Dalla rassegna stampa Cinema

Rupert Everett: «Se sei gay prima o poi il mondo del cinema te la fa pagare»

Rupert Everett: «Se sei gay prima o poi il mondo del cinema te la fa pagare»

Dopo una gestazione di 10 anni esce nelle sale (il 12 aprile in Italia) The Happy Prince che racconta gli ultimi anni dello scrittore inglese Oscar Wilde. E l’attore, che si cimenta per la prima volta come regista, avverte: «Assistiamo a degli atteggiamenti omofobi pericolosi»

di M.B.

Rupert Everett, l’attore de Il matrimonio del mio miglior amico, realizza il suo sogno: dirigere il suo primo film su Oscar Wilde. Un’impresa durata dieci anni. The Happy Prince, presentato allo scorso Festival di Berlino, si materializza e dal 12 aprile arriverà anche nelle nostre sale. Un racconto «umano e non iconico», lo descrive il neo regista britannico, sugli ultimi giorni di vita dello scrittore che alla fine del XIX secolo fu condannato a due anni di carcere per la sua omosessualità.

Everett ci porta in un viaggio malinconico, romantico e decadente che racconta un tratto di vita dell’autore de Il ritratto di Dorian Gray: dopo la scarcerazione, soffermandosi sul rapporto con l’amico Reggie Turner (Colin Firth) e l’agente letterario Robbie Ross (Edwin Thomas), innamorato di Wilde, sull’esilio a Parigi, sulla parentesi felice a Napoli con l’amato Lord Alfred Douglas (Colin Morgan), sulla morte della moglie Constance (Emily Watson) e sul suo addio “poetico” alla vita.

«Mi piacciono gli ultimi dieci anni del XIX secolo, li trovo romantici, così come l’ultima parte della vita di Wilde – spiega Everett, a Roma dove sta girando la serie tv Il nome della rosa – una star della scrittura diventa un vagabondo della letteratura, ostracizzato dalla società e trasformato in relitto». Wilde dopo il carcere cerca di risuscitare, di rinascere grazie anche all’amore per Douglas, in realtà come si dice nel film: «Wilde è un giglio calpestato», già ucciso da una patria ipocrita (l’Inghilterra). Anche Everett è stato allontanato dall’industria del cinema dopo il coming out. «Se lavori nel cinema, un mondo aggressivamente eterosessuale e sei gay, prima o poi finisci con lo scontrarti con un muro di mattoni. Oggi la situazione è cambiata rispetto agli anni 80 e 90».

Ma raccontare oggi Wilde e la sua parabola discendente è un modo per aprire gli occhi anche in questa epoca, nonostante qualche passo avanti sia stato fatto nell’ambito dei diritti civili. «Nel film si parla di un uomo che viene distrutto perché omosessuale – spiega Everett – ancora oggi ci si identifica purtroppo, pensiamo a quello che succede in Giamaica, in Cina, in India, in Russa, e anche in Inghilterra e in Italia con la Lega. Assistiamo a degli atteggiamenti omofobi sempre più diffusi e pericolosi. È preoccupante che una città come Genova non sostenga il Gay Pride. Noi gay dobbiamo prestare attenzione ed essere vigili».

Per realizzare The Happy Prince Everett si è documentato leggendo quasi tutti i libri su Oscar Wilde e le sue lettere: «è stato eccitante ricostruire i suoi passi», rivela. Dal punto di vista estetico i punti di riferimento sono stati i pittori impressionisti e Visconti: «Morte a Venezia è uno dei miei film preferiti», dice. E per quanto riguarda il ruolo di Wilde solo lui poteva interpretarlo: «Finalmente avevo tra le mani un bel personaggio, volevo esistere ancora nel mondo del cinema e così mi sono scritto la parte», sorride.


da Repubblica.it

L’attore-regista ospite il 21 aprile agli Incontri di Sorrento

Più che un’interpetazione, quella di Rupert Everett nei panni di Oscar Wilde, sembra essere una vera e propria reincarnazione-omaggio allo scrittore irlandese, gay dichiarato ante litteram. In “The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde”, esordio alla regia di Everett, quasi interamente girato a Napoli, dove Wilde si fermò a lungo con suo amante Lord Alfred Douglas, detto Bosie. Il film è già passato fuori concorso alla Berlinale e sarà in sala da giovedì 12 aprile in Italia in circa 150 copie con Vision Distribution, si va diritti nel raccontare il destino tragico di Wilde, la sua prigionia, il periodo più nero dell’artista, il suo poema “De Profundis”. Everett sarà ospite il 21 aprile degli Incontri internazionali del cinema di Sorrento. “Ho girato – dice Everett nel rione Sanità, a cui sono particolarmente legato, e a Posillipo, dove per un periodo ho anche vissuto”

