Dalla rassegna stampa Libri

Parla Andrew Sean Greer, all’indomani della vittoria del Pulitzer per la narrativa

[NdR: Andrew Sean Greer è uno scrittore americano omosessuale dichiarato]

“Così romanzi e inchieste sul #MeToo svelano la grande bruttezza d’America”
FULVIO PALOSCIA,
Parla Andrew Sean Greer, all’indomani della vittoria del Pulitzer per la narrativa
FIRENZE
Uno scrittore fallito vince il Pulitzer. Non Andrew Sean Greer, che da poche ore è entrato nell’Olimpo della narrativa americana con il conferimento di uno dei premi letterari più prestigiosi del mondo, ma il suo Less (nomen omen), protagonista dell’omonimo romanzo edito in Italia da La nave di Teseo, autore d’insicuro successo che fugge da se stesso e dall’ossessione della disfatta intraprendendo un rocambolesco “viaggio di lavoro” intorno al mondo. Ironia della sorte: in quelle pagine causticamente disilluse nei confronti del mondo letterario globale (Italia compresa), si parla anche del premio che ora lancerà definitivamente l’autore quarantasettenne di Washington.
Greer ha ricevuto la notizia della vittoria nella placida campagna alle porte di Firenze dove risiede Beatrice Monti della Corte, vedova di Gregor von Rezzori e creatrice della Fondazione Santa Maddalena, di cui lo scrittore è direttore. Tra le antiche mura di una villa toscana nasce il fiorentino Festival degli Scrittori e si incontrano autori di tutto il mondo, ospiti di un silenzio monastico dove possono concentrarsi sui loro scritti. Less ha visto la luce qui «e ricevere la notizia della vittoria lontano dagli Stati Uniti è un valore aggiunto — sorride Greer — mi aiuta a stare con i piedi per terra».
Insieme a lei hanno vinto, tra gli altri, i giornalisti del New York Times e del New Yorker che hanno smascherato le molestie sessuali del produttore hollywoodiano Harvey Weinstein dando origine al movimento #MeToo, e il Washington Post per gli articoli sul Russiagate. Un’edizione improntata all’antitrumpismo.
«Forse Less è il romanzo giusto per il momento orribile che gli Stati Uniti stanno attraversando, perché offre una possibilità di speranza e si sofferma sull’umiltà, sentimento che noi americani dovremmo imparare. In America oggi tutto è nudo. Anche le cose più orribili sono davanti agli occhi del mondo: l’efferato nazionalismo, la supremazia dei bianchi, la violenza sulle donne e sui gay. Eppure c’è bisogno di questo male per tirare fuori il bene. Per cambiare. È come quelle litigate di famiglia durante il pranzo di Natale, in cui ognuno finalmente tira fuori la verità».
È opinione comune che la vittoria del Pulitzer cambi la vita di uno scrittore.
«La prima cosa che Michael Cunningham, anche lui Pulitzer, mi ha detto quando mi ha telefonato per congratularsi, è stata: “Andrew, non perdere tempo dubitando di te stesso. Adesso divertiti. Accetta che sei un grande scrittore”. Mi risulterà difficile, ma devo farlo subito, o sarà troppo tardi. Certo è che il dubbio è il carburante della scrittura.
Sopratutto per chi, come me, fugge da romanzi egoriferiti. Less è il mio sesto libro, un buon momento per vincere il Pulitzer: conosco i miei successi e i miei fallimenti, quindi so come andare avanti».
“Less”, per sua stessa definizione, è una commedia. È raro che un romanzo dove l’ironia è una componente fondamentale vinca un premio così blasonato.
«La cosa migliore per convincere i lettori è farli ridere con te. Lo confesso: sono arrabbiato, ma cerco di trasformare la mia rabbia in empatia. Commedia, per come lo intendo io, è scrivere di cose tragiche con senso del divertimento. Sono in buona compagnia: Franzen, Foster Wallace, Roth, Updike. Scegliendo questa chiave, ho raccontato la stupidità di essere americano».
Ovvero?
«Non conosciamo il mondo, non parliamo altre lingue, ignoriamo la storia e pensiamo che la nostra missione sia insegnare tutto a tutti. Viaggiando, Less si rende conto di essere lui, americano sin nel midollo, la cosa sbagliata».

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