Dalla rassegna stampa Cinema

Ciro Ippolito - Lo sberleffo di un produttore a Hollywood

Lo sberleffo di un produttore a Hollywood

Da anni mi ronza in testa l’incipit per un romanzo che mi sembra bellissimo. Questo: «I grandi artisti si dividono in due categorie: quelli che dedicano tutta la vita alla propria opera e quelli che hanno fatto della propria vita l’opera». Se è vero che esistono romanzi destinati a rimanere solo incipit per sempre – e questo forse sarà uno di quelli – è vero pure che senz’altro Ciro Ippolito appartiene alla seconda categoria di grandi artisti, e anzi ne rappresenta un esemplare eccellente.

Per gli addetti ai lavori del cinema, Ciro Ippolito è innanzitutto una faccia. Da giovane, straordinariamente somigliante a Richard Gere. Oggi, stessi occhi color topazio e una proverbiale chioma di capelli bianchissimi e folti: questi occhi e questi capelli hanno cavalcato almeno sessant’anni di storia dello spettacolo italiano. Nei ruoli più diversi, attore, regista, distributore e soprattutto produttore: la vita di Ciro Ippolito in buona misura è il cinema ma soprattutto Ciro Ippolito è il cinema di se stesso.

«Per me lo spettacolo non è un lavoro, non lo considero tale. Non lo considero nemmeno un divertimento. La pensione? Mi fa schifo».

Ciro Ippolito si sposta sul suo rarissimo Maggiolino cabriolet 1.500 del 1972 («rigorosamente targato Na»). E quando ti accoglie nella sua casa a Trinità De’ Monti tappezzata di locandine di Arrapaho (il primo mitologico film degli Squallor – «il film più brutto del mondo» – di cui è stato inventore e regista), e gesticola con la sua voce in falsetto sprofondato in un divano di velluto, e si inalbera, e sbraita e poi scoppia a ridere con i denti perfetti, il primo istinto è cercare di capire dove finisce lo spettacolo e dove inizia la biografia. Ma è una battaglia persa. Perché la distinzione non c’è, non c’è mai stata. E non potrebbe essere altrimenti, per uno che da bambino degli anni Cinquanta, nella casa di famiglia a via Poerio dietro Piazza Garibaldi con le finestre aperte perché l’aria condizionata non c’era, si addormentava con brani di dialoghi dei film che dal cinema di sotto affioravano fino al letto.

«Spara John, spara! Che bella cosa».

Famiglia di impresari di sceneggiate napoletane, inizi di carriera ventenne da protagonista di pellicole oggi introvabili (Vieni vieni amore mio di Vittorio Caprioli: chi se lo ricorda?), Ciro Ippolito già negli anni Settanta capisce una cosa fondamentale: lui i suoi film li vuole tutti per sé. «Io non ho mai fatto un film di un altro. Anche quando la regia l’ho affidata ad altri. Ho sempre fatto i film miei».

Sono gli esordi di una carriera all’insegna dei superlativi. «Un successo straordinario in tutto il mondo», «Una cosa mai vista», «Un fenomeno senza precedenti». Un’epica del produttore da boom economico che conosce tutti, lavora con tutti e mette in piedi il suo film con dieci telefonate. Un’epica, soprattutto, della cambiale, quando «i soldi li stampavo io». E le cambiali di Ciro Ippolito – inutile dirlo – le prendevano tutti, dagli sceneggiatori alle star. «Lo stereotipo del produttore becero e ignorante se lo sono inventati gli sceneggiatori. Prima era una setta: si vedevano da Otello il venerdì, facevano le cene e stabilivano chi erano i buoni e chi erano i cattivi. E su questo si è basato tutto il cinema d’autore». E invece il cinema popolare? Bè, «Il cinema popolare si è retto da sé». E se in ogni casa di espatriati italiani in Australia, in Argentina o a New York c’è un vhs o un dvd di Lacrime Napoletane questo lo dobbiamo certo a Mario Merola («Mia cara madre / sta pe’ trasi’ Natale / e a sta’ luntano chiu’ / me sape amaro»), ma prima di tutto a Ciro Ippolito che mise in piedi l’operazione. E finì incidentalmente per incrociare la Grande Storia nel dicembre dell’81 quando, ospiti lui, Merola e Angela Luce a Domenica In, la trasmissione fu interrotta dall’annuncio a reti unificate del colpo di stato in Polonia contro Solidarnosc. Per poi tornare in studio da Pippo Baudo con le canzuncelle senza soluzione di continuità. Il risultato? «Un’audience senza precedenti», ovvio.

La vita di Ciro Ippolito è tutta così (l’ha raccontata anche in un libro: Un Napoletano a Hollywood , Pironti). Un continuo piratesco intrufolarsi negli interstizi dello zeitgeist, per scipparne l’essenziale. Che poi quasi sempre finisce per coincidere con il vendibile. Come nel film che sta a Ciro Ippolito come Glen or Glenda sta a Ed Wood: Alien 2 , seguito a bassissimo budget di Alien (effetti speciali a base di trippa di macelleria) uscito pochi mesi dopo Alien , senza possedere i diritti di Alien , e venduto in tutto il mondo. Quando gli chiedi come questa cialtronata geniale sia stata possibile, Ciro Ippolito si accalora: «Il titolo non l’avevano depositato perché nessuno pensava che uno facesse Alien 2 un mese dopo il film. La cosa incredibile è che poi loro non hanno potuto fare Alien 2 perché intanto l’avevo fatto io. Hanno dovuto fare Aliens . Con la esse». Risultato: trent’anni di contenzioso in una causa legale leggendaria – 20th Century Fox vs Ciro Ippolito. La vittoria di Ciro Ippolito è uno scarabocchio a penna ai margini della storia ufficiale del cinema, uno sberleffo a Hollywood. E quando lui te lo racconta lo sai che l’ha già raccontato centinaia di volte come tutto il resto, ma va benissimo lo stesso, perché contiene precisamente la sua idea di felicità.

«Io non perdo mai occasione per cazzeggiare. Il posto più bello è dove stai bene in quel momento. È come stai tu, non è il posto. Io mi sveglio a Trinità dei Monti, ma come sto bene qua stavo bene a Mergellina».

Paura della morte? Ciro Ippolito non sa cosa sia. Momenti di solitudine? Mah, chissà, forse solo quando ha perso i genitori, ma tanto : «Le persone che ami non ti abbandonano mai perché ti rinascono dentro». Il futuro del cinema? «Il 70 millimetri. Il digitale è ‘na strunzat’. Perché secondo te registi come Tarantino girano in 70? Pecché so sciem ’?»

E qua sta la grandezza di Ciro Ippolito. Un Achab dell’intrattenimento popolare che ha maneggiato con disarmante, spropositata leggerezza di tutto: il bello, il brutto, la merda e il sublime («Hanno detto che Arrapaho è il film più brutto del mondo? L’ho dico anch’io. Ma nel senso che la bruttezza è la chiave della sua comicità. Arrapaho non è un film, è una religione»). Diremmo anche successi e insuccessi ma non possiamo, perché la vita di Ciro Ippolito, l’avrete capito, non contempla l’insuccesso. Esistono solo i record. E, che sia vero o meno, noi vogliamo credergli. Perché se ci si domanda che cosa resterà di Ciro Ippolito, la risposta lui ce l’ha già. «Io che passo per un bandito, non ho fatto niente di speciale. Nel bene o nel male ho scritto una storia».

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