Dalla rassegna stampa Amministrazioni

Il primo bambino all’anagrafe registrato con due mamme

Il primo bambino all’anagrafe registrato con due mamme

Andrea Nicastro

Torino, Chiara e Micaela: non volevamo mentire, siamo entrambe genitori

TORINO Ora è troppo impegnato a dormire tra una poppata e l’altra, ma un giorno bisognerà pure raccontarlo al piccolo Niccolò Pietro. Di sicuro prima che impari a leggere e incappi per caso in qualche atto di convegno, sentenza, manifestazione che parlerà di lui. Bisognerà spiegargli le cose con naturalezza. Impresa difficile visto che nei suoi primi 10 giorni di vita Niccolò è piombato in un intrico legal-religioso-etico che fino a pochi anni fa sarebbe stato inimmaginabile. Difficile, visto che alle 11.05 di ieri, con un tratto di penna sui vecchi moduli di registrazione anagrafica dei neonati, la sindaco di Torino Chiara Appendino ha, sono parole sue, «messo in pratica una soluzione che consentirà a tutte le coppie dello stesso sesso con figli di essere riconosciute come famiglie».

Nato il 13 aprile all’ospedale Sant’Anna di Torino, Niccolò è diventato il bimbo numero uno in Italia ad essere registrato come figlio di due mamme. Le due donne l’hanno tanto voluto da essere andate in Danimarca per sottoporre la più giovane tra loro all’inseminazione eterologa. Il record di Niccolò rischia di saltare se qualche magistrato farà ricorso. Ma, anche se fosse, il poppante è già una star nel mondo gay e di quello della procreazione assistita.

Il piccolo è stato concepito con un seme di donatore ignoto. Per le regole danesi, prima del trattamento entrambe le aspiranti mamme hanno dovuto firmare un impegno insolubile di «piena responsabilità genitoriale».

Lei è Chiara Foglietta, consigliere comunale del Pd a Torino. L’altra lei è Micaela Ghisleni, professoressa di bioetica al Politecnico torinese. Capelli ricci una, lisci l’altra, entrambe poco trucco, camicie asciutte, orecchini e girocollo di perle che possono scambiarsi ogni mattina.

La casa è felicemente sottosopra, invasa dai nonni che orbitano attorno alla culla e dai giornalisti. La mamma politica passa da una intervista all’altra. La mamma filosofa dirige il traffico e chiede silenzio per il riposino del celebre bebè.

Arriva anche «zia Monica», la senatrice Cirinnà, Pd, prima firmataria della Legge sulle unioni civili e paladina nazionale dei diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali.

Senatrice, è scocciata che la prima iscrizione anagrafica di un bambino come Niccolò sia stata concessa da una sindaca Cinque Stelle? «Macchè – sorride obliqua la “zia” -. Lo considero come un parziale risarcimento al loro mancato voto per le unioni civili del 2016».

Alle due mamme quella legge (passata poi con la fiducia) non è ancora servita. «Non siamo sposate — spiega la mamma bioeticista — né in Italia né all’estero. L’impegno solenne l’abbiamo preso con il bimbo. In Danimarca il “consenso informato alla procreazione assistita” ci obbliga entrambe e in misura uguale nei confronti del figlio. In fondo è un atto più meditato di molti rapporti sessuali tradizionali».

«Ci siamo conosciute nel 2016 a una manifestazione gay qui a Torino. Potevamo fare come altre coppie etero e omo che registrano la nascita all’estero e poi chiedono la trascrizione in Italia, ma qualcuno doveva pur cominciare», è la mamma politica a parlare. «Per la legge danese siamo entrambe genitori e all’Anagrafe non volevamo mentire. Come consigliere comunale, avrei commesso un falso ideologico in atto pubblico. Così alla domanda “chi è la mamma?” abbiamo risposto “noi”».

Niccolò reclama il latte.

«La registrazione potrà essere impugnata, ma siamo pronte a rispondere con l’avvocato. Chiediamo solo la parità tra omo e eterosessuali».

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Cosa dice la legge La possibilità per due papà

Alessandra Arachi

1 È prevista dalla legge la registrazione all’anagrafe dell’atto di nascita di un bambino con due mamme?

Non esiste in Italia una legge che disciplina la possibilità di registrare un bambino con due genitori dello stesso sesso.

