreografate da Raffaella Giordano o le musiche si Sascha Ring e Philipp Thimm sono altri modi per rendere attuale non tanto le attività specifiche di quel gruppo ma lo spirito atemporale che vivifica la vera arte. Quello che alla fine spingerà Lucia a cercare una terza via tra lo spiritualismo di Seybu e il materialismo del dottore, aprendo il film sulle contraddizioni del Novecento. E che Martone ci racconta con quella voglia di esemplarità e di pedagogismo che ne fanno una personalità unica nel nostro cinema.

VOTO: 3,5/4

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Le offese no Ma quel film sulla vendetta suscita dubbi

P. Me.

Se la nostra solidarietà è totale e incondizionata alla donna stupidamente offesa da chi è incapace di misurare le parole (così sembrerebbe di dedurre dalle scuse, secondo un andazzo ahimè troppo diffuso), il nostro giudizio sulla regista non può nascondere i dubbi che il suo The Nightingale (L’usignolo) ha suscitato. Scritto e diretto da Jennifer Kent e ambientato nella natia Australia ma del 1825, il film racconta la vendetta che una giovane irlandese, finita laggiù per scontare una qualche pena, compie su chi le ha ucciso il marito e la figlioletta in fasce, oltre ad averla stuprata. Un revenge movie ambientato in una natura selvaggia e ostile, dove l’arroganza di un ufficiale che si crede intoccabile diventa metafora dell’imperialismo occidentale e l’«alleanza» della protagonista con l’aborigeno che le fa da guida rende ancora più evidente il razzismo che gli altri bianchi dimostrano verso i locali, trattati come schiavi o peggio. Ma la storia diventa subito eccessivamente esemplare, con i caratteri dei personaggi talmente determinati da trasformarsi in caricature: la donna umiliata e offesa dalla voce d’usignolo, il maschio predatore nella doppia variante della superiorità di censo (l’ufficiale) o dell’aggressività sessuale (il sergente), l’autoctono ridotto ad animale e come tale pronto alla ribellione. Tutto è detto e sottolineato troppo, con uno schematismo che non evolve mai e che finisce per annullare le buone intenzioni della regista, convinta che quelle violenze siano presenti ancora oggi. Posizione che nessuno contesta ma che avrebbe avuto bisogno di una regia meno schematica per poter dare al film una qualche efficacia, sia spettacolare che didascalica.

VOTO: 1/4

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