Dalla rassegna stampa Amministrazioni

SE CADE IL MURO TRA FAMIGLIE GAY ED ETERO

SE CADE IL MURO TRA FAMIGLIE GAY ED ETERO

Maria Novella De Luca

Eguaglianza piena. È questa la rivoluzione di Niccolò Pietro, così piccolo e già così famoso.
Il cui atto di nascita segna per l’Italia un traguardo fino a ieri impensabile sulla strada dei diritti civili, ma in particolare dei diritti dei bambini. La sua iscrizione all’anagrafe di Torino come figlio di due mamme, senza sentenze di tribunali o pratiche di adozione, dimostra che è possibile nel nostro paese tutelare i più piccoli “comunque siano venuti al mondo”. Buttando giù la discriminazione (odiosa) tra figli di serie A, nati da coppie eterosessuali, e figli di serie B, nati da coppie omosessuali. Arrivando quindi a quell’eguaglianza piena tra bambini da sempre obiettivo delle Famiglie Arcobaleno e dei movimenti Lgbt. Un’eguaglianza di vite, storie e amori che la società ha già da tempo acquisito.
Antidoto, si spera, a movimenti antistorici, che provano a rimettere in discussione leggi come la 194 ma anche le stesse unioni civili.
La decisione della sindaca Chiara Appendino, favorita dal coraggio politico delle due mamme di Niccolò, Chiara e Micaela, segna davvero la caduta di una diga ideologica e burocratica. Su più fronti. Che abbracciano i diritti delle famiglie gay ma “smascherano” anche alcune radicatissime ipocrisie della macchina-Stato. L’iscrizione di Niccolò Pietro all’anagrafe di Torino afferma che per dare due genitori a un bimbo nato da una coppia gay, non c’è più, necessariamente, bisogno di chiedere una stepchild adoption.
Se un Comune (virtuoso) decide di registrare il neonato, può farlo, in piena legittimità. Fino ad oggi, invece, il genitore non biologico per diventare effettivamente “genitore” poteva unicamente chiedere l’adozione del figlio del partner. Come se dietro quella culla non ci fosse stato un progetto d’amore comune. E quindi servizi sociali, giudici, perizie, molte sentenze positive, ma anche tante negative.
Adesso le cose possono cambiare, pur nella discrezionalità dei comuni. Così le trascrizioni in Italia dei certificati di nascita di bimbi nati all’estero da coppie gay, oggi ottenute in gran parte grazie ai tribunali, potrebbero diventare sulla scia di Torino ciò che devono essere: atti formali e non battaglie.
Ma la rivoluzione di Niccolò Pietro ha svelato un aspetto grottesco della nostra burocrazia, eredità di un concetto di “famiglia naturale” che negli atti pubblici sembra resistere a ogni cambiamento. In Italia, hanno svelato Chiara e Micaela, è impossibile dichiarare che un bimbo è venuto al mondo grazie a una fecondazione eterologa. Perché l’ufficiale di anagrafe traduce quel concetto nella formula, “nato da unione naturale con un uomo”. Dunque in questi anni centinaia di donne single, di coppie gay ed etero sono state, di fatto, obbligate a mentire, come se le tecniche di Pma non esistessero, e così l’infinito esercito di bimbi nati in provetta.
Un po’ triste, un po’ assurdo. La scelta di Torino racconta invece che “è l’amore che crea una famiglia”, rubando le parole alle Famiglie Arcobaleno. Burocrazia a parte.

