Dalla rassegna stampa Cinema

DENTRO LO SPECCHIO

UNA STORIA D’AMORE E LIBERTÀ: QUELLA TRA IL CINEMA, IL PUBBLICO E L’AUTORE FRANCESE, IN SALA CON DOPPIO AMORE DOPO IL PASSAGGIO A CANNES 2017

UNA STORIA D’AMORE E LIBERTÀ: QUELLA TRA IL CINEMA, IL PUBBLICO E L’AUTORE FRANCESE, IN SALA CON DOPPIO AMORE DOPO IL PASSAGGIO A CANNES 2017

DOPPIO AMORE di François Ozon
La venticinquenne Chloé (Marine Vacth) comincia una terapia con Paul (Jérémie Renier). I due si innamorano e decidono di andare a convivere, ma un giorno, per caso, Chloé scopre che Paul ha un fratello gemello, Louis, anch’egli psicoterapeuta… IN SALA DAL 19 APRILE

LETTERA DA UNO SCONOSCIUTO

Il tuo prossimo film, mio caro François, quello che stai girando proprio in questi giorni, s’intitolerà Alexandre. Il mio nome. Dopo L’amant double, che dalle nostre parti è stato tradotto quasi sirkianamente Doppio amore. E soprattutto dopo Frantz, titolo in cui mi diverto a indovinare la storpiatura teutonica del tuo, di nome. Così, tra il tuo e il mio nome, François, s’incunea un Doppio amore, una storia che, come la nostra, si nutre di sdoppiamenti e proiezioni, permutazioni e desideri cangianti.
Perché nel tuo cinema io vedo – e vivo – la possibilità di identificarmi e disidentificarmi al tempo stesso: mi trovo, senza mai ritrovarmi del tutto, in un’altra pelle, in un’altra pellicola (alla lettera “piccola pelle”). Dislocato altrove: non solo in un altro spaziotempo, ma in un’altra dimensione desiderante.
Nel godimento, nella jouissance della metamorfosi. Perché tu, per me, sei il cineasta che meglio di ogni altro ha saputo rappresentare il mio limite più grande: l’incapacità di cambiare, questa sensazione di immobilità che da sempre mi attanaglia.
Io, che ho un rapporto ormai di morte con gli altri e con me stesso, incontro spesso la giovinezza nelle tue pellicole: una vitalità che mi confonde profondamente e mi precipita in uno stato di stranita giubilazione.
Nei tuoi film, François, sempre diversi per formato, concezione visiva e registro, mi costringi a lacerare il nichilismo in cui mi crogiolo e mi rispecchio narcisisticamente. Perché tu, caro François, fin da Une robe d’été, quel corto impigliatosi nel mio cuore non so più quanti anni fa, hai spappolato la mia grammatica erotica e la mia metrica emotiva, mostrandomi quanto l’identità sia un costrutto effimero e potenzialmente letale: quella gioiosa femminilità che sorprendeva per primo il protagonista del tuo corto è uscita dallo schermo e mi ha investito senza che potessi opporre resistenza.
Tu, che del piccolo ridente e inafferrabile Ricky hai fatto un manifesto alato del tuo cinema, mi hai insegnato, senza pose professorali, che il soggetto che io sono – che noi tutti siamo – può conservare la vitalità solo a patto di cambiare, a patto di non farsi imprigionare in una rappresentazione bloccata una volta per tutte.
Non si tratta di fuggire, François, lo so, l’ho capito, ma di evitare a ogni costo che, come succede a Bruno/ Louis Garrel in Un lever de rideau, l’identità si cristallizzi in mausoleo, pietra tombale, monumento funebre consacrato a ciò che crediamo di essere. E se con l’interludio di Un lever mi hai mostrato come si può essere morti in vita, condannandosi all’altera solitudine per un malinteso senso dell’amor proprio, con Il tempo che resta mi hai offerto un altro personaggio scomodo in cui specchiarmi mio malgrado.
Quel Romain/Melvil Poupaud che, rendendosi disponibile alla trasformazione e alla riscrittura del sé, spinge la vita fin dentro la morte. Riecheggiano nella mia testa le parole di Georges Bataille a proposito dell’erotismo: «L’approvazione della vita fin dentro la morte».
L’ho vista quell’approvazione della vita nel tuo cinema, l’ho vista nel tuo trasformismo estetico, nella tua indomabile fluidità, nel tuo giocoso sterzare dalle plumbee atmosfere fassbinderiane di Gocce d’acqua su pietre roventi e dall’elaborazione del lutto di Sotto la sabbia alla sgargiante coralità di 8 donne e un mistero e alla liquida illusorietà di Swimming Pool. Perché tu, caro François, sai che la personalità si mantiene florida solo se è disposta a cambiare rotta, ad assumere forme sempre nuove. Proprio come ha detto di te Melvil Poupaud dopo Il tempo che resta: «Gira molto e cambia stile ogni volta, restando personale al tempo stesso». Me lo hai ripetuto, François, sorprendendomi come al solito, anche con quel gioiello nascosto che è il mediometraggio Quand la peur dévore l’âme, ibrido intertestuale partorito dall’unione di Secondo amore di Douglas Sirk e La paura mangia l’anima di Rainer Werner Fassbinder. Mi hai ripetuto che il cinema che ami e che il tuo cinema si rigenerano solo quando creano nuove mappe cerebrali e cardiache, quando diventano altro da sé, degenerano. Poco importa che i tuoi detrattori ti rimproverino di essere uno scaltro manipolatore o un abbonato allo scandalo. Davvero, cosa potrebbe importarci di questi censori spaventati che misurano l’abisso della loro vacuità con un metro da sarto? Tu e io, François, ormai sappiamo che Il rifugio non sta Nella casa confortevole e ben arredata, ma in Una nuova amica, in un Doppio amore che ci irretisce e ci priva segretamente del fantasma borghese di un’identità così refrattaria da rigettare ogni spaesamento, ogni scossa salutare.
Ormai sappiamo che, per non essere marmorizzati in Potiche – La bella statuina, dobbiamo provare la magnifica vertigine di diventare soggetti “senza etichetta”: è quello che fai dire a Suzanne Pujol/Catherine Deneuve quando si presenta ai concittadini da candidata indipendente nella campagna politica. Di fronte ai tuoi film e solo per te, caro François, dichiaro ufficialmente di rinunciare alla libertà di spettatore cinico e riottoso. Perché, come canta tra due fragorose risate Fanny Ardant in 8 donne, «À quoi sert de vivre libre quand on vit sans amour?». A cosa serve vivere liberi quando si vive senza amore, mio adorato François? Il tuo affezionatissimo

ALESSANDRO BARATTI

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