Dalla rassegna stampa Libri

La grande bouffe della peggio Italia. È il ritorno di Busi

… la villa-quadro del romanzo ha delle assonanze con quella dove Pier Paolo Pasolini ha ambientato il film Salò o le 120 giornate di Sodoma…

La grande bouffe della peggio Italia È il ritorno di Busi

GIGI RIVA

“Le consapevolezze ultime” è il nuovo romanzo dello scrittore Seguito ideale del suo “ Seminario sulla gioventù”, è una storia che ruota intorno a una cena tra notabili. E che ci mostra la bruttezza delle nostre classi dominanti

Il Barbino di Seminario sulla gioventù (anno 1984) si è fatto uomo maturo per lasciarci Le consapevolezze ultime (Einaudi Stile libero, in libreria dal 17 aprile), somma di un’esistenza firmata da Aldo Busi con disincanto ancora più tagliente del solito.
Giocando sul terreno più arato, nella convinzione che chi conosce alla perfezione il proprio metro quadrato conosce tutto il mondo, lo scrittore ambienta il romanzo nella provincia di Brescia durante una cena tra notabili accomunati dall’esercizio del potere del denaro e dunque sciolti da qualunque patto morale. Potrebbe essere dovunque, in Italia e fuori Italia, se la corruzione globalizzata finisce per far assomigliare le classi dominanti di ogni latitudine.
La cena è scenario classico, in letteratura e nel cinema. Aldo Busi è l’invitato eccellente, benché nessuno si sia mai peritato di leggere un suo libro, l’autore troppo celebrato per farsi sfuggire l’occasione di un incontro ravvicinato allo scopo, naturalmente fallito, di cooptarlo.
Deve, e lo sa, épater le bourgeois, ruolo centrale in altre sue opere in cui l’autobiografia si rende vassalla della narrazione. Non si sottrae e sciorina il vasto campionario delle sue provocazioni. Affiora, qua e là, la stanchezza di un rituale spesso ripetuto senza che nessuno, o in pochi, ne abbia mai capito, o almeno intuito, l’intrinseco valore rivoluzionario. Perché la sovrastruttura delle convenzioni cozza e, per come vanno le cose, vince sulle sue convinzioni (o consapevolezze) ultime.
Lo scrittore muove i personaggi nel mezzo di una grande abbuffata dove il cibo è sinonimo di opulenza rubata, schiaffo, ogni boccone un insulto alla moltitudine tradita dell’umanità. C’è l’industriale che ha farcito i terreni del pianeta di mine antiuomo, il direttore di banca che sa come far emigrare i capitali nei paradisi artificiali, l’industriale che ha insozzato di rifiuti tossici l’habitat in cui ci tocca di vivere, donne non ancora così attempate da non desiderare un estremo flusso di energia sessuale. Tutti intenti a celare sotto il tappeto le proprie malefatte e ormai così impuniti grazie alla vague corrente del primato inossidabile dei soldi da sbandierare senza pudore l’alibi onnicomprensivo del “così fan tutti”. E pure premurosi nell’omettere qualche guaio di famiglia, un figlio squadrista, una figlia di chissà quale destino. O due madri che facevano quel mestiere antico al Carmine di Brescia, ora felicemente esiliate a Lerici per non disturbare l’immagine dei discendenti, il Guglielmone e la Teresa padroni di casa, che «si sono fatti una posizione». La Teresa, l’unica a cui conceda qualche indulgenza come sovente ai personaggi femminili, a cominciare dalla sua stessa madre. Ci sarebbe potuto essere, a quella cena, per consonanza di postura, anche il mantovano Pasquale Lometto di Vita standard di un venditore di collant (suo secondo romanzo, 1985), a conferma che le convinzioni ultime di Busi spesso coincidono con le prime, visto che si può rintracciare una perfetta coerenza in tutta la sua vasta produzione. Lo scrittore-ospite si barcamena tra invettive e precipitose fughe in bagno o in giardino dove sedare momentaneamente il disgusto. E, se ci si chiede perché ha risposto sì a quell’invito sapendo cosa lo aspettava, la spiegazione sta nell’esergo, una sua frase spesso ribadita fino a diventare un marchio di fabbrica: «Io pur di scrivere mi sono ridotto a vivere». E pazienza il mal di stomaco se la “bella società” gli restituisce linfa per la sua penna.
Pur se le similitudini sono sempre zoppe, la villa-quadro del romanzo ha delle assonanze con quella dove Pier Paolo Pasolini ha ambientato il film Salò o le 120 giornate di Sodoma.
I gerarchi fascisti sono sordi al mondo circostante esattamente come i ricchi bresciani sembrano avulsi dai drammi della contemporaneità, al punto da non udire il lamento di dolore, la richiesta di aiuto lanciata dai profughi che stanno morendo nel mezzo del Mediterraneo. Ma mentre il regime di Mussolini correva veloce verso la sua dissoluzione, i gerarchi di oggi celebrano il trionfo del loro status. Il Busi più politico, con le sue riflessioni parallele, manda in cortocircuito l’ambiente claustrofobico del simposio col mare aperto della storia che si snoda fuori. Elenca i luoghi dove non è più possibile viaggiare perché le guerre si sono mangiate spazi di libertà, comprende anche un Egitto da evitare causa lo scempio del corpo di Giulio Regeni. Racconta l’imbarazzo e l’orrore per un incontro fortuito nel suo ristorante a Managua «con uno di questi italiani assassini latitanti di successo» a cui ha evitato, allontanandosi all’inglese, di stringere la mano. È trasparentemente il brigatista Alessio Casimirri, che partecipò al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione degli uomini della scorta, giusto 40 anni fa. Le pagine trasudano di una richiesta forte di giustizia e comprendono la consapevolezza che non se ne avrà mai, perché i criminali di Stato impediscono qualunque legalità. La summa ideale del libro sta in una frase della Teresa che minimizza: «Noi non siamo i peggiori, mi creda». La stessa, ricorda lo scrittore, che disse Antonietta Bagarella, moglie di Salvatore Riina a una giornalista del Manifesto al commiato dopo un’intervista. Dove l’allusione era ai “mandanti fuori famiglia” delle stragi. Però per Busi «chi è complice dei peggiori non può che nutrire la legittima aspirazione di superarli».
Finalmente lasciando la tavola e fuggendo nella notte, all’autore non resta che cercare aria pura in un viaggio verso Lerici dove incontrare le due vecchie mondane, peraltro conosciute quando era Barbino e sbocciava sia alla vita sia alla letteratura, per trovare il sollievo tra i semplici (il ritorno all’adolescenza agrodolce è un’altra delle sue costanti, sfociata in alcune pagine immancabili di Cazzi e canguri, 1994). Tempo è passato. Da Seminario sulla gioventù alle Consapevolezze ultime (speriamo penultime), le erezioni sono diventate minzioni. La prostata dell’Aldo è quella che è. La sua incontinenza verbale, sempre la stessa.