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Svolta all’anagrafe

“Niccolò, figlio di due madri” Torino lo registra: prima volta

Mai successo per un bambino nato in Italia. Appendino: “Scritto un pezzo di storia” La destra si mobilita: “Il ministro annulli tutto”. Salvini: “Adulti egoisti, provo tristezza”

jacopo ricca,
torino
Per i genitori è sempre stato così, ma ora c’è scritto anche sui registri dell’anagrafe. I bambini nati da coppie omosessuali che hanno utilizzato la procreazione assistita sono figli di entrambi. Possono avere cioè due padri o due madri non solo a casa, ma anche nell’atto di nascita. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, aveva annunciato che « avrebbe forzato la mano » e ieri mattina si è messa di suo pugno, e in qualità di ufficiale di Stato Civile, a scrivere gli atti con cui si riconosce quello « a livello di legislazione, l’Italia non è ancora pronta a fare » . Il sindaco di Napoli De Magistris rivendica la primogenitura, ma questa è la prima volta in Italia in cui un bambino, Niccolò Pietro, nato nel nostro Paese da due donne che hanno utilizzato la procreazione assistita all’estero, è registrato come figlio di entrambe senza un atto del giudice. «Oggi è una di quelle giornate per cui vale davvero la pena fare politica — dice Appendino — abbiamo scritto un pezzo di storia».
Appendino, dopo mesi di analisi e confronti con l’Anci, ma soprattutto dopo le polemiche per il rifiuto dei funzionari di iscrivere il figlio della consigliera comunale del Pd, Chiara Foglietta, e della sua compagna Micaela Ghisleni, si è assunta la responsabilità politica di fare qualcosa che la legge non prevede, ma nemmeno vieta. Con loro sono stati trascritti anche gli atti di nascita di due gemelli, nati in Canada, e figli biologici di una coppia di omosessuali torinesi che erano dovuti ricorrere a un utero in affitto. Assieme a loro un’altra coppia lesbica che in un primo momento era stata costretta a registrare il bambino come figlio di una sola.
Appendino ha utilizzato un espediente burocratico, scrivendo una annotazione che si accompagna all’atto di nascita e che è a tutti gli effetti valido, almeno fino a che qualcuno non impugnerà il provvedimento: «Il vuoto normativo su come gestire la registrazione alla nascita dei figli nati da procreazione assistita non riguarda solo chi nasce da coppie omosessuali — spiega l’avvocato Alexander Schuster — Appendino ha fatto una scelta diversa e noi siamo con lei in questa battaglia». La decisione della sindaca è tutta politica. A suggellarlo la presenza di altri due assessori, quella all’Anagrafe, Paola Pisano, e quello alle Famiglie, Marco Giusta. L’atto potrebbe essere impugnato davanti a un giudice, e anche per questo la sindaca ha deciso di farlo in prima persona. Ora e in futuro evitando che i suoi funzionari siano in difficoltà: «I pm sono soggetti preposti ad impugnarlo — aggiunge Schuster — Non ci preoccupa, anzi pensiamo che un passaggio davanti ai giudici possa essere la certificazione definitiva della validità di questa scelta». Tra i 5stelle e a sinistra tutti plaudono la decisione di Appendino. Ivan Scalfarotto, parlamentare del Pd, parla di « scelta giusta e atto coraggioso » , e anche l’assessora alle Pari Opportunità del Piemonte, Monica Cerutti, è con la sindaca: «Spero che anche i 5stelle la pensino come lei » . I sindaci per bocca del presidente dell’Anci, Antonio Decaro, difendono Appendino: « Ha avuto il coraggio di imporre all’attenzione un tema che deve essere affrontato — dice il sindaco di Bari — come sindaci siamo costretti a correre ai ripari » . A destra invece, da Forza Italia al Popolo della Famiglia, tutti parlano di «atto contro la legge», la deputata di Fdi Augusta Montaruli chiede al ministero di « annullare tutto » e il leader della Lega, Matteo Salvini dice di provare « un profonda tristezza per l’egoismo degli adulti: uteri in affitto e bambini in vendita non sono il futuro». E aggiunge: «Difenderò sempre il diritto di ogni bambino che nasce ad avere una mamma donna e un papà uomo » . Parole lontane da quelle pronunciate da Appendino, quasi a marcare una differenza tra Lega e grillini nei giorni della trattativa per il governo: «L’amore di una famiglia — dice — è un diritto che va oltre a qualsiasi categoria o definizione socialmente imposta».

