Dalla rassegna stampa Cinema

Lo spaesamento dello sguardo fra le geometrie della repressione

…per gli omosessuali che si dovevano «curare» da quello che veniva percepito (e punito) come un grave disturbo anche per la collettività…

Lo spaesamento dello sguardo fra le geometrie della repressione

Venezia 75. «The Mountain» di Rick Alverson, in concorso. Nell’America degli anni Cinquanta un ragazzo comincia a lavorare con un medico che pratica la lobotomia e l’elettroshock, ispirato alla figura del neurologo Walter Freeman che lobotomizzò Rosemary Kennedy

Cristina Piccino

America anni Cinquanta, quella patinata e «normata» del Make America Great Again. Non è però solo il «vintage» di una nostalgia per qualcosa mai conosciuto che ha fatto scegliere questa ambientazione a Rick Alverson per il suo The Mountain, secondo film americano in concorso. È che il periodo e la storia che il regista racconta sono come ormai spesso accade quando si guarda al passato proiettati sul presente, l’America trumpista retrograda e sfacciatamente bigotta, omofoba e razzista.

Il giovane protagonista (Tye Sheridan) non vede la madre da quando è ragazzino, il padre l’ha chiusa in una clinica per malattie mentali e gli ha impedito di incontrarla. Poi l’uomo muore e il ragazzo inizia a lavorare con uno dei medici che aveva curato la mamma, documenta il suo lavoro negli ospedali, una tecnica nuova che utilizza lobotomia e elettroshock. L’ispirazione viene dalla figura del neurologo Walter Freeman (interpretato da Jeff Goldblum) che ha lobotomizzato Rosemary Kennedy, ma al di là del documento storico quello su cui sembra puntare il regista – conosciuto nei circuiti più indipendenti con The Comedy e Entertainment – è la violenza diffusa nell’intera società dell’epoca, caratterizzata da una decisa divisione di gender, i cui i rituali sono diventati la norma del quotidiano.

Girato in 4:3, formato che quasi imprigiona i personaggi, inchiodandoli come le regole sociali, il film di Alverson prova a guardare dentro quelle che sono le logiche di un controllo esercitato in nome del progresso (o della democrazia). «Questa vicenda è anche metafora dell’ambizione molto maschile e americana di questo medico di ottenere dei risultati senza preoccuparsi delle conseguenze che la lobotomia poteva avere sulle persone» ha detto Alverson nell’incontro stampa dopo la proiezione del film.

All’epoca il tema era un tabù (pensiamo se pure con altre logiche legate al pretesto della liberatoria dei soggetti filmati, alla censura giudiziaria subita per anni da uno dei primi film di Wiseman, Tititcut Follies, 1967, sul manicomio criminale di Bridgewater) ma lobotomia e simili erano esercitati e anzi erano strumenti potenti di controllo sociale, per coloro potenzialmente pericolosi, per chi era troppo libero o cercava di sottrarsi alle regole e al suo ruolo, per le casalinghe che non volevano più essere disperate, per gli omosessuali che si dovevano «curare» da quello che veniva percepito (e punito) come un grave disturbo anche per la collettività. È il sogno americano, siamo sempre tra quelle casette perfette di vestiti, giardini curati, fantasie catodiche (o catatoniche?) – ricordate il Todd Haynes di Carol o prima ancora di Lontano dal Paradiso?

Alverson si pone come obiettivo una corrispondenza tra la narrazione e le sue immagini che richiede anche un riposizionamento dello spettatore. Alla drammaturgia preferisce la musica, l’allucinazione di geometrie senza punti di fuga, lo spaesamento dello sguardo piuttosto che la sua accondiscendenza. Chiede di osservare nelle pieghe, che in tempi di retorica (e pretenziosità) è una bella scommessa.


da Tiscali.it

Cosa c’è da sapere sul film “The Mountain” di Rick Alverson

Venezia, 30 ago. (askanews) – Nell’America del 1954 il dottor Wallace Fiennes compie esperimenti di lobotomia, il personaggio si ispira a Walter Freeman che effettuò la lobotomia su Rosemary Kennedy, sorella del futuro presidente degli Stati Uniti, Jfk.Con una fotografia suggestiva e una tecnica originale “The Mountain” di Rick Alverson – film in concorso alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia – porta a riflettere sulla “utopia” portata alle estreme conseguenze di poter cambiare i cosiddetti “difetti” dell’essere umano spegnendo il cervello chirurgicamente; come è stato spiegato in conferenza stampa dallo stesso regista Alverson e dal cast del film capitanato da Jeff Goldblum che interpreta Wallace Fiennes, Tye Sheridan un giovane fotografo che diventerà allievo del medico e da Hannah Gross una paziente lobotomizzata che anticipa le tematiche New Age.Jeff Goldblum ha definito il film “geniale e poetico” e ha spiegato di averlo amato perché rappresenta, in un certo senso, “l’idea dell’utopia americana che spazia in assurde fantasie compiendo incredibili errori nella medicina come è avvenuto con la lobotomia, cercando soluzioni innaturali per risolvere i problemi dell’essere umano”.Il regista Rick Alverson, che nel suo film ha portato delle innovazioni anche di carattere tecnico, ha spiegato come la figura del dottor Fiennes sia ispirata appunto a quella di Walter Freeman “fautore della lobotomia, il quale trovò il modo per fare questo intervento senza avere una reale competenza nel 1954. Successivamente a quel periodo questa sua soluzione venne messa da parte preferendo l’utilizzo dei farmaci. A mio parere – ha proseguito – questa vicenda è anche metafora dell’ambizione molto maschile e americana di questo medico di ottenere dei risultati senza preoccuparsi delle conseguenze che la lobotomia poteva avere sulle persone”.E il lavoro di documentazione anche da parte degli attori è stato accurato, come ha ricordato Goldblum. “Non conoscevo Freeman – ha continuato l’attore – ma ho visto il documentario, volevo saperne il più possibile sulla lobotomia. Freeman aveva un nonno che era un chirurgo molto famoso e lui voleva a sua volta crearsi una sua identità perfezionando questo tipo di intervento, appunto la lobotomia. Ha pensato anche di curare l’omossesualità o curare le donne che soffrivano di nervi e ha praticato la lobotomia perfino sui bambini”.Anche Hannah Gross, che nel film interpreta Susan, una paziente lobotomizzata, ha ricordato quanto avvenuto alla sorella di John Kennedy: “Il mio personaggio fatalmente accettava la procedura, non aveva una volontà di morte bensì voleva esiste su un piano diverso”.Il film di Anderson affronta il delicato tema della malattia mentale, dei manicomi, di luoghi estremamente dolorosi come erano i nosocomi degli anni ’50. Tye Sheridan interpreta un ragazzo che incontra il medico dopo la lobotomia di sua madre, fa la scelta di divenire allievo e viene ingaggiato dal medico per documentare da fotografo la sua attività. Sheridan ha spiegato di avere già lavorato con Alverson “ne ammiro il coraggio a fare film come questi che non è facile da capire. Credo che in questo film la lobotomia rappresenti l’ambizione esagerata della chirurgia di poter aggiustare le persone intervenendo sul cervello. La pretesa assurda di guarire omosessuali e patologie mentali e, purtroppo, questa era una pratica utilizzata in quel periodo in America”.

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