Dalla rassegna stampa Cinema

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA
Scene di degrado quotidiano nel regno delle fiabe Disney
di Maurizio Porro

Settimana di film bellissimi, utili, morali (sulla Siria, Israele, dittico romeno) tutti insieme appassionatamente a dimostrarci quanto il cinema può ancora essere un teste complice, un giudice dei tempi. Di sicuro lo è Un sogno chiamato Florida di Sean Baker, autore di Tangerine , stupendo squarcio trans girato con iPhone sul Sunset Boulevard di L.A., città vista come una bellissima bugia confezionata. Idem per Orlando, regno di favole disneyane, dove si svolge questo racconto neo realista con tre bambini di 8 anni, proprio come nei film di De Sica e Rossellini.

Canaglie ma non simpatiche, vittime invisibili di una civiltà umiliata ai confini del sogno Usa diventato incubo. Alla periferia vivono i senza tetto con «stanza» al Magic Castle, motel in coma architettonico ma con un manager dal cuore grande così (Willem Dafoe, candidato all’Oscar). Il racconto pulsa nel rapporto tra una donna (impressionante Bria Vinaite) ai confini della legalità, morale e materiale, e Moonee nel cono della sua ombra, piccola, stupefacente non attrice: Brooklynn Prince.

Scene quotidiane di degrado, perfino allegre, di vite ai margini, di slanci e rancori di cuore, corsa verso un finale indimenticabile. Nel colorato squallore post Hopper di fast food, piscine e outlet, questo mondo di cartapesta è visto all’altezza di tre bambini che già hanno svenduto magìa e innocenza. Dice l’autore: la location è la star. Di un film di una verità ed empatia impressionanti, in grado di trascinarti lontano.

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