La festa dopo la firma dell’atto
Chiara Appendino, sindaca di Torino, tra Micaela Ghisleni (a sinistra) e Chiara Foglietta. In braccio a Ghisleni, il piccolo Niccolò Pietro, registrato ieri all’anagrafe come figlio di due madri (in alto a destra, la coppia davanti al Comune). Foglietta è consigliera comunale del Pd

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Chiara Foglietta “Sindaca coraggio ora il nostro bimbo ha tutti i diritti”

DIEGO LONGHIN,

TORINO
«Perché Niccolò Pietro avrebbe dovuto essere registrato come figlio di padre ignoto se ha i genitori?
Perché avrei dovuto commettere un falso, negando a lui i diritti e alla mia compagna le responsabilità?
Micaela in Danimarca ha firmato un consenso genitoriale prima dell’inseminazione». Chiara Foglietta è la madre naturale di Niccolò Pietro, il primo bimbo italiano con due mamme iscritto all’anagrafe di Torino non in virtù di una sentenza di un giudice, ma per loro richiesta e decisione della sindaca.
Quando ha deciso con la sua compagna Micaela Ghisleni di avere un figlio?
«Stiamo insieme da 2 anni e mezzo.
Ci siamo conosciute a Torino durante una della manifestazioni “Sveglia Italia” sulle Unioni Civili.
Era l’inizio del 2016. Niccolò ha iniziato a essere un nostro pensiero un anno dopo, all’inizio del 2017».
A chi vi siete rivolte per la procreazione medicalmente assistita?
«Siamo andate in Danimarca. E ho avuto fortuna. Il primo tentativo a fine luglio è andato a buon fine».
È stato complesso e costoso?
«Non è una passeggiata di salute.
Quando desideri un figlio come lo desideravamo noi non badi a spese.
Comunque è un costo affrontabile».
Cosa ha provato a firmare l’atto di nascita insieme alla sua compagna?
«Una grande gioia. Siamo riusciti ad aprire una piccola breccia in un grande muro. Non è una battaglia solo nostra, ma di tutti quei bambini che vengono pensati dalle coppie omosessuali o dalle madri single che sono obbligate ad andare all’estero per avere un figlio. Anche per loro vale la regola del falso in atto pubblico, della dichiarazione del padre ignoto».
Lei è consigliera comunale del Pd, in questi mesi ne aveva parlato con Appendino?
«No. Il 10 gennaio avevamo richiesto il riconoscimento del nascituro con madre e co-madre e presunta data di nascita. Abbiamo incassato due no, uno verbale, l’altro scritto. Ci siamo rivolti al nostro legale Alexander Schuster».
Dopo che è nato Niccolò, altri
due no, uno verbale e l’altro per scritto. Che cosa è cambiato?
«Da una parte mi ostinavo a non voler dichiarare il falso, mentre il coordinatore di Torino Pride Battaglia lavorava ai fianchi in Comune sia sul caso di Niccolò, sia sugli altri genitori. La formula alla fine si è trovata».
Deve ringraziare Appendino, sua avversaria politica, se ha raggiunto l’obiettivo?
«Ha dimostrato sempre sensibilità, anche quando era consigliera comunale di opposizione. Spero, durante la firma, di essere riuscita a dimostrargli che penso abbia fatto un grande atto e abbia avuto coraggio».
Ha letto i commenti di chi dice che siete contro natura?
«Si, ma mi scivolano via».
Cosa racconterete a Niccolò di questi giorni?
«Racconteremo tutto, non nasconderemo mai nulla. Per lui inizia una vita serena e protetta. Lui ha tutti i diritti e noi tutti i doveri».
Siete un simbolo?
«Non un simbolo, ma un esempio per tutti quei genitori che lotteranno per non dichiarare il falso e essere riconosciuti. Noi questo diritto lo difenderemo in tutti i modi».