2 Com’è stata possibile la registrazione del bambino a Torino?

È la prima in Italia, fino a ora c’erano state solo trascrizioni di bambini concepiti all’estero. Prima di tutto perché si parte dal presupposto che non esiste una legge che lo vieta espressamente — spiega Antonio Rotelli legale della Rete Lenford — ma soprattutto perché esistono varie sentenze della Cassazione e anche una della Corte costituzionale che hanno riconosciuto la genitorialità elettiva accanto a quella genetica.

3 Quali le sentenze e i precedenti in materia?

Nella sentenza del 2014 sulla legge 40 la Corte costituzionale ha dichiarato possibile la fecondazione eterologa e si è espressa — appunto — sulla genitorialità elettiva. Nel 2016 anche una sentenza della Corte di cassazione ha ribadito il concetto di genitorialità elettiva affrontando il caso di due donne che si erano scambiate un ovulo per mettere al mondo un figlio. Ma poi c’è un’altra sentenza che nasce proprio dal comune di Torino che nel 2013 si era rifiutato di trascrivere un atto di nascita di un bimbo con due mamme, contraddetto dalla Corte d’appello e in ultimo proprio dalla Cassazione.

4 Come mai la sindaca Chiara Appendino ha dichiarato che per registrare quell’atto di nascita ha fatto una forzatura alla legge?

In realtà non esiste una legge organica in materia che regoli questioni così delicate. Non è stata fatta una forzatura alla legge, bensì una forzatura amministrativa.

5 Come si è operato in concreto?

Al momento della registrazione di un atto di nascita ci sono i formulari ministeriali che vanno compilati. Il problema è che sono vecchi di sedici anni, l’ultimo è stato stampato nel 2002. In quel formulario è scritto espressamente che i genitori che si devono registrare devono essere mamma e papà, di due sessi diversi.

6 Con quali modalità si è risolto il caso?

L’empasse è stato superato con la correzione di un modulo.

7 È possibile registrare all’anagrafe anche un bambino con due papà?

Non è escluso che sia possibile e che sia già successo da qualche parte. L’evolversi della prassi in materia è rapido.

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Corriere Milano

Da 40 anni capitale dei diritti civili

di Giovanni Minerba

All’Università di Torino, al Dams, è stato inaugurato il Corso di Storia dell’omosessualità; in Comune la sindaca Chiara Appendino ieri mattina ha trascritto nel registro dello Stato civile dell’anagrafe gli atti di nascita dei figli di tre coppie omogenitoriali. Fra questi Niccolò Pietro: primo bambino nato in Italia da due mamme a poter risultare fin dalla nascita come figlio di due madri, Chiara Foglietta con l’impegno giuridico della compagna Micaela Ghisleni. Svolta epocale per l’Italia perché mai un primo cittadino aveva fatto questa scelta senza la disposizione di un tribunale.

Si potrebbe pensare al 23 aprile come una Stonewall italiana?

Parlando di diritti specifici sulla questione omogenitoriale, all’interno del programma del Festival sono stati visti tre bellissimi film, A Graçae a Gloria di Flavio R.Tambellini, che era nella sezione «Cinque pezzi facili» da me curata, As Boas Maneiras, di Arri Alexa, in concorso e Venus di Eisha Marjara incluso nel focus diritti del coordinamento Torino Pride.

Credo, a questo punto, che ci sia motivo di festeggiare e, per farlo mi piacerebbe che ci vedessimo tutte e tutti insieme, oggi alla serata conclusiva di Lovers, con Valeria Golino e Nina Zilli nostre gradite ospiti.

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L’ANAGRAFE COMUNALE HA ISCRITTO IL FIGLIO DELLE DUE DONNE, È LA PRIMA VOLTA IN ITALIALACRIME DOPO LE FIRME, LA SINDACA APPENDINO: «COSÌ VALE LA PENA FAR POLITICA»

Le due mamme di Niccolò «Abbiamo fatto la storia»

Gabriele Guccione

«Oggi piangiamo di gioia per la seconda volta da quando sei venuto al mondo, Niccolò». Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni si rivolgono direttamente al loro piccolo. Come se volessero appuntare nell’album dei ricordi un momento che diventerà indimenticabile anche per lui, che ieri mattina nella Sala delle Colonne di Palazzo Civico non poteva mancare.

