Dalla rassegna stampa Televisione

Recensione della serie "Collateral" disponibile su Netflix

Chi è il responsabile della morte di Abdullah Asif, immigrato senza documenti e fattorino in nero di una squallida pizzeria d’asporto, uscito in scooter per recapitare una quattro formaggi in un elegante appartamento di South London e freddato con chirurgica precisione da un killer inguainato in una muta da sub? Perché, a giudicare dalle reazioni, a sentirsi in colpa sono in molti: la manager del locale Laurie Stone (che ha scelto cocciutamente di affidare proprio ad Abdullah quella consegna), il collega Mikey Gowans (cui invece sarebbe spettato quel turno in motorino), la madre single Karen Mars (che ha ordinato quella maledetta pizza), il suo ex marito nonché parlamentare laburista nonché membro del governo ombra David Mars (convinto che il suo partito stia alimentando la crescente rabbia verso gli stranieri), l’unica testimone dell’omicidio Linh (che, fatta di ketamina e col permesso di soggiorno scaduto, ha dato alla polizia un nome falso e dichiarazioni parziali). Non sono gli unici: attorno al bizzarro omicidio si allargano cerchi concentrici, interessi criminali e politici sovrapposti, fili di una trama fitta che la detective Kip Glaspie è determinata a dipanare, a costo di non dormire, o quasi, per i successivi quattro giorni; cioè l’arco temporale coperto dalla miniserie Collateral, co-prodotta da BBC Two e Netflix, quattro episodi (uno per giorno, appunto) scritti dal commediografo e sceneggiatore David Hare (una leggenda del teatro inglese, internazionalmente ha portato agli Oscar gli script di The Hours e The Reader – A voce alta). Collateral si permette di essere un giallo solo per la prima puntata, poi scioglie (per noi spettatori) il whodunit e ci lascia a misurare la differenza tra colpevole e responsabile. Propagandato come un’acuta e immediata rappresentazione della Gran Bretagna post Brexit, quasi a rassicurare il pubblico di non essere il solito procedurale poliziesco, proprio nelle caratteristiche di genere, che costeggiano anche il noir, trova invece la sua forza: nella risolutezza della detective Glaspie (lontana da svariati cliché, compreso quello onnipresente dell’investigatrice instabile e tormentata, è un personaggio che fa brillare Mulligan, per una volta libera dai soliti ruoli insicuri e lagnosi), nel conflitto (anche di classe) con il di lei collega Nathan Bilk e con le inevitabili pastoie burocratiche, nell’inseguimento del movente su strade differenti (traffico di droga o di esseri umani? Odio razziale o vendetta privata?), nell’inquadramento di ambienti diversi e distanti e del modo in cui, in ognuno di essi, s’intersecano diverse strutture di potere. Complice il formato ridotto, il percorso narrativo è compatto, e soddisfacente: è quando cerca, più scopertamente, di elevarsi a istantanea della contemporaneità, provando a distillare una morale dei tempi razzisti e spaventati che corrono, che vacilla, mettendo in bocca ai suoi personaggi qualche dialogo forzato di troppo, cedendo alla tentazione di spiegare tutto. Ed è un po’ un peccato, perché non serviva: per dirci dell’irresponsabilità collettiva in cui precipitiamo bastavano i fatti, e non così tante parole. (ALICE CUCCHETTI, FilmTv – voto: 3/4)

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