Dalla rassegna stampa Cinema

«Papillon», non solo un remake «Storia d’amore e di amicizia»

«Papillon», non solo un remake «Storia d’amore e di amicizia»

Il regista Noer: i drammi carcerari hanno significati quanto mai attuali

Giovanna Grassi

LOS ANGELES «Non ho mai pensato di dirigere Papillon “soltanto” come un remake del film del 1973 con Dustin Hoffman e Steve McQueen. Il mio obiettivo è sempre stato quello di dare vita a due caratteri maschili che cercano la loro più autentica libertà e che stabiliscono tra loro un’amicizia virile profonda e duratura, capace di rivelarsi un motivo per sopravvivere al di là della paura. Perché essa è nutrita dalla speranza di riuscire a ritrovare rispetto e sentimenti», dice il regista danese Michael Noer. Aggiungendo subito di essere convinto che, a suo parere, il libro autobiografico, pubblicato in Francia nel 1969 da Henri Charrière «racconta, nella sua sostanza, una storia d’amore».

Papillon esce prima in Italia (il 27 giugno), distribuito dalla Eagle Pictures, e dopo negli Usa, dove si vedrà solo a fine agosto.

Le recensioni della pellicola hanno sottolineato un nodo centrale del lavoro del regista, noto per il documentario Son of God e che in altri lavori ha manifestato il suo interesse e le sue analisi per il sistema carcerario, una parafrasi a suo dire dei destini individuai e una metafora dai molti significati sociali.

«Spero — afferma a sua volta Charlie Hunnam, che impersona Papillon — nell’interesse della platea giovanile e nella curiosità di chi ancora ricorda l’avventura psicologica ed esistenziale nella colonia penale sull’Isola del Diavolo di Charrière/Steve McQueen e del falsario Louis Dega, che nell’originale era stato affidato a Dustin Hoffman». Dega in questo film è impersonato da Rami Malek noto come Mr.Robot e attesissimo nel biopic su Freddie Mercury, Bohemian Rapsody.

Racconta Mr.Robot: «È stata una grande occasione per me. Dega sa parlare d’amore e di paura, rivela la sua inquietudine costante per l’isolamento, scopre lentamente il valore di quel legame con un altro essere umano e che lo rende a poco a poco capace di superare tante debolezze».

«Ritengo — sostiene il regista — che i drammi carcerari oggi abbiano significati quanto mai attuali e il tema è sempre stato di mio interesse perché il realismo dell’isolamento, le trappole dell’emarginazione sono di grande attualità. Già nel 2010 avevo affrontato un dramma carcerario e conquistato, con il co-regista Tobias Lindholm, molti premi. La capacità di narrare gli uomini di questo genere cinematografico ha sempre motivi attuali. Inoltre penso da sempre che lo spazio chiuso, ma anche senza confini, del palcoscenico e di una prigione abbiano elementi di affinità».

Spiega: «Ogni carattere, su un proscenio o in una cella, deve evidenziare il suo ruolo, cercare le radici delle proprie sconfitte, rivendicazioni o conquiste, senza maschere. Infatti Charrière ci ha dato con il suo racconto di memorie personali, un affresco umano. È superficiale dire che oggi ci sono uomini e donne, ovunque, imprigionati e non parlo solo delle sbarre, ma anche delle loro paure, delle loro ossessioni. L’amicizia, le affinità, le differenze diventano un tutt’uno, smussano ogni difesa, rilanciano la tenacia anche di chi per tanti è solo un perdente. L’amicizia diventa un’ancora e i temi di Papillon vanno decisamente al di là del cosiddetto intrattenimento pop-corn».

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