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Quelle coppie costrette dalla legge a dichiarare il falso

• Che documenti sono stati redatti ieri all’anagrafe di Torino?
Negli uffici del Comune si sono presentate tre coppie omogenitoriali, due di donne e una di uomini. Per due di loro è stata fatta la trascrizione degli atti di nascita dei loro figli partoriti all’estero e perciò già registrati. Nel caso delle signore Foglietta e Ghisleni è stato invece registrato ex novo l’atto di nascita del loro figlio.

• In che cosa questi documenti sono diversi dalle usuali procedure di iscrizione all’anagrafe dei nuovi nati?

La legge italiana disciplina la trascrizione di atti di nascita registrati all’estero e non è la prima volta che un Comune italiano, pur se in seguito il prefetto si è opposto, come accadde a Napoli nel 2016, provvede a trascrivere documenti rilasciati all’estero.
Nel caso di Niccolò Pietro, invece, è stato emesso un atto di nascita sul quale risultano i nomi delle due mamme, superando la necessità di indicare che il bambino è nato da un’unione naturale.
Perché le due madri avevano rifiutato, lo scorso 16 aprile, di registrare il loro figlio per «non dichiarare il falso»?
«Le madri — spiega Alexander Schuster, legale della coppia — volevano rilasciare la dichiarazione — da parte della sola Chiara — che il figlio è stato concepito a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo, come peraltro indicato in tutta la cartella clinica. Ma l’anagrafe usa le formule previste dal ministero nel 2002. Queste ignorano completamente la riproduzione assistita, anche in contesti di coppie di sesso diverso, o donne senza partner, e obbligano a dichiarare che la nascita deriva da «un’unione naturale (cioè dal rapporto sessuale) con un uomo», di cui si può non fare il nome, ma che si garantisce non essere né parente né nei gradi di parentela vietati dall’ordinamento italiano».
L’obbligo a dichiarare la nascita da unione naturale è un problema soltanto per coppie omosessuali?
No, anche le coppie etero che ricorrono alla fecondazione assistita, come previsto in Italia, sono di fatto obbligate a dichiarare il falso.
Perché è importante che sull’atto di nascita sia specificato che non c’è stata un’unione naturale?
Secondo l’avvocato Schuster serve «a tutela del bambino, in caso di contestazioni sul consenso all’uso del seme nella fecondazione eterologa, o quando ci sono stati errori nel percorso di fecondazione assistita».
Quanto fatto dal Comune di Torino offre un’alternativa all’adozione coparentale?
La registrazione è possibile soltanto nel caso di coppie omogenitoriali femminili, che così non hanno più bisogno che una delle due adotti il figlio partorito dall’altra. Per i padri non può esserci registrazione ma soltanto trascrizione in seguito a nascite avvenute all’estero, poiché in Italia non è legale la gestazione per altri.
– Cristina Nadotti

da la Repubblica Torino

Figlio di due mamme Il prefetto temporeggia “Aspetto note ufficiali”
Coro di “ sì” alla scelta della sindaca di registrare i bimbi all’anagrafe Montaruli (Fdi) attacca: “Chiederò al ministero di annullare tutto”