da IlLibraio.it

I libri di Aldo Busi, maestro di stile

di Elena Asquini

Scrittore, traduttore e personaggio televisivo, Aldo Busi è uno degli autori più importanti del panorama italiano: l’estrema cura dello stile e della forma linguistica del testo contraddistingue la sua opera, un vasto corpus di romanzi, libri di viaggio e altri scritti. I suoi lavori, che presentano alcuni dei titoli più belli della letteratura italiana moderna, sono ironici e commoventi al tempo stesso, spesso feroci quanto le apparizioni televisive dell’autore, e caratterizzati da quel forte io narrante che rappresenta il suo marchio di fabbrica – Su ilLibraio.it un approfondimento, in occasione dell’uscita de “Le consapevolezze ultime”Romanziere, traduttore e, all’occorrenza, personaggio televisivo, Aldo Busi è in primo luogo uno scrittore, tra i più importanti nel panorama italiano. Ed è anche riscrittore: rielabora costantemente la propria opera, anche dopo averla pubblicata, scrive e riscrive con un’attenzione rara e quasi maniacale allo stile. Come dichiara in un’intervista con Repubblica: “Non ho limiti, se non il senso della letteratura, cioè della forma”. Il corpus della sua opera è tanto vasto da non poter essere riassunto, né etichettato; questo articolo, lungi dal voler essere esaustivo sull’argomento, cerca di ripercorrere le tappe fondamentali del Busi romanziere.Seminario sulla gioventùAldo Busi è nato nel febbraio 1948 a Montichiari, nella provincia bresciana dove, tutt’oggi, risiede. Cresciuto in una famiglia povera, ha cominciato a lavorare molto presto, come cameriere. A vent’anni, dopo aver ottenuto l’esonero dal servizio militare in quanto omosessuale dichiarato, ha fatto della necessità di lavoro un’occasione per viaggiare: nei dieci anni successivi è così stato in Francia, in Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti, svolgendo i lavori più disparati per guadagnarsi da vivere e, nel frattempo, imparare il francese, il tedesco e l’inglese. Tornato in Italia, si è messo alla prova come traduttore e si è laureato in Lingue all’Università di Verona.

