Dalla rassegna stampa Letteratura

Sexting

Sesso nudo e crudo, senza patinature, romanticismi e sdilinquimenti: è la nuova frontiera dell’arte. Ma perché la letteratura ha iniziato a scandagliare territori estremi, con testi sempre più espliciti?…

Sexting

Sesso nudo e crudo, senza patinature, romanticismi e sdilinquimenti: è la nuova frontiera dell’arte. Ma perché la letteratura ha iniziato a scandagliare territori estremi, con testi sempre più espliciti? Forse perché mai come oggi la società è erotizzata: guardiamo milioni di video, spediamo foto e messaggi via cellulare. Cosa si cela dietro il fronte del porno?
di Gianluigi Simonetti Illustrazioni di Olimpia Zagnoli
Partiamo dalla parola. Sexting – fusione di “ sex” e “ texting” – designa l’invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite internet. La moda prolifera grazie alla tecnologia – la diffusione di telefonini con fotocamera, il boom dei social network – ma trova le sue radici culturali profonde nella “ pornificazione di massa” che il web ha creato negli ultimi vent’anni, saturando l’immaginario collettivo di contenuti sessuali anche estremi. Così la sintassi del porno, un tempo confinata in consumi privati e perlopiù clandestini, è diventata alla portata di tutti, esposta nelle vetrine dell’informazione- spettacolo. Un saggio da poco uscito come Pornage ( ne parla in questa pagina Natalia Aspesi) appura tra l’altro quanto si è arricchita e articolata nel tempo questa pornificazione dell’immaginario sessuale comune; e come l’industria culturale sia oggi disposta a prenderla molto sul serio, a riconoscerla e democratizzarla ulteriormente.
Se le cose stanno così, non sorprenderà constatare come diverse opere d’arte degli ultimi anni sembrino a loro volta “ fare sexting”; esibizionismo sessuale e voyeurismo spinto diventano una sorta di suggerimento formale, inducendo gli autori a inglobare “ testi e immagini sessualmente espliciti” nel proprio lavoro.
Questa estroflessione del sessualmente esplicito nella sfera estetica fa parte di un processo più vasto, databile almeno agli albori postsessantottini della liberazione sessuale, che incontra una riformulazione attualissima delle forme del nostro desiderio ( e in particolare, direi, della nostra idea di possesso, sempre più legata all’immagine immateriale).
Oggi il porno conosce frequenti riletture intellettualistiche e arty,
non solo al cinema, nei dipinti o nelle installazioni – dove il dialogo col corpo è di solito meno problematico – ma anche nella scrittura letteraria, che pure è stata spesso in imbarazzo quando ha dovuto raccontare il sesso con le sole parole. Non tanto la poesia, tutto sommato a suo agio nei dintorni dell’eros – a volte attraverso metafore e eufemismi commoventi ( come in Sandro Penna, la cui opera straordinaria è stata raccolta l’anno scorso in un Meridiano molto atteso), a volte attraverso una carnalità esplicita incastonata nel rigore della metrica ( come in Patrizia Valduga, che raccoglie in un singolo volume della collana bianca Einaudi in uscita a settembre tutte le sue numerose e interessanti Poesie erotiche). In difficoltà col sesso è stato soprattutto il romanzo realistico, che il desiderio era tradizionalmente abituato a “ smontarlo”, analizzarlo, prenderlo in giro. Proprio pensando agli imbarazzi del romanzo una rivista inglese, la Literary review, si inventò anni fa il “ Bad Sex in Fiction Award”, un premio alla peggior scena di sesso dell’anno ( nel 2016 l’ha vinto Erri De Luca con una pagina del suo Il giorno prima della felicità). Di solito il romanzo diffida dell’eros, come di tutte le forme di assoluto: molti narratori “ seri” si sono lasciati tentare dalle dissolvenze e dalle ellissi. Così ad esempio Paul Auster in Follie di Brooklyn (“ Il sesso è una cosa talmente strana e pasticciata… Perché dovremmo rendere conto di ogni risucchio e gemito che seguirono? … Interromperò qui il mio resoconto sulle attività della notte. Se alcuni lettori hanno obiezioni, suggerisco loro di chiudere gli occhi e usare la fantasia”).
