Dalla rassegna stampa Salute

Arthur Ashe, l'uomo con cui il mondo scoprì che l'Aids poteva colpire tutti

Arthur Ashe, l’uomo con cui il mondo scoprì che l’Aids poteva colpire tutti

L’8 aprile del 1992 l’ex tennista statunitense confermò di aver contratto la malattia in seguito a una trasfusione. Nessun comportamento a rischio, non l’omosessualità o la tossicodipendenza: Il virus poteva colpire tutti
C’è un momento in cui il mondo ha capito che l’Aids poteva colpire chiunque. Che era una malattia di tutti e non solo la «peste di omosessuali e tossicodipendenti». L’8 aprile del 1992 Arthur Ashe disse di avere contratto l’Aids. Morì meno di un anno dopo a 49 anni.

Arthur Ashe era già un simbolo molto prima della malattia. Nel 1963 era stato il primo tennista di colore nella squadra statunitense di Coppa Davis fino a diventarne capitano negli anni Ottanta e a vincere l’insalatiera.

Aveva vinto l’US Open del 1968, due anni dopo l’Australian Open e nel 1975 Wimbledon, unico non bianco ad averlo mai fatto fra gli uomini.

Lui, coi bianchi, da bambino, non ci poteva giocare. Nella Virginia degli anni Cinquanta c’erano le leggi razziali. «Era figlio del guardiano di un parco, e di una colf, in quei tempi chiamata serva – ha scritto Gianni Clerici su Repubblica nel ventennale della morte -. Per sua fortuna, l’evidente abilità con palla e racchetta aveva sollevato la curiosità di un benefattore nero, il Dottor Walter Johnson, di Lynchburg, che già era stato di grande aiuto alla prima campionessa nera di dieci anni avanti, Althea Gibson, e aveva fondato una Federazione per chi fosse coloured». Liceo a St. Louis, università in California (gli piaceva leggere, Herman Hesse in particolare) e poi i campi di tutto il mondo fino nel Sudafrica dell’Apartheid che gli aveva negato più volte il visto.

Smise di giocare alla fine degli anni Settanta per un problema al cuore. Fu operato più volte e così fu contagiato. Le cronache raccontano che contrasse il virus dell’Hiv alla fine degli anni Ottanta in una trasfusione di sangue durante un’operazione al cuore. Era il 1988 e lui non disse nulla della malattia. Lo rivelò un articolo di Usa Today l’8 aprile del 1992 e lui confermò passando il resto della vita a raccontare della malattia diventata piaga sociale.

Arthur Ashe non era omosessuale (come il tuffatore Greg Louganis nella gallery in alto insieme al tennista). Arthur Ashe non era tossicodipendente. Arthur Ashe non aveva avuto rapporti a rischio come il cestista Magic Johnson che appena pochi mesi prima aveva detto di essere sieropositivo e che avrebbe ancora giocato a pallacanestro per anni andando a vincere l’oro olimpico con il Dream Team a Barcellona 1992.

Arthur Ashe non aveva fatto niente di quel male che la società benpensante e puritana credeva portasse alla peste del ventesimo secolo. Era andato in una sala operatoria come può capitare a tutti, aveva avuto una trasfusione come può capire a tutti. Arthur Ashe era come tutti gli altri, come tutti quelli che pensavano che l’Aids mai sarebbe potuto arrivare a loro. E invece era arrivato.

Il suo caso fece davvero partire la lotta all’Aids negli Stati Uniti bloccata negli anni Ottanta, quelli della presidenza Reagan. Nonostante la morte di Rock Hudson, amico del presidente e della First Lady, la Casa Bianca aveva voltato lo sguardo dall’altra parte dicono gli storici. Le prime vere azioni sul tema arrivarono con Bush padre diventato presidente nel 1989 quando ormai la strage degli anni Ottanta era compiuta: 121 morti per Aids negli Usa nel 1981, 100mila nel 1989.

Solo dai primi anni Novanta si è iniziato a combattere davvero. Grazie anche alla testimonianza e alla vicenda di Ashe. Ora sappiamo che l’Aids è causato dal virus dell’HIV, che aggredisce il sistema immunitario umano e lo rende incapace di far fronte alle infezioni. Sappiamo anche che non tutte le persone sieropositive sono destinate a sviluppare la malattia. Una diagnosi veloce e l’uso di farmaci antiretrovirali permette una vita normale. Ne sono esempio, proprio nel mondo dello sport, Magic Johnson e Greg Louganis.

«Vi prego – disse ormai malato – di non considerarmi una vittima. Io sono un messaggero». Lo era stato nella lotta per i diritti civili e contro l’Apartheid, lo sarebbe stato dopo la morte per la lotta all’Aids. Il suo nome sta sul campo centrale di Flushing Meadows, a New York, e in una fondazione che lotta per la salute di tutti. «L’autentico eroismo – diceva – è sobrio, non drammatico. Non è il bisogno di superare gli altri a qualunque costo ma il bisogno di servire agli altri a qualunque costo. Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato». Vale anche per la vita.

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