Seminario sulla gioventù

Dopo vent’anni di lavoro e riscritture, nel 1984 ha pubblicato Seminario sulla gioventù (Adelphi), un romanzo di formazione che si svolge lungo le tappe di un itinerario di viaggio, tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra: il protagonista, Barbino, si lascia alle spalle l’infanzia trascorsa nella campagna bresciana e si rifugia nelle luci parigine, in un caffè milanese, nella pioggia di Londra, fuggendo da ogni luogo dopo il primo assaggio. Il romanzo, che ebbe un immediato successo, è caratterizzato dalla ricca schiera di personaggi che il protagonista incontra nelle sue peregrinazioni; peculiari e quotidiane al tempo stesso, queste figure compongono la mappa umana dell’evoluzione del protagonista.

Vita standard di un venditore provvisorio di collant

Pubblicato nel 1985, Vita standard di un venditore provvisorio di collant (Mondadori) prende avvio dall’incontro di Angelo Bazarovi, protagonista omosessuale e studente di lingue, con il produttore di collant Celestino Lometto, in cerca di qualcuno che possa fungergli da traduttore per vendere all’estero i suoi collant. I due intraprendono una serie di viaggi che diventano catalizzatori di una mescita delle loro personalità, sin quasi a dar vita a un unico personaggio; il sodalizio terminerà quando Angelo sarà incaricato di accompagnare la signora Lometto, Edda, a partorire negli Stati Uniti, visto il desiderio di Celestino di avere un figlio alla Casa Bianca. Quando la creatura si rivela essere una bambina, per giunta affetta da sindrome di down, Angelo si rifiuta di disfarsene, come il padre vorrebbe, e si separa dalla famiglia Lometto, ma non prima di aver mostrato la bambina a un testimone, nel tentativo di salvarle la vita. Tuttavia, il sipario cala su una nota tragica.

Sodomie in corpo 11

Dal Marocco alla Tunisia, dalla Germania alla Finlandia, fino alla Leningrado del crollo del Muro di Berlino, Sodomie in corpo 11. Non viaggio, non sesso e scrittura (Mondadori, 1988) si configura come un diario di viaggio, intervallato da incontri sessuali e riflessioni sulla scrittura. Caratterizzato da una feroce ironia, il libro è non viaggio e non sesso nella stessa misura in cui, invece, è scrittura: le riflessioni dell’io narrante sulla scrittura e il ruolo dello scrittore pervadono anche gli spazi narrativi dedicati al viaggio e al sesso, facendosi cuore pulsante della trattazione. Poco dopo le Sodomie, Aldo Busi subì un processo per oscenità a Trento, a causa delle scene di sesso tra uomini contenute nel libro. Venne assolto con formula piena.A Sodomie in corpo 11 fanno seguito diversi libri di viaggio, tra i quali vale la pena ricordare Cazzi e canguri, pochissimi i canguri (Frassinelli), La camicia di Hanta. Viaggio in Madagascar (Mondadori) e E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno? (Mondadori).

El especialista de Barcelona

Pubblicato a dieci anni di distanza dal romanzo precedente e finalista al Premio Strega 2013, El especialista de Barcelona (Dalai) propone uno scrittore, lo Scrittore, desideroso di dimenticare, a comando, gli ultimi venticinque anni della sua vita. Mentre dialoga con una foglia di platano lungo la Rambla barcellonese, interviene a distoglierlo da questo nobile proposito un paffuto docente dell’Università di Barcellona: el especialista. Il dialogo tra la foglia e lo Scrittore, è il filo di Arianna che conduce la narrazione attraverso un labirinto di personaggi, i familiari dell’especialista, caratterizzati da qualsiasi pregio e qualsivoglia difetto l’umanità possa concepire, facendosi spunto delle riflessioni sulla società che costellano il romanzo.

