Dalla rassegna stampa Libri

L’amico Frits

storia raccontata da Gerard Reve in “Le Sere”, salutato come un capolavoro e tradotto ora in Italia. Ma perché questo ritardo?

L’amico Frits
di Nicola Lecca

Odio. Rancore. Disprezzo. Pensieri omicidi. Le giornate di un giovane olandese trascorrono dominate dalla noia in una Amsterdam post bellica. È la storia raccontata da Gerard Reve in “Le Sere”, salutato come un capolavoro e tradotto ora in Italia. Ma perché questo ritardo?

TITOLO: LE SERE

AUTORE: GERARD REVE

EDITORE: IPERBOREA

PREZZO: 18 EURO
PAGINE: 320

TRADUTTORE: FULVIO FERRARI

Le Sere di Gerard Reve è un romanzo potente e claustrofobico. Leggerlo è come imprigionarsi piacevolmente in un ascensore. Stampato nel 1947, l’esordio di questo enfant terrible della letteratura olandese approda in Italia con sessant’anni di ritardo, pubblicato da Iperborea. Ed è subito caccia al tag: Kafka? Salinger? Beckett? E perché non Camus? Come se bisognasse sottostare per forza a un incasellamento.

Le sere è l’opera di un ventiquattrenne sui generis. Cattolico, dichiaratamente gay e fervente anticomunista, Reve sarà criticato per la morbosa sessualità della sua narrativa e dovrà difendersi dall’accusa di blasfemia per aver offerto ai suoi lettori una fantasiosa mistura di religione ed erotismo.

Col pretesto di descrivere gli ultimi dieci giorni del 1946, Frits van Egters, il giovane protagonista del romanzo (che Reve stesso definisce un eroe), trasmette con cruda inconsapevolezza il vuoto lasciato in lui dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Ne parla col contagocce: eppure gli orrori della guerra hanno permeato il suo inconscio e si sono trasfigurati in manie, incubi, ossessioni e sadomasochismo.

La foto scattata da Reve è perfetta. Il soggetto è alienante: i quartieri popolari e borghesi della Amsterdam post bellica. Un flipper senza luci nel quale Frits rimbalza, di sponda in sponda, come una pallina ben giocata, in un deserto di tempo perso, di conversazioni prevedibili, di ore vuote e di lentezza. La Society of Dutch Literature non ha dubbi: Le sere è il più bel romanzo olandese di tutti i tempi. Per il Guardian è un capolavoro.

L’ordinarietà di ogni giorno — misticamente sublimata nei diari cinquecenteschi del Pontormo — qui diventa incubo. La prosa di Reve — ben tradotta da Fulvio Ferrari — è uno stillicidio: una goccia costante che consuma la pietra senza bisogno di frantumarla. Il disagio concentrato in ogni pagina è tale che pare propagarsi per osmosi attraverso i polpastrelli di chi legge. Il finale? Un Bolero magistrale che s’incolla alla mente.

A 23 anni, Frits è un giudice impietoso: spesso condanna e quasi mai assolve. Ha l’orecchio assoluto per i difetti. È parsimonioso. Spegne la stufa pisciandoci sopra. Parla mentre si guarda allo specchio. Tortura vespe, ragni e pesci rossi. Si lava i denti in cucina e ingoia un po’ di dentifricio per digerire lo stoccafisso. È ossessionato dalla paura di diventare calvo. Ha terrore del tempo.

Sente il peso di ogni istante e la colpa di non averlo vissuto a pieno. « La pietà è nociva » , dice, dopo aver bruciato un onisco con un fiammifero. Del suo lavoro sappiamo poco ( fa l’archivista?). Mette la scatola della brillantina sulla stufa per ammorbidirla. Esce di casa per non andare da nessuna parte. Prima di addormentarsi morde le lenzuola. Sogna cigni con le scarpe da donna e uomini con la testa di maiale. Al cinematografo detesta i vicini che leggono i sottotitoli a voce altra. È un manipolatore. Agli amici mente. Li affascina con ironia e cinismo: ma poi li sottomette, infettandoli con la sua infelicità.

Abita insieme ai genitori: una madre goffa e un padre mezzo sordo che a tavola ha maniere da villano. Frits inorridisce quando succhiano il brodo dal cucchiaio: eppure prega per loro e si sforza di trattarli con gentilezza.

«Devo fermare i pensieri», continua a ripetersi sopraffatto dalla vastità della sua mente, costretta nel baule dell’ordinarietà.

Ogni sigaretta rollata, ogni uovo bollito e ogni bicchiere di latte bevuto meritano un lungo primo piano. È il quasi niente che diventa tutto: le scanalature dei posacenere, i sorrisi che piegano il volto, i bambini poveri esclusi dalle foto di gruppo perché malvestiti, i gettoni necessari ad alimentare il contatore del gas, gli sputi evaporati sui carboni delle stufe, le goccioline di benzina rimaste nell’accendino appena spento, il colore mai uguale delle tegole sui tetti: ma soprattutto la radio, unico arcobaleno nel grigiore metronomico di casa van Egters.

Imperante, la noia costringe Frits ad analizzare al microscopio ogni dettaglio.

C’è l’alito che sa di vecchi cappotti ammuffiti bolliti nell’aceto, quello di chi ha mangiato troppe uova sode e quello di chi non ha mangiato per niente: come latte andato a male o corteccia marcita nell’acqua.

Si interroga: «È peggio ruttare o parlare con la bocca piena schizzando intorno briciole umidicce?» «Mi piacerebbe strangolare ragazzini nel bosco» — confessa a Frits un vaneggiante ladruncolo della sua cerchia.

«Tutto qui?» — gli risponde lui.

È l’inizio di una lunga fantasia su come torturare al meglio le persone.

Nude? Legate a un tavolo? Con un coltello?

«Dove tagli? E, come?» Cento volte il Grand Guignol.

«Ti sto annoiando?», chiede Frits al suo amico Viktor.

Ed è come se Gerard Reve — scomparso ormai da dodici anni — si preoccupasse di domandarlo a ogni suo lettore.

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