Dalla rassegna stampa Danza

Bill T. Jones, una gloriosa arte del corpo

Bill T. Jones, una gloriosa arte del corpo
Lunedì a Firenze il grande artista americano: in scena sogni, dolori e umanità

Silvia Poletti

Un altro debutto eccellente al Florence Dance (and performing arts) festival. Lunedì arriva al Chiostro di Santa Maria Novella per la prima volta con la sua compagnia Bill T. Jones: lui sì figura di culto delle arti performative, artista di statura assoluta, considerato tra le eccellenze intellettuali e creative americane. Personaggio iconico anche se «scomodo», apparentemente, perché «nero, sieropositivo e gay», come ama presentarsi: riunendo in breve la condizione di emarginazione da cui è comunque riuscito ad emergere. Decimo figlio di due operai, borsa di studio al college grazie alla sua vivida intelligenza, fin dalla fine degli anni ‘70 Bill inizia a far parlare di sé. Insieme al suo compagno Arnie Zane («bianco, ebreo gay») e artisti della cultura underground metropolitana, tra cui Keith Haring (con il quale collabora in una memorabile serie di body paintings) rivoluziona la scena off: ai concettualismi radicali contrappongono un vitalismo intelligente e connesso con i problemi della realtà, con le più scottanti tematiche dell’emarginazione, con la nascente piaga dell’Aids (che ucciderà Arnie), con le ipocrisie dietro l’immagine positiva dell’America. Bill lo fa con la danza, arte del corpo che con lui diventa gloriosa (grazie alla scultorietà del suo magnifico corpo: qualità che traslittera nei suoi dinamici e appassionati ballerini). Ma anche con la parola, con i messaggi — di comunione, umanità, vicinanza e comprensione, con cui motiva, genera e spesso intesse i suoi lavori. In quarant’anni Jones non ha infatti temuto di affrontare argomenti scottanti — la malattia terminale, l’emarginazione razziale, il potere religioso secolare. Ma soprattutto ha costantemente ribadito il valore dell’umanità che ci rende uguali nell’avventura della vita. Nello spettacolo, culminante con il premio Solis Invictus che riceverà in scena questi valori sono tradotti dalla danza ariosa e avvolgente di uno dei suoi lavori più famosi, DMan in the Water . Dedicato a Damian Acquavella, un danzatore della compagnia anche lui scomparso per Aids, DMan sull’Ottetto di Mendelssohn eseguito dal vivo dall’Armel Opera Octet nasce da un sogno in cui il giovane appariva felice solcare acque pure e limpide. Un inno alla vita nonostante la morte. Apre la serata un pezzo del 2013 Story che parte dalla poetica dell’indeterminatezza di John Cage e elabora quattordici movimenti a caso su La Morte e la Fanciulla di Schubert «Ho sempre più la sensazione che ci sia bisogno di toccare il pubblico anche con qualcosa che dia gioia, che comunichi la bellezza delle relazioni, che insegni ad abbracciare l’altro», ha detto. Come dargli torto?

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