Dalla rassegna stampa Libri

“Amapolas” l’eros furioso nei racconti sudamericani

…se il focus è l’amore omosessuale è solo per tenere sempre vivo il dibattito sulle comunità Lgbt e scongiurare ogni forma di omofobia…

“Amapolas” l’eros furioso nei racconti sudamericani

Un papavero da solo è una fiammella, in un campo, in compagnia di altri, forma un mare rosso, una lava gioiosa di desiderio e amore.

In spagnolo papavero è “Amapolas”, come il titolo dell’antologia di racconti dal mondo ispanico a cura di Marco Ottaiano, frutto della terza edizione del corso di traduzione Letteraria nato in collaborazione tra Università Orientale e Istituto Cervantes.

Ogni partecipante al corso ha setacciato la recente, e inedita in Italia, produzione letteraria che va dalla Spagna al Messico, dall’Argentina alla Colombia, fino al Perù, Cuba, Portorico.

Un vasto arco geografico in cui gli studenti sono stati anche “scout” e traduttori di ogni singolo racconto, cogliendo un papavero, un “amapolas”, una storia che è sempre d’amore.

Il filo che tiene insieme l’antologia è l’eros furioso, inevitabile, che colma la vita di tutti, e se il focus è l’amore omosessuale è solo per tenere sempre vivo il dibattito sulle comunità Lgbt e scongiurare ogni forma di omofobia, perché sempre di amore si tratta.

Apre l’antologia il cileno Pedro Lemebel, già attivo in politica contro Pinochet, con un racconto di desiderio furibondo, dove l’estasi di una notte termina in tragedia, infatti il titolo, eloquente, è “Anche i papaveri hanno le spine”.

C’è anche la stagione d’amore e inferno di Verlaine e Rimbaud – raccontata in “Veleno puro” dalla madrilena Rosa Montero – poeti visionari nei loro versi e nel sesso come forma di conoscenza sublime, oltre i limiti dei benpensanti.

Tra i tanti “amapolas” emerge “Non è un regalo” di Luisa Castro, poetessa e già direttrice dell’Instituto Cervantes a Napoli, con l’incontro dei corpi di Valentìn e Pascual in una penombra discreta, colma di desiderio.

Per loro è la scoperta di qualcosa che «non scaldalizzava, qualcosa di familiare e quasi riconoscibile».

Pier Luigi Razzano

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