Dalla rassegna stampa Libri

L’ultimo dilettante di un altro millennio

«Continuo a chiedermi di che sesso sono io», dice Gilberto Severini, 77 anni, da poco in libreria con Dilettanti (Playground editore)…

L’ultimo dilettante di un altro millennio

«Continuo a chiedermi di che sesso sono io», dice Gilberto Severini, 77 anni, da poco in libreria con Dilettanti (Playground editore). In merito all’ambiguità sessuale che caratterizza i personaggi di questo magnifico romanzo, e contro la definizione a tutti i costi: «Sarà un bel giorno quando smetteremo di interrogare il sesso», dice citando Foucault. Ecco allora Sergio, Giulio, Vincenzo, Giovanna, Lorenzo e Marcello, giovani negli anni Cinquanta, qui alle prese con la scoperta del sesso, con la rivelazione del desiderio, quasi sempre con l’amore non corrisposto, in una parabola che li ritrova alla fine, in vecchiaia, quasi più integri dell’inizio, a comporre un quadro struggente di umanità romantica. Così Giulio settantenne che in rete si finge ventenne: «Gli racconti del bisogno di sentirsi protetto e del desiderio di abbandono, dei sentimenti purissimi e delle fantasie più trasgressive. Se adesso avessi quell’età, vorresti essere proprio come ti descrivi». In questo modo, chattando e inventandosi di nuovo ragazzo, Giulio si riprende la giovinezza, insieme ai sentimenti purissimi.

Bisognerebbe leggere tutto Gilberto Severini non solo perché Pier Vittorio Tondelli lo definiva uno dei migliori talenti della sua generazione, ma perché quel che racconta Severini è profetico (tornate ai suoi primi libri come Congedo ordinario, o ai più recenti, A cosa servono gli amori infelici). Leggendo Severini ci chiediamo se si stia realizzando tutto, o se stia accadendo di nuovo.

In «Dilettanti» lei racconta come l’omosessualità negli anni Cinquanta fosse un passaggio naturale.

«All’epoca l’iniziazione dei ragazzi anconetani non era con le donne, ma con i tre, quattro omosessuali della città. Bastava un “andiamo al fiume”».

Motivo di tanta disinvoltura, se c’è?

«Eravamo ragazzi destinati a diventare mariti, e subito dopo a invecchiare. Dalla cresima all’estrema unzione, l’intera vita scandita dai sacramenti. Succedeva allora che in attesa del matrimonio in chiesa, gli assalti degli ormoni giustificassero soluzioni di emergenza».

Nessuna vergogna o rimorso dopo?

«Era un passaggio obbligato, il giovane omosessuale innamorato dell’amico eterosessuale. Così gli incontri sessuali tra maschi, sperimentazioni. Il vero rischio? Che qualcuno potesse farsi male. Per uno magari era una piccola distrazione dai compiti, per l’altro l’amore da disperarsi. Uno poi si fidanzava con la prima ragazza, l’altro rimaneva con il tormento, il ricordo di un amore finito».

Come Sergio innamorato di Giancarlo che lo chiama dal mare per passargli la nuova ragazza?

«In un telefono pubblico finiva il primo grande amore della sua vita».

Da qui «Dilettanti»?

«Questo eravamo all’epoca. La provincia era fatta di piccoli e grandi dilettanti, e non solo sessuali. Tutte persone che non avevano gli strumenti per gestire le proprie ordinarie felicità».

Conseguenza?

«Paolo Poli diceva: “Ambiguo è l’aggettivo più bello della lingua italiana”. Tutte le definizioni che ci sono oggi, in realtà già c’erano».

Ovvero?

«Negli anni Cinquanta usciva il Rapporto Kinsey. Alfred Kinsey, biologo dell’Università dell’Indiana, parlava dei diversi orientamenti sessuali: poco omosessuale, molto omosessuale. La scala Kinsey calcolava il tasso di omosessualità da 0 a 6. Considerando anche gli X, quelli senza desiderio sessuale».

Aveva ragione Kinsey, esiste il tasso di omosessualità?

«La sfera della sessualità è talmente fragile. Ha presente la canzone Amore che vieni, amore che vai? Il desiderio è simile all’andatura che racconta De André».

Il presente non scopre niente di nuovo?

«Con la differenza che oggi diventa tutto militante».

Nel suo romanzo compare una sola donna, Giovanna.

«Dilettante anche lei. Accade che non ci sia coincidenza tra desiderio e oggetto desiderato. Accade, e uno se la cava. Come Giovanna che, quasi tranquillizzata dall’impossibilità dell’amore, si accontenta del possibile, del poco».

Giulio invece?

«Giulio è la lotta col desiderio. Ha un’educazione mondana a cui non rinuncia, e si sposa. Poi però non riesce a reggere la convivenza: minestrina la sera, moglie sorridente, Messa la domenica».

Esiste una via di fuga?

