Dalla rassegna stampa Cronaca

«Io, gay pakistano lotto anche per Sana»

«Io, gay pakistano lotto anche per Sana»

INTERVISTA Tutti abbiamo visto gli occhi grandi e il sorriso obliquo di Sana Cheema, la ragazza italo-pakistana di 25 anni di Brescia che lavorava in un’autoscuola e che a dicembre è andata in Pakistan con la famiglia e non è più tornata. Molte ombre gravano sulla sua morte improvvisa, il giorno prima di riprendere l’aereo per l’Italia. I sospetti degli amici, fatti filtrare al Giornale di Brescia, sono che i familiari l’abbiano uccisa perché non accettava un matrimonio combinato. Il suo è diventato un caso internazionale, anche per la somiglianza con quello di Hina Saleem, anche lei pakistana bresciana, uccisa dai parenti perché cercava la sua indipendenza. Grazie alla pressione della Farnesina -Sana aveva la nazionalità italiana – le autorità pakistane stanno indagando e il padre, un fratello e uno zio sono stati arrestati.
Perchè sul caso non cali il silenzio da settimane sui social gira l’hastag #TruthForSana, #VeritàPerSana, scritto a pennarello su un foglio di carta mostrato da donne e uomini in Italia, ma anche in Pakistan e in altri paesi. A far partire la catena un altro pakistano, Wajahat Abbas Kazmi, 32 anni, arrivato con la madre e i fratelli a Brescia nel 2000 grazie al ricongiungimento familiare ottenuto dal padre. «Non sono un rifugiato, sono arrivato comodamente in aereo». Kazmi ama le sfide difficili, è un blogger e attivista di Amnesty International e dei diritti Lgbt. Fa il regista e sta lavorando al montaggio di un documentario che ha appena girato in Pakistan sulla comunità gay, “Allah Loves Equality” finanziato con il crowdfunding.

È stato pericoloso girare questo documentario?
Me lo chiedono tutti, in realtà no. Sulla carta l’omosessualità è vietata ma in pratica è tollerata. Mi interessa documentare come si può essere omosessuali e musulmani, aprire un dialogo.

Com’è nato il movimento #TruthForSana?
Abbiamo letto sui giornali italiani di Sana, in Pakistan non ne parlava nessuno e anche la comunità di Brescia taceva. In 12 anni, dal caso di Hina a quello di Sana, non c’è stato nessun progresso, resta una comunità chiusa e conservatrice.

Come mai?
Quasi tutti arrivano da una certa zona del Pakistan, il Gujrat, con una mentalità arretrata. Vengono qui per lavorare molto e poi tornare, non c’è volontà di integrazione.

Sana lavorava, era indipendente.
Una delle poche, probabilmente facevano comodo i suoi soldi, poi si sarebbe dovuta adeguare. Ma basta vedere le manifestazioni organizzate dalla comunità di Brescia dopo che quello di Sana è diventato un caso internazionale: nemmeno una donna, solo uomini.

Anche al tuo appello hanno aderito poche pakistane.
Tre o quattro.

Cosa temono?
È una comunità piccola, si conoscono tutti, il resto della famiglia è in Pakistan, temono magari ritorsioni.

A che punto è l’inchiesta?
Si aspetta il risultato dell’autopsia. Ci potrebbero volere tre mesi. Per questo bisogna tenere alta l’attenzione. Anche se ora la causa è in buone mani: sono due donne giudice che si stanno occupando del caso.

Una bella contraddizione.
Eh sì. In Pakistan cambia tutto da zona a zona.
PAOLA RIZZI

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