Quella di ieri, in effetti, è stata una giornata memorabile. E non solo per il piccolo Niccolò Pietro, che adesso ha due mamme anche per l’anagrafe della città di Torino. Ma per tutte le coppie gay che hanno deciso attraverso la maternità surrogata — come i due papà che hanno avuto due gemellini in Canada — oppure attraverso la procreazione medicalmente assistita, come la consigliera comunale del Pd, Chiara Foglietta e la sua compagna o un’altra coppia di donne, di mettere al mondo un figlio.

La sindaca Chiara Appendino non ha scritto soltanto asettiche formule burocratiche, ma ha quello che lei stessa ha definito «un pezzo di storia»: la registrazione dell’atto di nascita di quattro bambini, tra cui Niccolò Pietro, attribuendo loro come genitori due papà o due mamme. È la prima volta che avviene in Italia, nel caso di Niccolò e di un altro bambino, Theo, entrambi nati in Italia da donne che li hanno concepiti con l’assistenza medica all’estero.

La vicenda dei due papà non è novità assoluta, invece: è già avvenuto a Napoli e a Milano, infatti, che coppie di genitori gay che hanno avuto figli all’estero, in Paesi dove l’omogenitorialità è riconosciuta dalla legge, vedessero trascritti gli atti di nascita anche in Italia. Qui a Torino i due uomini si erano visti rifiutare la trascrizione a marzo dagli uffici dello stato civile.

Poi le cose, anche grazie alla nascita di Niccolò Pietro, il 15 aprile, e il rifiuto della consigliera Foglietta di dichiararsi all’uscita dall’ospedale Sant’Anna «ragazza madre» per ottenere l’atto di nascita del figlio, hanno imposto una accelerata. «Abbiamo aperto una strada importante — hanno commentato ieri le due mamme, Chiara e Micaela — per tutte le coppie che si trovano nella nostra stessa situazione abbiamo dato coraggio a quelle donne che non hanno più intenzione di dichiarare il falso».

E infatti venerdì scorso la sindaca Appendino aveva preannunciato la sua decisione, dichiarandosi pronta «anche a fare delle forzature» pur di riconoscere il diritto alla genitorialità di tutti. E così è stato. «È una di quelle giornate — ha detto la prima cittadina — per cui vale davvero la pena ogni goccia di energia spesa per fare politica». Ora l’auspicio di Appendino è che il Parlamento arrivi ad esaminare una legge che normi la condizione giuridica dei figli delle coppie gay.

C’è il timore infatti che qualcuno possa impugnare gli atti, anche quelli assunti ieri a Palazzo Civico. In presenza di un vuoto normativo, e dunque in assenza di moduli prestampati, la sindaca Appendino ha dovuto sopperire alla mancanza annotando a penna l’identità della seconda madre o del secondo padre. Una scelta, quella di identificare il secondo genitore non nell’atto di nascita principale ma con una annotazione supplementare, compiuta di proposito per evitare di lasciare senza genitori i bambini, qualora i documenti redatti ieri dalla prima cittadina, nella sua veste di capo dello stato civile del Comune, dovessero finire nelle mani di qualche azzeccagarbugli.

La strada imboccata dalla sindaca Appendino ha riscosso il plauso anche del presidente del Consiglio regionale, Nino Boeti, e dell’assessora regionale alle Pari opportunità, Monica Cerutti, che però ha sottolineato le ambiguità del M5S sulla questione. Esultante il Torino Pride che parla di «un passo gigante verso la parità».

E se per l’Anci «i sindaci sono costretti a rimediare a un vuoto normativo — come afferma il presidente, il primo cittadino barese Antonio Decaro — che rischia di danneggiare i cittadini», il no del centrodestra a un atto che potrebbe essere annullato è netto. «Io rispetto le scelte di vita di tutti, ma difendo e difenderò sempre il diritto di ogni bambino che nasce ad avere una mamma (donna) e un papà (uomo) — afferma il segretario della Lega, Matteo Salvini —. Provo una profonda tristezza per l’egoismo degli adulti: uteri in affitto e bambini in vendita non sono il futuro».

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«Torino aperta ai diritti di tutti è più innovativa»

«Cosa dirà il legislatore? Incrociamo le dita»

G.Guc.

