Dalla rassegna stampa Cinema

Ambigue o ribelli le donne dominano i film della Mostra

Ambigue o ribelli le donne dominano i film della Mostra

EMILIANO MORREALE

Malgrado in concorso ci sia una sola regista, sempre più gli autori maschi ricorrono all’occhio femminile per guardare alla complessità della vita

VENEZIA
Dopo gli accenni di polemiche per la presenza di una sola regista nel concorso della Mostra, e mentre ieri al Lido si è svolta la presentazione di Women in film, television & media Italia, associazione di donne del settore audiovisivo, in realtà ci si accorge che il femminile è il vero tema profondo della Mostra.
Parliamoci chiaro: i generi sessuali (fatte salve intersezioni e slittamenti) sono due: e quindi un film o parla di uomini, o di donne, o di uomini e donne.
Che ci sia un numero considerevole di storie al femminile non è una sorpresa.
Ma a parte che il numero quest’anno è davvero maggioritario, è il come, non il quanto, a far pensare. Se i discorsi e le pratiche nella società sembrano lavorare soprattutto sulla dimensione dei diritti, della parità, della critica a meccanismi di potere precisi, e quindi in una prospettiva concreta e riformista, i registi (maschi ma non solo) sembrano andare a qualcosa di profondo, che ha a che fare con i tempi lunghi della storia e con i suoi dilemmi più profondi. L’elemento femminile è qualcosa, verrebbe da dire, che ha un nucleo più rivoluzionario che riformista, che mette in discussione le fondamenta di chi rilegge la storia e fa cinema. Un’aggiunta che le arti, di solito, hanno sempre fornito all’ambito della politica. E quindi, oltre ai numerosi personaggi in rilievo di donne, ambigue, eroiche, oppresse o ribelli o bad girls (le cantanti di Saremo giovani e bellissimi, A star is born, Vox Lux, le ambigue sorelle di La quietud, la sospetta omicida di Acusada, l’adolescente lesbica di Zen sul ghiaccio sottile, le adolescenti dell’Amica geniale) ci hanno colpito certi film in cui il tema sembra essere proprio la donna come elemento destabilizzante, sguardo nuovo, pietra d’inciampo verrebbe da dire, per le immagini e i racconti.
Le streghe di Suspiria che si trovano all’intersezione tra la storia e il mito, la tata di Roma che mette in luce le contraddizioni di classe, l’indagatrice di Tramonto guida dello spettatore in una parabola sulla “nazionalizzazione delle masse”. E sta per arrivare la pastorella di Capri Revolution, che promette di affrontare gli stessi temi. Anche nei film in cui non sono protagoniste, le donne sono, a volte in extremis, il senso del film: il dibattito fra riformatrici e donne del popolo in Peterloo racchiude il sugo della storia, la moglie di Neil Armstrong in First man è portavoce di un diverso sguardo su quel gioco da maschi che è la corsa allo spazio. Nel film di Orson Welles, il cinema muore davanti al trionfo di una superdonna. Perfino nel western dei Coen è femminile l’episodio più bello, e in quello di Audiard, dopo tanta foga di violenza e arricchimento, i cowboy tornano dalla mamma.
Le donne, insomma, non sono solo personaggi, ma maniere di guardare, mondi con cui confrontarsi e spesso, per i registi maschi, contro cui andare a sbattere. Le donne fanno vedere meglio, e i registi migliori attraverso di loro si mettono in gioco.
Sugli schermi veneziani si intravede anche, meno, la peculiarità dello sguardo femminile, nelle registe citate o in altre. E devono ancora passare il film di Valeria Bruni Tedeschi e quello in concorso di Jennifer Kent. Nella sezione classici, poi, c’erano le due puntate del doc Women make movies di Marx Cousin: più che una storia delle autrici di cinema, un’interrogazione sulle peculiarità del loro modo di filmare (gli attacchi, le scene di sesso e d’azione, ecc.). Infine, va ricordato il commosso omaggio di Yervant Gianikian alla compagna e co-autrice Angela Ricci Lucchi, I diari di Angela: una donna che del racconto “contropelo” della Storia e delle immagini ha fatto la propria vocazione.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.