diego longhin

Il prefetto Renato Saccone per ora tace. Nel giorno in cui la sindaca Chiara Appendino ha registrato all’anagrafe i figli con due mamme e due papà, la Prefettura di Torino non interviene sulla questione. In piazza Castello si prende tempo per esaminare il problema e soprattutto per capire se arriverà un invito dal ministero dell’Interno a verificare la “forzatura” fatta dalla prima cittadina per garantire ai nuovi torinesi due genitori.
Forzatura figlia di un vuoto normativo che ha permesso a Appendino di essere la prima sindaca in Italia a iscrivere per la prima volta due mamme per uno stesso figlio. Nella sede della prefettura in piazza Castello sono in « attesa di ricevere notizie ufficiali dal Comune di Torino» e non è chiaro se prima di ieri ci siano stati dei confronti informali con Palazzo Civico.
Verso gli uffici del prefetto guardano anche tutte le forze politiche che non vedono di buon occhio l’atto della sindaca, come Fratelli d’Italia. La parlamentare Augusta Montaruli presenterà un’interrogazione e chiederà l’intervento del ministero: « Sarebbe un atto da impugnare — dice — ma non me la sento di farlo. Chiederò invece al ministro di inviare i viceprefetti per verificare gli atti ed eventualmente annullarli, così come fece Alfano quando l’ex sindaco di Roma Marino celebrò le nozze gay poi annullate » . Anche da Forza Italia parole critiche, le più dure dal parlamentare Lucio Malan: « La legge va rispettata, anche se si appartiene al partito di Grillo e Casaleggio » . Il leader della Lega Matteo Salvini parla di «profonda tristezza per l’egoismo degli adulti: uteri in affitto e bambini in vendita non sono il futuro » . Critiche anche dal Popolo della Famiglia e dai leader del Family Day.
Dagli altri partiti è stata espressa soddisfazione, un coro di sì per la scelta del Comune e della sindaca Appendino che dopo la sigla dell’atto ha definito il momento come «storico» per il Paese. La prima cittadina ha l’appoggio del presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio De Caro. Anche l’assessora alle Pari Opportunità della Regione, Monica Cerutti, è soddisfatta e spera che la scelta possa far scuola tra i grillini. «Bene Appendino sui diritti civili, auspico che le sue posizioni trovino riscontro nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle. Altrimenti non possiamo parlare di una linea politica, ma di una scelta personale della sindaca, seppur lodevolissima » , sottolinea Cerutti.
Tra i messaggi di benvenuto al piccolo Niccolò Pietro, figlio della consigliera Chiara Foglietta e di Micaela Ghisleni, c’è quello di Nino Boeti, presidente del conciglio regionale: « Benvenuto Niccolò Pietro, il mondo nel quale vivrai sarà un mondo con più diritti».
La scelta di Appendino non tradisce la storia di Torino sul fronte dei diritti. «Un gesto di libertà e di gioia», per l’assessore alle Pari Opportunità, Marco Giusta. A questi bambini è stato riconosciuto « il diritto ad avere una famiglia». Esultano le associazione gay e Torino Pride. Una tradizione che parte con il primo matrimonio gay “ illegale” è stato celebrato dall’ex sindaco Sergio Chiamparino, ora presidente della Regione. Nozze celebrate fuori da Palazzo Civico, ma dal forte valore simbolico. Un modo per far pressing per arrivare ad una legge sulle Unioni Civili. Era il 2010, la legge Cirinnà verrà approvata a metà 2016. Torino sempre sul fronte dei diritti arriva tra le prime: con una procedura di urgenza, causa la situazione di salute precaria di uno dei due, la sindaca Appendino celebra il «sì» di Franco e Gianni. Ora l’ultimo atto: la prima iscrizione di un figlio con due mamme.