«Una società eterogena, diversificata, il più possibile aperta e inclusiva favorisce l’innovazione. E noi vogliamo mettere le basi affinché Torino diventi un territorio attrattivo, che accoglie le differenze e le premia». Le parole di Paola Pisano, che oltre ad essere assessora all’Innovazione lo è pure all’Anagrafe, svelano come dietro la registrazione degli atti di nascita dei figli di due madri o di due padri non c’è solo la volontà di allargare i diritti. Ma di creare una comunità cittadina «friendly», amica cioè delle coppie con genitori dello stesso sesso, considerate portatrici di nuove energie. «L’omologazione appiattisce e rallenta — sottolinea l’esponente della giunta Appendino — l’avanzata del nuovo. Le coppie gay sono portatrici di creatività e di conoscenze innovative, e dunque di crescita. Il riconoscimento dei loro diritti fa parte di un processo di crescita verso una città che vuole essere creativa e aperta all’innovazione, anche sociale».

Assessora, ieri avete riconosciuto ufficialmente figli di due mamme o di due papà quattro piccoli torinesi. Si tratta di un caso eccezionale o diventerà la prassi a Torino?

«Da questo momento a Torino si farà così».

Quindi anche le altre coppie di genitori gay potranno chiedere il riconoscimento?

«L’intenzione è questa. Ma per il momento abbiamo detto a chi ci ha contattato di pazientare ancora un mesetto. Vogliamo essere sicuri che nessuno impugni l’atto. Se tutto andrà bene, procederemo anche con tutti gli altri».

Quante sono le coppie interessate?

«Noi siamo a conoscenza di altri cinque casi».

Teme che qualcuno si metta di traverso?

«L’atto di nascita che abbiamo redatto è perfetto dal punto di vista amministrativo, ma risente sul piano giuridico di un vuoto normativo. Aspettiamo dunque la reazione del legislatore. E incrociamo le dita».

Insomma: è solo l’inizio di una battaglia politica?

«Questo è solo il primo passo. Il vuoto normativo va colmato al più presto. E per farlo abbiamo chiesto all’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni italiani la costituzione di un tavolo di lavoro, che sarà guidato da Torino. La priorità è fare la legge».

Intanto il Comune di Torino cerca di fare da avanguardia. Qual è la specificità dell’atto compiuto ieri? Perché si tratta del primo caso in Italia?

«Gli altri casi in Italia riguardavano la trascrizione nel registro dello Stato civile di atti di nascita redatti all’estero. Questa volta si è proceduto alla registrazione di bambini nati al Sant’Anna di Torino».

Qual è la «forzatura», per usare le parole della sindaca Appendino, che avete compiuto?

«Solitamente in questi casi la registrazione avveniva soltanto per un genitore. Poi la coppia impugnava l’atto davanti a un giudice e, a seguito dell’intimazione del magistrato, l’anagrafe procedeva con la registrazione dell’atto. Ora invece abbiamo annotato sin da subito, a lato dell’atto di nascita, il secondo genitore, mamma o papà. E l’unica che poteva farlo, assumendosi la responsabilità nella sua qualità di ufficiale dello stato civile, è la sindaca Appendino».

E perché non l’avete indicato il secondo genitore in un atto unico?

«Per tutelare il bambino il più possibile. Semmai l’atto dovesse essere impugnato, infatti, il bambino rimarrebbe senza genitori. E questo non possiamo permettercelo».

Torino si è distinta anche per essere stata una delle prima città a celebrare le unioni civili non appena entrata in vigore la legge Cirinnà. Qual è il bilancio del primo anno pieno, il 2017, di unioni tra persone dello stesso sesso in città?

«L’anno scorso si è chiuso con 155 unioni civili. A prima vista potrebbero sembrare numeri piccoli. Ma rappresentano l’8 per cento di tutte le unioni celebrate, matrimoni civili (1041) e religiosi (579) compresi. E il 13 per cento se ci si limita a quelle civili».

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Famiglie arcobaleno, la strada della parità è solo agli inizi Troppi Comuni ancora resistono

di Monica Cirinnà

La decisione del Comune di Torino ci ricorda, per contrasto, quanto sia ancora dura e faticosa la strada per il pieno riconoscimento dell’omogenitorialità nel nostro Paese, e per la realizzazione dell’eguaglianza di tutte le bambine e i bambini, indipendentemente dal modo e dal tipo di famiglia in cui siano nati.

