Dalla rassegna stampa Televisione

Will & Grace - recensione

Quante serie potrebbero permettersi di tornare dopo 11 anni di assenza e di rinnegare il 90% degli avvenimenti del finale? Non molte, ma certamente può farlo Will & Grace, il cui revival (già rinnovato per altre due stagioni) ci ricorda quanto possa essere bello, perfino un po’ rivoluzionario, in epoca di serialità matura, personaggi complessi e “film di 18 ore”, seguire una sitcom multicamera (registrata “live” davanti al pubblico), senza crucci per le trame orizzontali, in pillole da 20 minuti confortevolmente routinarie. Will & Grace, in onda dal 1998 al 2006, è stata una delle ultime grandi sitcom classiche, diretta discendente di Taxi e Cin cin (a fare da tramite, il veterano della tv Usa James Burrows, che di Will & Grace ha diretto, sinora, tutti i 210 episodi). Vent’anni fa portava una ventata di novità e politicamente scorretto, mettendo al centro della scena protagonisti omosessuali (Will e Jack, diversamente posizionati nello spettro del macchiettismo), una donna ebrea e liberale (Grace) e un’altra repubblicana e razzista (Karen), che in un paio di salotti di Manhattan bersagliano di ironia puntuta pressoché ogni categoria sociale immaginabile: uno dei motivi di successo della serie è proprio nel porsi come prodotto pacificatorio di ipocrisie e remore del suo pubblico, mettendo in bocca ai personaggi tutto ciò che un bravo spettatore progressista non direbbe mai, ma forse pensa. E rieccoli qua, 11 anni dopo: si fa subito piazza pulita dell’ingombrante finale del 2006 (in cui sia Will sia Grace avevano un figlio coi rispettivi partner) liquidandolo con amabile sfacciataggine come (parziale) fantasia onirica. Pochi minuti in casa di Will, dove Grace torna a vivere dopo una pesante rottura amorosa, ed è come se non ce ne fossimo mai andati: non solo perché le repliche hanno fatto sì che in quel salotto tornassimo spesso, ma soprattutto perché i quattro interpreti riprendono lì dove avevano interrotto, senza indugiare neanche per un battito di ciglia. Palesemente felici di rientrare nei panni a cui devono la fama, forti di nuove rughe d’espressione, ripartono con una verve e una chimica genuinamente trascinanti. Sono tutti più bravi, più scattanti, più brillanti di come ce li ricordavamo (la nostra preferenza non può che andare al meraviglioso Sean Hayes: una forza della natura slapstick), sostenuti da una scrittura che non ha perso un grammo di smalto e che aggiorna la ferocia dei gag all’era Trump e alla non più smagliante forma fisica dei suoi interpreti. Pensata come un enorme pacco regalo per i fan, l’annata in 16 puntate mette in fila una quantità di guest star impressionante, andando a pescare dalla “mitologia” della serie: Blythe Danner, Minnie Driver, Bobby Cannavale, Alec Baldwin e Jennifer Lopez (nei panni di se stessa) sono fra i tanti “ritornanti” che si prestano ai camei. Con due assenze vistose: quella della mitica cameriera Rosario (l’attrice Shelley Morrison si è ritirata dalle scene) e quella di Bobbi Adler, mamma di Grace, che aveva il volto della compianta Debbie Reynolds. Entrambe ricordate con sentiti omaggi e soprattutto con giusta dose di sana, esorcizzante ironia macabra. ILARIA FEOLE

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