L’autore irlandese e stato, spiega Everett, “il primo a portare avanti il movimento gay. La parola omosessualità è diventata tale solo dopo la sua morte. Lo stesso movimento Lgbt inizia in realtà con lui. Credo così che la sua storia sia attuale e possa dare l’opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva agli omosessuali allora e quello che accade oggi”.

Nel film, la prigionia di Wilde (due anni di lavori forzati per omosessualità), la conversione al cattolicesimo e il suo esilio, senza troppi soldi, a Napoli e Parigi. E ancora la ricerca di una riconciliazione con la moglie Constance (l’attrice Emily Watson) e il suo difficile rapporto con il giovane Lord Douglas che lo sprofonderà ancora di più nel disastro. Non mancano poi le sue fugaci relazioni con ragazzi di strada interessati al suo denaro, ma anche parzialmente affascinati dalla sua figura.
Nel cast anche Colin Firth, che ha co-prodotto il film, nel ruolo del giornalista e scrittore Reggie Turner, amico e sostenitore di Wilde, e l’attore irlandese Colin Morgan nei panni dell’amato Bosie.

“Sono sempre stato affascinato dalla tragedia finale della vita di Wilde perché trovo sia una storia romantica, una delle più belle del diciannovesimo secolo. Mostra la sua tragedia, la caduta e anche la sua follia così umana”. E infine Everett azzarda anche un parallelo con Cristo: “Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. In più è stato crocifisso ed è rinato dopo la morte”. Per fare questo film, “ho impiegato dieci anni solo per trovare i soldi, ma per me è stato anche un modo per restare nel mondo del cinema che mi aveva un pò messo da parte”.

“The Happy Prince” è chiaramente ispirato a “Morte a Venezia” di Visconti: “Film che adoro, è uno dei miei preferiti, come amo quelli di Franco Zeffirelli, suo ex assistente”. Arriva poi da Everett anche uno sfogo sulla situazione degli omosessuali nel mondo e in Italia: “Ancora oggi – dice – gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Cina e India e anche in Italia e Gran Bretagna la loro situazione non è affatto buona. In Italia c’è l’atteggiamento omofobo della Lega e, dopo 17 anni, anche Genova non sostiene più il gay pride. C’è insomma una rinnovata fobia contro gli omosessuali e rispetto a queste cose bisogna essere vigilanti e attivi”.


da La Stampa

Rupert Everett a Torino: “Oscar Wilde, il poeta che liberò i gay”

Anteprima di Lovers Film Festival: “È solo dopo di lui che si cominciò a parlare di omosessualità”

Il film «The happy prince» racconta gli ultimi tre anni di vita del poeta britannico, interpretato da Rupert Everett. A «Lovers» sarà proiettato in anteprima nazionale

TIZIANA PLATZER

TORINO
Ha messo a segno un bel colpo, «Lovers»: cosa si poteva materializzare di più «preciso» nella visione del rinnovato Torino Lgbt Festival dell’anteprima nazionale del film «The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde» con Rupert Everett in sala? Nulla poteva essere più perfetto: e con questa sensazione la macchina del festival diretta da Irene Dionisio e presieduta da Giovanni Minerba, che quest’anno è anche curatore di sezione, si butta nella presentazione del programma con la consapevolezza di aver messo insieme un progetto cinematografico che parla tutti, e non per dire, i linguaggi del mondo lgbt.

Ma è dal poeta Wilde che si è obbligati a cominciare: «Un personaggio importantissimo della letteratura inglese – ha detto Rupert Everett, che nel suo film ha deciso di raccontare gli ultimi tre anni di vita di Wilde – Ma è la sua vicenda umana ad averci liberato, solo dopo si è cominciato a parlare dell’omosessualità nella società». Per quanto lo stesso Everett non abbia avuto vita facile: «Essere gay nello show-business non è una gran cosa e io non sono stato un’eccezione» ha dichiarato spesso. E stasera, dopo la proiezione del film alle 21 al Massimo, l’attore sarà a disposizione del pubblico per raccontare l’esperienza sul set e la sua passione per il creatore di Dorian Gray.