La legge sulle unioni civili, è noto, non ha equiparato coppie etero e omosessuali nell’applicazione delle norme in materia di filiazione contenute nel Codice civile. E anche quel minimo passo verso l’eguaglianza che avremmo voluto compiere — consentendo espressamente alla parte dell’unione civile di adottare il figlio del partner — ci è stato precluso dalle dolorose vicende del febbraio 2016 (tradimento da parte del Movimento 5 stelle, e conseguente cambio di schema con la posizione della questione di fiducia da parte del Governo). Nonostante ciò, nelle pieghe dell’ordinamento, si annidano strumenti preziosi per agevolare il faticoso cammino delle famiglie omogenitoriali verso il riconoscimento. Nei due anni che ci separano dall’approvazione della legge, molti giudici (e la stessa Corte di Cassazione) hanno già riconosciuto alcuni diritti delle bambine e dei bambini arcobaleno, attraverso l’adozione in casi particolari e la trascrizione di atti di nascita stranieri.

In questo spazio strettissimo si è mosso il Comune di Torino: nessuna forzatura della legge, come invece è stato dichiarato, ma una sua interpretazione attenta a nuove domande di riconoscimento, e coerente con la giurisprudenza, come ha dimostrato bene Marco Gattuso sul portale di studi giuridici Articolo29.it.

Per un Comune di buona volontà, ve ne sono molti che resistono, mentre ancora si fanno attendere precise indicazioni positive, pur possibili: lo ho ricordato in sede di interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno fin dal luglio scorso. E troppi ancora — la totalità, praticamente — sono i casi in cui le famiglie omogenitoriali sono costrette a rivolgersi ai Tribunali, con gli inevitabili e pesanti costi che ne discendono, in termini di incertezza e spese. Spero davvero che il seme gettato grazie alla tenacia di Chiara e Micaela — assieme agli sforzi quotidiani delle associazioni, ed in particolare di Famiglie Arcobaleno e, anche in questo caso, del Coordinamento Torino Pride — possa portare pari dignità a tutti i bambini e di tutte le famiglie. Nel nuovo Parlamento — nonostante l’evidente difficoltà data dai numeri — farò tutto il possibile per vigilare, e per sensibilizzare le colleghe, i colleghi ed il Governo (quando si insedierà) su questo inaccettabile e doloroso vuoto di tutela. Abbiamo aiutato le coppie omosessuali ad uscire dall’invisibilità giuridica, muovendo un primo passo verso l’eguaglianza: adesso è ora di fare lo stesso con i loro figli. Non c’è più tempo da perdere, la vita interroga la politica, con tutta la bellezza e l’urgenza dell’amore.

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C’è Storia dell’omosessualità – In tanti al corso

Erano attesi una cinquantina di studenti e ne sono arrivati duecento. L’aula da 56 posti a Palazzo Nuovo non è bastata per la lezione di apertura del corso di Storia dell’Omosessualità, il primo in un’università italiana. Tanto che gli studenti sono stati trasferiti in un’aula e la lezione si è conclusa con un lungo applauso. «È segno che c’era davvero bisogno di un corso come questo e che c’è sete di sapere», dice Antonio Pizzo, docente di storia del teatro, che ha promosso e creduto in questo corso di insegnamento attivato dal «Dams» del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino e disponibile come esame a scelta per l’intero Ateneo. Oltre 250 le iscrizioni, soltanto un terzo tra gli studenti del «Dams», segno di un interesse trasversale in tutti i dipartimenti. «È un grande traguardo che la parola Omosessualità compaia nel titolo — aggiunge Pizzo — e che il corso sia nel settore di Storia e non di Sociologia o Psicologia». L’Università di Torino lo ha finanziato per 3 anni, ritenendolo un investimento per l’ Ateneo, primo ad attivare un corso come questo.

(c. san.)

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lgbt

È una sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender. In uso fin dagli anni Novanta, il termine è un adattamento dell’acronimo LGB, che aveva iniziato a sostituire il termine gay per indicare la comunità LGBT dalla fine degli anni Ottanta, in quanto molti trovavano che il termine comunità gay non rappresentasse tutti coloro a cui il termine si riferiva. L’acronimo è diventato un’auto-designazione convenzionale adottata dalla maggior parte di centri sociali

Senatrice Pd

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