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Genitori dello stesso sesso

Niccolò, Sebastian e gli altri bimbi ecco le storie delle nuove famiglie

JACOPO RICCA

Ci sono anche i nomi di Gabriel e Sebastian, gemelli nati in Canada da genitori torinesi, e Giorgio, nato a Torino da una mamma francese e una italiana, nel registro dell’anagrafe di Torino. Le loro storie, insieme a quelle dei loro genitori, Piero e Francesco, e Maria e Anna, si affiancano a quelle di Niccolò Pietro, Chiara e Micaela e raccontano una battaglia dove la comunità omosessuale piemontese ha trovato nella sindaca Appendino un’alleata. Ieri, alla delusione dei mesi scorsi quando si erano sentiti dire no dai funzionari comunali è subentrata la soddisfazione di vedere la prima cittadina scrivere di suo pugno gli atti dove i bambini sono riconosciuti come figli di due madri o due padri.
Insomma alle preoccupazioni dei mesi scorsi è subentrata la soddisfazione di aver vinto una battaglia: «I nostri bambini sono figli dell’amore», dicevano Piero e Francesco.
Loro due, 35 e 33 anni, sono andati in Canada per poter averlo questo figlio. Il loro amore è nato 14 anni fa e dopo l’unione civile hanno scelto di avere un bambino e nel 2016 sono partiti per il Paese nordamericano dove la “gestazione per altri” è legale. A fine anno Gabriel e Sebastian sono nati in Canada e sono figli biologici di entrambi i padri. La madre invece è una trentenne canadese: «Con questa donna straordinaria siamo sempre in contatto ed è venuta anche in Italia per il compleanno dei bambini. Non vuole essere considerata la loro madre, ma si è creato un rapporto incredibile tra di noi».
Tutte queste famiglie hanno fatto le loro battaglie per arrivare a questo risultato, chi in primo piano come Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni, chi mettendo davanti la storia prima dei noi, ma con l’assistenza di un avvocato, Michele Giarratano, come nel caso di Piero e Francesco, o chi, come Maria e Anna, restando nell’ombra: «Hanno chiesto l’anonimato e per questo anche ieri non c’erano» racconta il loro avvocato, Alexander Schuster, lo stesso che assiste Foglietta e Ghisleni. I bimbi figli delle due coppie lesbiche sono entrambi nati a Torino, Niccolò Pietro, 15 giorni fa al Sant’Anna; qualche mese prima invece è venuto al mondo Giorgio, nato al Maria Vittoria. Il primo è stato iscritto ieri come figlio di entrambe le sue madri, mentre il secondo è rimasto per qualche mese sullo stato civile del comune di Torino come figlio di una sola delle due.
Piero e Francesco quando ieri all’ora di pranzo sono usciti da Palazzo Civico non avevano con loro i loro gemelli e alla selva dei flash hanno preferito lasciare le loro compagne di battaglia, Chiara e Micaela. «Non vogliamo che sia gettato fango sulla gestazione per altri e per questo preferiamo tenere i toni bassi» dicono Piero e Francesco. «Noi ci eravamo fatti problemi molto più grandi — avevano raccontato un’intervista a Repubblica — Avevamo il sogno di una famiglia ma ci preoccupavamo del fatto che questa società non fosse pronta ad accogliere figli di famiglie omogenitoriali. E avevamo visto con inquietudine i servizi sulle donne costrette dalla povertà a portare avanti gestazioni per chi non poteva avere figli». Anche Maria e Anna erano rimaste colpite dalle difficoltà: «Sono cittadina francese e là non avremmo nessun problema a far fare il riconoscimento. Se fosse arrivata questa soluzione — ha confessato una di loro — saremmo andate in Francia per l’iscrizione di nostro figlio».

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Asilo gender, l’idea piace al Comune “Avviati 15 progetti”