Per questo e altri motivi le descrizioni sessuali esplicite sono rimaste a lungo confinate – tranne meravigliose eccezioni – ai piani bassi dell’espressione letteraria. L’arte sofisticata ha spesso fuggito le tautologie triviali della pornografia per inseguire semmai le finezze dell’erotismo, che allude senza esibire. Ma da qualche anno a questa parte le gerarchie sembrano rovesciarsi. A baloccarsi con l’erotismo più patinato è rimasto quasi solo il romanzo di consumo, che frequenta perversioni glamour e ben temperate ( ad esempio Cinquanta sfumature di grigio); le scritture più ambiziose fanno invece i conti con la pornografia più nuda e cruda, nell’ansia di studiare una società a sua volta ormai “pornificata”. Viene anche da qui il successo globale di narratori non reticenti come Roth, Ellis, Houellebecq e Carrère.
All’interno di questo rimescolamento gerarchico che cerca nel porno uno strumento di conoscenza, le tendenze principali, almeno per quanto riguarda il romanzo italiano, mi sembrano due. Nei libri di scrittori come Antonio Moresco e Walter Siti – entrambi del 1947 – una rappresentazione brutale della sessualità è presente in dosi massicce, ma costantemente equilibrata da una sua interpretazione in senso filosofico o addirittura religioso. La messa in scena dell’eros allude alla mercificazione dell’identità contemporanea, perché toglie spazio alla psicologia e al languore ( alleate dell’erotismo); ma partendo da questa mercificazione prova a cercare una spiritualità seconda e ulteriore, a forza di riflessioni, astrazioni, estremismi. Parlerei in questo caso di un impiego “ eroico” della pornografia: disseminata nel quotidiano ma capace, intensificandosi, di contraddirlo, suggerendo una direziona mistica ( Moresco) o mitica ( Siti). Eppure sempre pronta a sgonfiarsi, a sbattere contro i propri limiti, per ricordare che il sesso “ non libera niente e non libera da niente”, e che “ chi comanda comanda anche i tuoi desideri” ( così Starnone, classe 1943, in Autobiografia erotica di Aristide Gambia).
Accanto a questo filone “ eroico”, un riuso del porno che definirei “ romantico”, soprattutto in scrittori nati tra gli anni Sessanta e Settanta. In romanzi recenti come Candore di Mario Desiati e Il gioco di Carlo D’Amicis, e prima ancora nella Vita oscena di Aldo Nove, il rapporto col porno – al cuore del meccanismo narrativo – consente una fuga provvisoria dalla società, ne sospende il tempo e lo spazio. L’eros perverso è una sorta di giardino incantato nel quale perdersi per rifondarsi e conoscersi; a volte con ironia, a volte dolorosamente. Sono libri con molto in comune, a cominciare dai protagonisti: crepuscolari, attratti dai margini, con una spiccata tendenza a soccombere. Sociopatici ma enciclopedici, mettono la propria biografia al servizio di una specie di storia moderna del porno, di cui sono stati testimoni diretti: dalle riviste delle origini al trionfo dell’amatoriale, passando per l’età d’oro del divismo cinematografico. Quel che ritraggono è un eros crudo ma in fondo sentimentale, sottilmente nostalgico, più lirico che romanzesco, molto diverso da quello freddo e impassibile – ma pieno di angoscia – delineato da scrittori più giovani, cosiddetti millenials ( questi ultimi più simili a registi che a spettatori di porno: come Luciano Funetta, che sfrutta il tema in Dalle rovine). La generazione di Desiati e D’Amicis scrive nel rimpianto di un porno non ancora di massa, umanistico più che robotico, analogico e non digitale; perché “ il sesso può essere tutto o niente, ma poco mai”. ?


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