Vacche amiche e altre mammelle

Vacche amiche (un’autobiografia non autorizzata), pubblicato nel 2015 da Marsilio è, ancor più che un’autobiografia dello scrittore, il ritratto di un tempo contemporaneo, che ne risulta descritto con spietata acutezza: una serie di personaggi di media borghesia viene smascherata nella sua vana inconsistenza, con dissacrante dovizia di particolari. L’uomo, la politica, le donne, una società, nessuno escluso e tutti colpevoli, tracciati da una penna che lascia dietro di sé un unico superstite e solo eroe possibile: la scrittura stessa.

L’altra mammella delle vacche amiche

Quella stessa scrittura che tornerà nel successivo L’altra mammella delle vacche amiche (Marsilio, 2015), in cui l’unica mammella che ancora vale la pena mungere è nel cuore dello scrittore stesso: in questo romanzo, Aldo Busi ingaggia un duello con la lingua italiana, in cui ogni virtuosismo della scrittura è un fendente a favore di entrambi gli sfidanti; la vittoria, condivisa, è determinata proprio dal romanzo, in cui tutto si fa pretesto del tessuto linguistico.Le consapevolezze ultime

Le consapevolezze ultime.

In un circolare ritorno alle sue origini, il nuovo romanzo di Busi, Le consapevolezze ultime (Einaudi Stile Libero), torna sui passi dell’opera dello scrittore, chiamando in causa un ricordo del Barbino protagonista di Seminario sulla gioventù.Il ricordo segue una tanto comica quanto amareggiante cena mondana, che diventa la lente d’ingrandimento attraverso cui osservare la società contemporanea. Ma il vero filtro attraverso cui leggere la narrazione è lo stesso Aldo Busi, i cui occhi e la cui penna offrono al lettore uno squarcio ripugnante della contemporaneità che lo circonda: una società di impunibili a prescindere e calpestati per diritto di nascita, in cui ogni richiesta d’aiuto sembra incontrare orecchie sorde.Biografia e romanzo

Diverse volte, nel corso della sua carriera, Aldo Busi è stato letto e interpretato come un autore autobiografico, i cui libri andrebbero letti alla luce del suo vissuto. Per ciascuna di queste volte, lo scrittore si è ribellato all’idea che la sua opera venisse definita come tale, rifiutando qualsiasi etichetta.
A vent’anni di distanza dalla pubblicazione del suo primo romanzo,Seminario sulla gioventù (Adelphi), l’autore ne ha pubblicato una versione completamente riscritta; nella postfazione alla nuova edizione si legge: “Mi sono deciso a riscrivere Seminario sulla gioventù […] (anche) per stanchezza verso le migliaia di lettori non lettori che ne hanno decretato il trionfo […] continuando accanitamente a cercarvi un’autobiografia che non c’è mai stata”. Qualche anno dopo, in El especialista de Barcelona (Dalai), il protagonista, lo Scrittore, nel suo soliloquio con una foglia di platano afferma: “I grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’…mica si fanno parlando di sé!”.Se non si può non notare le somiglianze che accomunano la biografia ai lavori dello scrittore, sono queste affermazioni che bisogna tenere a mente, prima di addentrarsi nella lettura dell’opera di Aldo Busi

Non si possono non menzionare le diverse apparizioni in tv dello scrittore: opinionista e personaggio degli schermi, Busi non si è mai negato alla scena televisiva, ha preso parte a diversi programmi “pop” (tra cui L’Isola dei famosi e Amici di Maria de Filippi) e dibattiti televisivi, spesso piuttosto veementi, accesi da quella che Nicola Lagioia ha definito “la sua infiammabilità a favor di telecamera”.Scrittore impossibile da classificare Ma se è vero che la vita reale non deve confondere la letteratura, in Aldo Busi la vita stessa si fa letteratura: ironico, feroce, commovente e capace di tratteggiare personaggi straordinari, lo scrittore di Montichiari è impossibile da classificare sotto un’unica etichetta. Ha fatto dell’uso della lingua italiana il suo primo capolavoro e, poiché l’ultima parola su Aldo Busi la può proferire solo un vero scrittore, come Aldo Busi stesso, vale la pena di ricordare che “uno scrittore vero non è mai autobiografico nemmeno quando lo è”.

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