L’assessora Patti: “Da tempo i servizi educativi della città lavorano contro discriminazioni e stereotipi” Ricca, Lega: “Vergognoso”
«L’asilo gender? Un progetto che ci trova d’accordo». Parola dell’assessore alla Scuola Federica Patti che in Sala Rossa ha risposto all’interpellanza del capogruppo della Lega, Fabrizio Ricca. Il leader del Carroccio in Consiglio Comunale si è scagliato da subito contro il progetto dell’asilo senza differenze di genere che l’Università dovrebbe realizzare in un ex commissariato di polizia in corso Farini. Per trovare spazi idonei l’Università potrebbe anche chiedere la collaborazione del Comune di Torino, anche se un primo progetto del complesso, che sarà aperto ai figli dei dipendenti dell’ateneo, prevede di usare un ex commissariato della polizia in corso Farini a due passi dal Campus Luigi Einaudi.
« Da 15 anni i servizi educativi della città e Iter sono attenti alle differenze e lavorano contro discriminazioni e stereotipi», sottolinea l’assessore Patti. Si tratta di un progetto dell’ateneo torinese guidato da Gianmaria Ajani su cui al momento non c’è un coinvolgimento diretto del Comune ma che incassa l’apprezzamento della titolare di Servizi Educativi. L’assessore Patti ha ricordato « i diversi progetti che la Città porta avanti nelle sue scuole». Progetti, almeno una quindicina, che sono stati elencati, uno dopo l’altro, in aula « sperando di non scioccare il consigliere Ricca».
La risposta non è piaciuta all’esponente leghista che parla di «un vero lavaggio del cervello per annullare fin da piccoli le differenze sessuali maschio femmina e una imposizione dell’amministrazione a cui ci opporremo » . Il capogruppo della Lega attacca il Comune: « Scopriamo oggi per bocca del l’assessora che il progetto di un asilo gender non è solo prerogativa dell’Università, ma che si tratta di un programma didattico già seguito in tutti gli asili pubblici torinesi, visti i progetti elencati dall’assessora. Progetti del quale la giunta è fermamente convinta tanto da voler continuare in questa direzione. È vergognoso come vogliano approfittare della tenera età dei bimbi per inculcare le loro teorie».
L’asilo gender prevede grembiulini uguali per tutti, così come le regole educative. Nessuna distinzione quindi tra maschi e femmine. La struttura si rifà ai modelli proposti nei Paesi europei del Nord: sarà un servizio utile ai dipendenti e agli studenti con figli e saranno impiegati anche i tirocinanti di Scienze della Formazione.
– d. lon.

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L’università

Sold out all’ateneo il corso sulla storia dell’omosessualità

Oltre trecento partecipanti alla prima lezione alla cui presentazione intervengono anche attivisti storici della comunità Lgbt torinese
La scelta di riconoscere come figli di entrambi i genitori i bambini delle coppie omogenitoriali irrompe anche all’Università, dove ieri a Palazzo Nuovo è iniziato il nuovo corso in “Storia dell’Omosessualità”. « Abbiamo fatto una scelta importante per favorire l’uguaglianza, forzando la mano. Il tema dei diritti deve passare anche attraverso la conoscenza e il fatto che oggi inizi proprio questo corso è un altro motivo di orgoglio cittadino » annuncia l’assessora alla Cultura della Città, Francesca Leon.
Il corso è un successo ancora prima di iniziare, più di 300 iscritti e l’aula 9 di Palazzo Nuovo non basta ad ospitare tutti così la professoressa Maya De Leo è costretta subito a trasferire tutti, studenti e autorità venute ad assistere a questa prima lezione, in una delle più capienti aule al piano terra. A questo evento che, nell’auspicio del rettore Gianmaria Ajani quando lo presentò, dovrà « diventare una prassi che contagia anche altri atenei », sono venuti in tanti. Ci sono assessori, oltre a Leon anche quello ai Diritti, Marco Giusta, e attivisti storici della comunità Lgbt torinese, come Angelo Pezzana, tra i fondatori del Fuori, il collettivo cui ora è dedicato anche un premio letterario.
La professoressa, che ha preparato 18 lezioni da due ore ciascuna, illustra il suo programma: «Sarà un corso fedele ai testi e alle fonti. È dagli anni Ottanta che si è sviluppata una storiografia sul tema e noi sfrutteremo anche quanto è stato elaborato in questi decenni di studi – spiega De Leo Proporremo una storia culturale dell’omosessualità che ne ricostruisce le trasformazioni in età contemporanea tra Europa e Stati Uniti».
Il corso è stato inserito nella laurea triennale del Dams, ma sarà aperto a tutti gli studenti dei dipartimenti umanistici che potranno inserirlo tra i crediti liberi: « Vogliamo che questo sia un corso di costruzione di conoscenza storica – aggiunge Giulia Carluccio, presidente del corso di laurea Dams Per selezionare la docente è stato bandito un concorso nel settore degli studi storici e il curriculum che ci è sembrato più adatto è risultato essere quello della professoressa De Leo». – j,r