Da qui si potrebbe dire che Lovers scivoli tranquillo verso la sua programmazione dal 20 al 24 aprile – messa insieme con lo stesso finanziamento dell’anno passato, 400 mila euro – con 81 titoli, di cui 6 anteprime mondiali e 52 nazionali, disseminati in quattro concorsi. Quello dei lungometraggi con i giurati Pif, Concita De Gregorio e il cantautore Immanuel Casto; e poi quelli dei doc, degli «irregular» con film di ogni genere e dei «future», i corti seguiti da una giuria di studenti del Dams.

E Pif sarà anche uno dei protagonisti dell’apertura, il 20 alle 20,30, con un «Dialogo sulla diversità»: conduce Pino Strabioli e si aggiungerà Francesco Gabbani. La pellicola inaugurale è «Postcards from London» di Steve Mc Lean e sequel di «Postcards from America».

Festival brioso che si racconta con una serata conclusiva al femminile, il 24 alle 20,30: sarà Valeria Golino la madrina e avrà un’altra artista musicale, Nina Zilli. A seguire la proiezione di «Thelma», film norvegese di Joachim Trier, che interverrà in collegamento, selezionato a Toronto: la storia di una ventenne di provincia che arrivata a Oslo si accorge di essersi innamorata di una ragazza.

Perché sono le storie d’amore il tessuto profondo di questo festival, come i «5 pezzi facili», i film della vita scelti da Giovanni Minerba, e fin dal desiderio di ricordare: il 20 aprile 2017 gli Champs-Elysées a Parigi hanno vissuto l’orrore del terrorismo, dove ha perso la vita l’agente Xavier Jugelè, membro della comunità Lgbt della gendarmeria francese. Sarà ricordato durante l’apertura con il cortometraggio di Jo Coda, «Xavier».


da Leggo

«L’omofobia in Italia è sempre più grave»

Ilaria Ravarino

ROMA – Ieri a Roma, dove resterà fino a giugno per ultimare a Cinecittà le riprese della serie tratta da Il nome della Rosa. Stasera a Torino, domani nell’amata Napoli, la prossima settimana a Sorrento per gli Incontri Internazionali del Cinema. Più che il tour promozionale di un artista, il passaggio di Rupert Everett in Italia somiglia alla tournée di una rock star. Volto modello per il personaggio di Dylan Dog («Grazie a lui il pubblico mi ama in Italia come da nessun’altra parte in Europa»), icona gay fin dagli anni 80, dopo un periodo di relativa inattività l’attore inglese tornerà al cinema da domani con The Happy Prince: un film da lui scritto, diretto e interpretato, sugli ultimi anni della vita di Oscar Wilde. «La storia di un uomo distrutto dalle istituzioni perché è omosessuale è una storia ancora moderna – ha detto ieri Everett – Oggi in India, Cina, Russia e Giamaica l’omosessualità è ancora un problema. E peggio ancora lo sta diventando anche in Italia e in Inghilterra, con l’ascesa di partiti omofobi come Lega e Ukip. Una tendenza sempre più diffusa, rischiosa e preoccupante».
Storia della vita di Wilde all’indomani della condanna per omosessualità («Volevo un Wilde diverso dalla solita icona cinematografica del genio a tutto tondo, arido e bidimensionale»), il film è stato scritto dieci anni fa da Everett come trampolino di (ri)lancio di una carriera severamente rallentata dal suo coming out. «Probabilmente se avessi provato a realizzarlo quando ancora avevo successo, ci avrei messo un attimo a trovare i soldi». Ma la sua vita professionale, a poco più di vent’anni da Il matrimonio del mio migliore amico, sta tornando finalmente a ingranare. E l’Italia è ancora una volta il paese portafortuna, con la casa di produzione Palomar coinvolta non solo nella realizzazione di The Happy Prince, ma anche in quella de Il Nome della Rosa, con Everett «nel ruolo del malvagio inquisitore». Un tipo di personaggio lontano dalla Chiesa che dice di amare («Una delle figure più carismatiche di oggi è Papa Francesco») ma in armonia con un certo tipo di decadenza spirituale capitolina: «Il mio ristorante preferito a Roma è vicino al Vaticano. È sempre pieno di preti e seminaristi. Non riesco a smettere di sorprendermi: mangiano e bevono tutti più di me».

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