«Crearsi una seconda vita. All’epoca molti lo facevano. Moglie, figli, nottetempo locali».

Che succedeva nei locali?

«La notte cambiava scenario, l’umanità si trasformava. Virilità ostentata di giorno, ambigui desideri dopo mezzanotte, con molte precisazioni prima e dopo».

Tipo?

«Curiosità passeggera, voglio capire cosa si prova, giustificazioni di questo tipo. Poi arrivava l’invito, il solito giro in macchina, ti va di fare un giro? E finivano in campagna».

Lei parla dei suoi personaggi in seconda persona, sceglie il tu, perché?

«“I giorni della vita che contano sono pochi, gli altri fanno volume”, diceva Flaiano. Vale anche per le persone. Col tu volevo evocare tutte le mie persone».

Per raccontare di sé?

«Si può raccontare la propria biografia senza esibire l’io, attraverso le persone amate, conosciute, anche solo incrociate».

Contro l’io?

«L’io è maleducato».

Anni fa lei dichiarò che il limite massimo per scrivere romanzi è 73 anni. Ne ha 77, che è successo?

«Lo disse Pietro Citati a Carlo Fruttero. Diceva che non si poteva scrivere un romanzo oltre i 73 anni, Fruttero la prese come una sfida, e la vinse».

Lei si diceva d’accordo con Citati, il suo penultimo libro, «Backstage» (sempre Playground editore), aveva i toni del testamento letterario, dell’addio.

«Addio smentito adesso, con Dilettanti».

Per sfida anche lei?

«Ho un’età poco competitiva. A oggi posso dire di aver ricevuto apprezzamenti insperati conservando la mia beneducata marginalità».

Beneducata?

«Scrivere è un’azione solitaria. Il resto è fuorviante. Nelle rare presentazioni patisco molto, mi pento delle risposte, mi accorgo di aver detto luoghi comuni. A scrivere ci si pente meno».

Mai sentito il desiderio di primeggiare?

«Sono nato in un’epoca mesta. Il mio primo ricordo è di me strappato dal letto e portato in un rifugio. Nessuno in casa mi ha mai detto “vai e vinci”, ma “vai che ti mettiamo in banca”».

Più sano?

«Per i figli si voleva la tranquillità. Se pensa che io sono nato il 27 gennaio, e mia madre diceva: “Che bello il 27, giorno di paga”».

L’ambizione personale invece?

«Non ho mai avuto grande ambizione di successo, più ambizione di fare cose dignitose. Continuerò a pubblicare solo libri parzialmente non riusciti».

Non riusciti?

«Sono un falegname perfezionista, limo il tavolo fino alla fine. Il mio è un lavoro artigianale. Taglio molto, ecco perché i miei libri sono brevi».

Altro personaggio indimenticabile dei «Dilettanti» è Italo, di cui lei scrive: «Piroettava con troppo anticipo sullo sdoganamento del maschio ballerino».

«Ho visto qualcuno piroettare fuori tempo. Italo è ispirato a un ragazzo di un collegio. Me lo ricordo in calzamaglia sul palco della piazza».

Che significa essere troppo in anticipo sui tempi?

«Essere scambiato per altro: eccentrico, pazzo».

Come arrivano i tempi giusti?

«La vera mutazione non è nel gay pride. Il senso comune si modifica con la tv, in programmi dagli alti indici di ascolto, come Amici di Maria De Filippi».

Gilberto Severini guarda «Amici»?

«Vedo ragazzi preparatissimi. Li ammiro, non mi viene da dire “ai miei tempi”. Questi sono giovani professionisti, è finita l’era dei dilettanti».

Lei scrive di vivere un tempo non suo, di avere l’idea di essere di un altro millennio.

«La vecchiaia».

Tornare a Osimo, suo paese d’infanzia, ha a che fare con la vecchiaia?

«All’inizio pensavo fosse per ritrovare le abitudini di una volta: stessi bar, stessi amici. Ma non frequento bar, e soprattutto gli amici della giovinezza sono morti».

Quindi?

«La passeggiata lungo le mura di Piazza Nuova, quella mi è indispensabile. Lì incontro gli immortali».

Chi sono?

«I passeggiatori anziani in guerra contro il tempo. Procedono inarrestabili. Ormai sono rimasti in tre. Trasudano zelo e fede, qualità in disuso».

Anche lei immortale?

«La mia è una passeggiata salutista e ruminante. Loro invece sfidano l’avversario imbattibile».

Che vince comunque.

«Nell’ultimo decennio è stata tutta una sepoltura di cantanti, attori, registi, scrittori che erano il mio cielo. C’è stato un cambio degli dei. Quando cominciano a morire i cantanti della tua generazione, muore la colonna sonora della tua giovinezza».

E?

«Vivi sotto il cielo degli altri».

Com’è il cielo degli altri?

«Ancora partecipo applaudendo».

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