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Battaglia, leader Torino Pride “ La lotta per i diritti non finisce con queste carte d’identità”

SARA STRIPPOLI

«Ci pensavamo da tempo, ritenevamo fosse arrivato il momento di riflettere sull’acquisizione di un diritto fondamentale come questo».
Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride, riconosce il successo di oggi per il movimento Lgbt ma non pensa che la lotta per i diritti possa concludersi con la nuova carta d’identità del piccolo Niccolò Pietro.
Battaglia, senza dubbio una vittoria. Di chi?
«Un grazie a Chiara Appendino, ma è una vittoria di tutti, soprattutto di una città che ha reagito rapidamente e che di fronte a situazioni concrete, a storie reali di persone che ci sono anche vicine, ha saputo lanciare un segnale di grande modernità. Non posssiamo che essere felici che sia Torino a farlo. A Milano la registrazione era stata sbloccata da una sentenza del Tribunale. A Torino l’iniziativa è attiva, la proposta arriva dalla Città e direttamente dalla sua sindaca».
Il percorso non finisce qui?
«No, questa la considero una vittoria, ma per il momento ancora parziale. Fino a quando non ci sarà la legge non possiamo fermarci nella richiesta di riconoscimento di diritti. Il vuoto normativo c’è e finchè non sarà colmato non potremmo pensare che la lotta per la modernità sia finita qui.
Ma perlomeno, con l’atto di ieri abbiamo evitato di essere costretti a ipocrisie come dichiarare che il padre è ignoto. Dover continuare a mentire sarebbe davvero paradossale».
Pensate che la registrazione di ieri possa essere bloccata?
«Non bloccata, potrebbe essere anullata, ma sinceramente non penso che possa accadere».
Perché ha questa convinzione?
«Non è una convinzione, è piuttosto una sensazione.
Credo che il clima generale nel nostro Paese su questi temi sia finalmente cambiato e si possa immaginare che non si voglia costringere le amministrazioni a fare dei passi indietro».
Quando avete cominciato a pensare che i tempi fossero maturi per una forzatura in presenza di un vuoto normativo?
«Un mese fa c’è stato il caso dei due padri che avevano avuto la trascrizione in Canada e che si sono visti negare il riconoscimento all’anagrafe di Torino. Ma il tema lo stavamo discutendo da mesi prima, parliamo di un nodo importante nella vita delle famiglie Arcobaleno. Quando si è presentato il caso dei due gemelli ne abbiamo subito parlato con l’assessore Alessandro Giusta, eravamo convinti che si potesse trovare una soluzione. Abbiamo chiesto un incontro alla sindaca Appendino e con lei ne abbiamo discusso. L’unica strada è che fosse lei ad assumere la responsabilità della registrazione. Non si poteva certo far ricadere il peso sugli operatori degli sportelli o sui funzionari. Bisognava fare un atto di coraggio».
Dopo il caso dei due padri sarebbe arrivato il caso Foglietta e il pressing sarebbe ripartito, non è così?
«È così, la pancia di Chiara cresceva e tutti erano consapevoli, i nove mesi sarebbero scaduti presto, si trattava di capire se fare una scelta politica perché anche Chiara Foglietta e la sua compagna avrebbero preteso una posizione netta. Ci siamo incontrati con la sindaca , abbiamo deciso che valesse la pena seguire questa strada».
La storia di Chiara Foglietta e Micaela e il caso dei due padri del Canada.
Due casi così diversi?
«Le differenze sono in realtà sostanziali. Perché nel caso dei due gemelli la registrazione era stata fatta in un altro Paese, in Canada, e si trattava di trascriverlo in Italia. In questa storia tutto avviene in Italia e si dovev a dare una risposta soltanto sulla base della legge italiana».

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