Dalla rassegna stampa Cinema

Luca Guadagnino “Il futuro del cinema? Tornare a rischiare”

…Io penso che il futuro sia il presente, che è a sua volta un prodotto del passato…

Il regista
Alle 14.30 al Podestà con Natalia Aspesi

Luca Guadagnino “Il futuro del cinema? Tornare a rischiare”

ARIANNA FINOS

Luca Guadagnino è arrivato ieri pomeriggio a Bologna per seguire da spettatore qualche incontro a Repubblica delle Idee.
L’appuntamento sul palco, oggi alle 14.30, è con Natalia Aspesi, per parlare del futuro del cinema.
Prima dei futuro, parliamo di passato recente. È stato un anno di grande successo per lei e per il suo “Chiamami col tuo nome”.
«È stato un anno complesso, faticoso, esaltante. Che mi ha maturato».
Ed è già pronto “Suspiria”…
«Una sfida che mi sono attribuito: ho fatto le riprese dei due film nello stesso anno solare, nel 2016. E, siccome sono un cinefilo incallito, la mia è stata una scelta basata su esperienze di cinema che mi affascinano, a partire da un autore prolifico come Fassbinder».
Quanto è importante il passato per il cinema del futuro?
«Il problema è questo: che cosa significa il futuro? Io penso che il futuro sia il presente, che è a sua volta un prodotto del passato. Il futuro non esiste come singolarità ma come possibilità: i futuri. Se non sappiamo guardare al passato, forse siamo convinti di fare qualcosa che ha una ragione d’essere, ma in realtà è solo una coazione a ripetere qualcosa che inconsapevolmente pensavamo di non sapere».
Il suo “Suspiria” è finanziato da Amazon. Si discute del ruolo delle piattaforme rispetto al cinema in sala.
«Ricordo tante fasi in cui sembrava che nulla sarebbe mai stato come prima, ma ancora oggi il desiderio collettivo di chiudersi in una grande sala e vedere il miracolo ripetersi sullo schermo resta fortissimo in tutto il mondo».
Che cosa si augura per il futuro del cinema italiano?
«Mi auguro che ci siano più fonti di finanziamento pubbliche e private.
Purtroppo il cinema si fa con i soldi.
E serve che siano distribuiti in maniera capillare e sorprendente.
Le leggi non devono necessariamente premiare il cinema che appartiene al consenso del qui e ora, che funziona con il pubblico. Questo è un atteggiamento populista: perché il cinema è un linguaggio che deve poter creare immaginari e prevedere mondi. E, senza la possibilità di dare voce a chi vuole creare prototipi, non avremmo avuto esperienze fondamentali per l’evoluzione di questo linguaggio come la Nouvelle vague. Non è che se un film non va bene non deve essere protetto dal mercato, ma il contrario. C’è più un’idea commerciale in un film di Raoul Ruiz che in una commedia che fa molti soldi al botteghino».

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