Dalla rassegna stampa Teatro

FAKE NEWS E GENDER IN SCENA A AVIGNONE

FAKE NEWS E GENDER IN SCENA A AVIGNONE

Rodolfo di Giammarco

Guarda alla indifferenziazione dei generi (sessuali), al multiculturalismo arabo e del Medio Oriente, al terrorismo, alla condizione disillusa della donna, a verità e fake news, a un restyling di drammaturgie moderne e tragedie antiche la 72ª edizione del Festival di Avignone in scena dal 6 al 24 luglio. La dichiarazione d’intenti del direttore Olivier Py si batte contro il “no alle alternative” del mondo contemporaneo dell’economia.
L’affiche ufficiale del Festival ritrae una sorta di pittorico coro d’infanzia di Claire Tabouret, residente in California, qui con una sua mostra. Lo spettacolo più lungo è un lavoro di otto ore, Joueurs, Mao II, Les Noms che l’adattatore-regista Julien Gosselin ricava da tre racconti di Don DeLillo, per un affresco di violenze e lotte armate dal 1970 al 1990. Tra i nomi quotati, c’è quello dello svizzero -tedesco Milo Rau che porta ad Avignone La Reprise- Histoire( s) du théatre ( I) con la storia vera dell’uccisione di un omosessuale avvenuta nel 2012 a Liegi ad opera di un gruppo di giovani; di Ivo Van Hove direttore del Toneelgroep di Amsterdam (e regista del Lazarus di David Bowie) che presenta Les choses qui passent in cui si confrontano tre generazioni in una sala d’attesa; del lituano Oskaras Korsunovas che ha in serbo un Tartufo di Molière installato in un labirinto vegetale.
Della nomenclatura internazionale fa parte ovviamente anche Sasha Waltz il cui Kreatur ha già fatto tappa nel 2017 nel nostro Romaeuropa. I cultori dello spazio più autorevole della manifestazione, la Corte d’Onore del Palazzo dei Papi, potranno scegliere tre alternative: un Tieste di Seneca (adulterio, infanticidio, cannibalismo) con messinscena di Thomas Jolly, Story water con coreografia di Emanuel Gat e del suo Ensemble, e Ici- bas della compagnia Baum con melodie di Gabriel Fauré.
Ma è probabile che, in tema di raffigurazione inedita, le tendenze più imprevedibilmente vivaci siano quelle meno riconoscibili (serio sarà il recupero di Le pays lointain di Jean-Luc Lagarce, un’incognita Pale Blue Dot su Assange), quelle che toccheranno in modo nuovo il divincolarsi dell’idea di gender, e il senso del proibito elevato a metafora da artisti del Mediterraneo. Ecco allora l’ultimo lavoro apolitico ma allusivo dell’iraniano Amir Reza Koohestani, l’oratorio dell’altro iraniano Gurshad Shaheman, le giovani egiziane del Bnt Al Masarwa col loro carico di oppressioni, e nei panni di una madre egiziana Ahmed El Attar. Contro le discriminazioni, si attendono David Bobée, Didier Ruiz, Phia Ménard…


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