Dalla rassegna stampa Cinema

Toffetti: il mio museo del cinema si ispira al modello Fca Un unico gruppo e tanti marchi

… La rassegna sul cinema gay deve avere un legame forte con la comunità omosessuale. Rapporto che va rafforzato…

Toffetti: il mio museo del cinema si ispira al modello Fca Un unico gruppo e tanti marchi

«Un ritorno a casa, ma una casa completamente diversa da quella che avevo lasciato venti anni fa» Sergio Toffetti, classe 1951, è il nuovo presidente del Museo del Cinema. L’assemblea dei soci lo ha indicato ieri dopo la nomina della Regione nel consiglio della Fondazione Priolo. Una vita dedicata al cinema nelle forme e nei ruoli più diversi.

Com’era il Museo del Cinema 20 anni fa?

«Era un’altra cosa. Quando sono arrivato la prima volta, stiamo parlando di più di venti anni fa, il museo aveva un dipendente. E poi come consigliere mi sono occupato del problema di sistemare e stabilizzare il bibliotecario.

Questione che venne risolta con Ventavoli. Bisognava sanare una posizione contributiva che la Fondazione aveva lasciato in sospeso. Erano altri tempi».

I tempi della Mole erano ancora lontani?

«Le basi si sono costruite allora, però. La decisione di assumere e allargare il numero di dipendenti si è presa allora, così come quando si è scelto di usare la Mole Antonelliana e di traslocare lì io c’ero. È cambiata la scala di riferimento. Prima era una piccola associazione privata, ora è un’istituzione pubblica di rilevanza internazionale che ha la sua sede nel cuore e nel simbolo di Torino».

In questi anni si è detto che il Museo è cresciuto troppo, che i costi sono troppo alti, che sarebbe necessaria una ragionalizzazione e cura dimagrante. Ora da presidente cosa ne pensa?

«Negli anni si è deciso di mettere dentro al museo quello che stava fuori, come i festival. Sono convinto che la gestione finanziaria ed economica debba essere unitaria, proprio per la scelta di tenere tutto dentro. Insomma, festival e appuntamenti diversi, anche da un punto di vista artistico e di direzione culturale e scientifica, ma la gestione economica deve essere unica. Proprio per evitare problemi. Facendo un paragone, la gestione del Museo per me deve essere paragonata a quella di una casa automobilistica».

Restiamo in casa, prenda come metro di paragone Fca.

Cosa intende?

«Ecco, il gruppo è unico, i conti sono unici, ma i marchi, come il festival, sul mercato viaggiano per conto loro, anche perché cercando di intercettare pubblici diversi. La rassegna sul cinema gay deve avere un legame forte con la comunità omosessuale. Rapporto che va rafforzato e che se si dovesse sfilacciare lo stesso festival ne avrebbe un danno. Questo non ha nulla a che fare con la gestione economica-finanziaria che va centralizzata».

Sono troppi i festival?

«Non direi, sono molto diversi uno dall’altro. Mi sembra anche che il mercato risponda bene a tutte le rassegne organizzate. Ed è importante la risposta del pubblico e su questo saremo trasparenti».

Cosa intende?

«Lo dico senza aver letto i numeri e come principio. Saremo sempre trasparenti sui biglietti, sui paganti. Penso che sia una follia drogare i numeri o aumentarli.

Atteggiamento che ti sballa previsioni e futuro».

Quando arriverà il nuovo direttore?

«Penso a breve. Prima di agosto o al massimo all’inizio di settembre. La prossima settimana si insedierà la commissione che ha il compito di esaminale le candidature arrivate ad un’agenzia privata. Da questi estrapolerà una short list. Il clima nel Museo mi sembra positivo, grazie al lavoro fatto da chi mi ha preceduto per stabilizzare i conti».

Cosa proporrà al nuovo direttore?

«Penso ad un museo che si occupi più del cinema italiano. Un modo per integrare e arricchire le collezioni».

Diego Longhin

13/06/2018


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