Dalla rassegna stampa Letteratura

«La letteratura non conosce parità» Bufera sulla scrittrice: «È razzista»

… se un agente sottopone il manoscritto di un gay transessuale caraibico che ha abbandonato la scuola …

«La letteratura non conosce parità» Bufera sulla scrittrice: «È razzista»

di Luigi Ippolito

Lionel Shriver: le case editrici vogliono le quote. Kureishi: i bianchi hanno paura

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

Londra È diventata in pochi giorni la polemica culturale dell’anno: dove ci si azzuffa su diversità, razzismo, supremazia bianca e minoranze. Il tutto nella più che vivace repubblica delle lettere britannica.

Tutto è cominciato la scorsa settimana, con un articolo pubblicato sullo Spectator, la rivista conservatrice, dalla scrittrice americana naturalizzata britannica Lionel Shriver: lei è nota come l’autrice di «…e adesso parliamo di Kevin», da cui era stato tratto pure un film, ma soprattutto è una che riesce a far parlare di sé con i suoi interventi che fanno strame dei luoghi comuni e del politicamente corretto.

Nell’articolo in questione se la prendeva con la casa editrice Penguin Random House, un colosso della letteratura, rea di aver annunciato che entro il 2025 i suoi autori «avrebbero riflettuto la società britannica, tenendo conto di etnia, genere, sessualità, mobilità sociale e disabilità». Lionel Shriver ha visto rosso: e ha intinto la penna nel curaro. «La Penguin — ha scritto — non considera più la sua ragion d’essere come l’acquisizione e la diffusione di buoni libri. Possiamo dedurne che se un agente sottopone il manoscritto di un gay transessuale caraibico che ha abbandonato la scuola a sette anni e va in giro su una carrozzella per disabili verrà pubblicato, anche se questo manoscritto è un’incoerente e noiosa pila di carta riciclata».

Apriti cielo. I social media si sono scatenati, la scrittrice è stata crocifissa su Twitter come una bieca razzista. Articoli sono comparsi su siti e giornali, mentre un premio letterario l’ha addirittura cacciata dalla giuria. Più in generale, le veniva mossa l’accusa di considerare l’eccellenza letteraria e la diversità come inconciliabili e di trascurare le difficoltà che gli autori appartenenti a minoranze incontrano nell’essere pubblicati.

La scrittrice alla fine si è difesa tramite un’intervista al Telegraph, il quotidiano conservatore. Nella quale sostiene di essere stata «divertita e preoccupata dalla lettera della Penguin, perché mi è sembrato che mirassero a delle quote di diversità. Loro negano, ma se miri a rispettare le proporzioni dei gruppi nel Regno Unito, queste sono quote. Siamo arrivati al punto in cui la diversità è sacrosanta».

Quella che però non poteva passare inosservata è la frase sul «gay transessuale caraibico»: «Ho uno stile che a volte è un po’ iperbolico — ha ammesso la scrittrice —. Ma non c’era nulla di insultante verso i trans o i caraibici o i disabili. Volevo solo prendere in giro la casa editrice».

Chi però non l’ha presa tanto alla leggera è Hanif Kureishi, l’autore anglo-pachistano del «Buddha delle periferie», un mostro sacro della letteratura britannica. Che in un articolo per il Guardian ha salutato come una buona notizia il fatto che la «razza padrona» stia diventando ansiosa. Kureishi ha definito la politica della Penguin «saggia e coraggiosa», perché gli uomini bianchi usciti da Oxford e Cambridge «e i loro servi» hanno goduto per secoli di una discriminazione positiva: «I conservatori dovranno ingoiare il fatto che il vero talento è stato trascurato e scoraggiato da coloro che dominano la cultura. La loro stupidità e il suono del loro patetico piagnucolare sarebbe divertente se non fosse tragico». La Shriver è servita. Per il momento.


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